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Antonio De Marchi-Gherini

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 20/03/2010 12:00:00

[ Intervista a cura di Roberto Maggiani ]


DOMANDA.
Come ti presenteresti a persone che non ti conoscono? Chi è Antonio De Marchi-Gherini?

RISPOSTA.
Un artista tout court, un poeta totale, nell’accezione primigenia del gruppo ’63, e sostenuta fino alla fine, della sua non lunga vita, da Adriano Spatola. La spina nel fianco al conformismo poetico imperante, alla restaurazione lirica e romantica praticata a partire dalla ‘parola innamorata’, dal neo-orfismo ai miti reinventati, mentre fuori tutto un mondo sta crollando e i valori di riferimento sono altri. Quindi non c’è più osmosi, passaggio di notizie, interesse attorno al tema poesia.
La poesia è diventata una specie di convento di clausura dove alcuni adepti si scambiano i ruoli, io scrivo tu mi leggi, poi tu scrivi ed io ti leggo e così via.
Questo crea un mercato asfittico di do ut des, e chi ha più da offrire si impalca a vate, solo perché ha trovato, a furia di sgomitare, la via giusta per arrivare al grande editore e così essere considerato a tutti gli effetti un poeta laureato, mentre altri cento, bravi quanto lui e forse anche di più, stanno a contrattare con una milizia di editori piccoli e medi, dagli appetiti voraci, quanto costa pubblicare la loro opera che quasi nessuno leggerà e non verrà distribuita, né sostenuta con una qualche forma di pubblicità.
Entrate in una libreria qualsiasi di Milano, di Roma o di Como, sempre uguale, trovate uno spazio grande come un armadietto da spogliatoio, lì ammassata troverete tutta la poesia, dalla Commedia di Dante all’ultimo libro di Franco Loi, quando c’é.


DOMANDA.
Ci tratteggi la tua storia artistica? Sei scrittore, poeta visivo e sonoro. Hai prodotto opere visive e grafiche, con tecniche varie, sparse in gallerie alternative e archivi di tutto il mondo. Che cosa è l’arte per te?

RISPOSTA.
Innanzitutto bisogna avere uno smisurato interesse per tutto quello che è arte, scrittura, creatività in senso lato e olistico, insomma la famosa poesia totale di cui parlavo sopra.
Detto questo ho cominciato ad operare con la poesia visiva negli anni ottanta, frequentando saltuariamente Ugo Carrega, Adriano Spatola, Gio’ Ferri, Luciano Caruso, ora purtroppo deceduto, e molti altri, facevo e faccio veloci puntate in città per tenermi aggiornato sui nuovi temi e stilemi dibattuti, poi fatte le mie riflessioni, mi metto all’opera. A volte nascono poesie visive pure, altre volte degli ibridi di testo e immagine condensati, ad esempio Xilolen un testo di fine anni ottanta, che ora è anche un’opera lirica musicata da Franco Ballabeni.
Poi sono debitore di una libertà anarchica, che la mia educazione borghese non mi avrebbe mai permesso, acquisita collaborando con artisti e poeti totali come Carla Bertola e Alberto Vitacchio con la loro ‘Offerta Speciale’ a Torino e con ‘Terra del Fuoco’ di Carmine Lubrano a Napoli, o più didattica e conformista, la mia partecipazione alla ‘fondazione’ di Tracce e Post-scriptum, che comunque mi è servita come prima palestra ‘critica’. Ricordo di aver intervistato Franco Cavallo, un bravo poeta di Napoli, direttore della rivista ‘Altri Termini’, scomparso qualche anno fa e altri. Dall’incontro con questi artisti-poeti sono nate le personali, le microcollettive a tre quattro artisti, le collettive in tutte le parti del globo, e le partecipazioni all’Arte Fiera di Bologna. In seguito ho partecipato anche alla 49° Biennale di Venezia con Bunker Poetico curato da Marco Nereo Rotelli e Adam Vaccaro, (giugno 2001).
Ma quello che ci tengo a dire è che considero l’arte un atto gratuito svincolato da leggi di mercato, possibilmente fruibile da tutti, e che sia anche d’aiuto ai più deboli, non è un caso che gli ultimi lavori di grandi dimensioni li ho fatti per alcuni dipartimenti universitari di Spagna, Francia e U.S.A., che si occupano di disturbi mentali e di arteterapia.


DOMANDA.
Per realizzare le tue opere visive e grafiche quali tecniche utilizzi?

RISPOSTA.
Io parto dal presupposto che in arte ormai sia stato detto tutto, quello che si fa è ripetizione, ma deve essere una ripetizione intelligente dove tu, pur utilizzando idee e strumenti già visti, ci metti del tuo.
Uso molto il collage perché se c’è una macchia di colore, un particolare grafico, un’inezia che trovo su libri, riviste patinate o anche depliants pubblicitari, basta strappare, assemblare, aggiungere le parole o le lettere dell’alfabeto giuste e il gioco è fatto.
Altre volte su veri e propri quadri dipinti a tempera a olio o con i colori acrilici, ma che sembrano insipidi, basta aggiungere un frammento d’immagine, dei graffi, delle ustioni o altro, e il lavoro raggiunge il livello estetico che mi ero proposto e veicola il messaggio che avevo in mente di trasmettere. Chiaramente, a volte, il messaggio è un’opera aperta, nell’accezione, di Umberto Eco, cioè un’opera che lascia libera scelta di interpretazione al fruitore, lettore.
Questa tecnica, comunque, intendo l’idea di opera aperta, è stata applicata anche a diverse pubblicazioni di poesia lineare, ad esempio ‘La passeggiata di Carmen’(1985), ‘La guerra ascellare’ (1989) e buon ultimo ‘L’Altro (L’evanescenza dell’Angelo)’; non è che io parta dicendo adesso faccio un’opera aperta, succede dopo, rileggendola capisco che è carica di polisensi, di multiformi significati che possono essere agganciati e compresi dal lettore in base alla sua cultura ai suoi giudizi e anche pre-giudizi.


DOMANDA.
Scrittura e arti grafiche sono forse necessarie, insieme, per completare un qualche tuo percorso di ricerca? Voglio dire, sono tra loro complementari o l’una potrebbe sostituire l’altra?

RISPOSTA.
Credo di aver in parte già risposto a questa domanda. Il pensiero nasce prima come immagine, poi si genera come verbum, parola; ma non è detto che si possa praticare il processo inverso, utilizzare l’immagine da sola per far sgorgare dalla mente e dal cuore un insieme di parole e immagini ulteriori, evocative di situazioni piacevoli o meno che si sono vissute o che si vogliono trasmettere.
E d’altra parte siamo ancora, ma poi cambierà anche questo, in piena epoca dell’immagine, basta pensare alla rivoluzione di questi ultimi vent’anni, circa l’accelerazione che abbiamo avuto nella comunicazione che quasi è divenuta afona, perché tutto avviene via cellulare, e-mail con allegati di immagini o foto in movimento ecc.
Per finire, torno a dire che immagine, suono, gioco fonetico sulla parola o sul verso, pittura, installazione, scultura…tutto fa parte della poesia totale.


DOMANDA.
Parliamo della tua poesia, quali sono i tuoi incontri importanti, la tua formazione, le tue pubblicazioni, ma soprattutto perché hai iniziato a scrivere?


RISPOSTA.
Pier Paolo Pasolini conosciuto a Bari, alla libreria Laterza nel 1973, qualche anno prima della sua morte, e poi frequentato per un certo periodo in altri incontri pubblici e privati, colpiva in lui, a parte quella particolare voce metallica, l’amore sconfinato per l’arte la poesia e la cultura come strumento di riscatto delle classe operaia; in seguito la lettura e lo studio delle sue opere e di tutto quello che mi passava per le mani, sia in prosa che in poesia. Poi le lezioni di Filosofia Antica di Giovanni Reale all’università cattolica di Milano, un uomo che sapeva, e sa, inculcare l’amore e la passione per il bello, anche partendo da un frammento di sei, sette parole.
Ma qui l’elenco si dovrebbe allungare con Vincenzo Consolo, Stanislao Nievo, Domenico Rea, David Maria Turoldo, Luciano Erba.
Ho iniziato a scrivere verso i trent’anni, un po’ prima a dedicarmi alle arti visive, con le idee, allora un po’ confuse, poi sono entrato nel ‘merito’ e anche la produzione verbo-visiva e grafico scritturale ha assunto una valenza ben precisa.
Ho pubblicato sei raccolte di versi, più un certo numero di plaquettes.

DOMANDA.
Sei uno scrittore, ma prima di tutto un lettore. Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formato e ti formi, che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

RISPOSTA.
I primi, i più grandi, e tali resteranno sempre per me, sono gli scrittori russi da Dostoevskij a Cechov, Bulgakov, Pasternak, poi viene il letto e riletto Kafka, tra gli italiani preferisco di gran lunga, ma ho letto di tutto, Federigo Tozzi e sono sempre a caccia di edizioni antiche o ‘novità’ su di lui. Rifiutati perché imposti, ho poi letto e riletto, pure i ‘Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni e credo che ancora tanto avrebbero da insegnare, anche alle nuove generazioni.
Tra i poeti cito nomi scontati che tutti più o meno abbiamo letto, Leopardi, Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Saba, Clemente Rebora, a cavallo tra Otto e Novecento. Tra i contemporanei, il mio poeta preferito è Giorgio Caproni, ma ho letto pure tutto Mario Luzi, Alfonso Gatto, Raboni, Antonio Porta, Tiziano Rossi, Eugenio De Signoribus e Giampiero Neri.
Comunque ripeto, io leggo tutti e di tutto, poi ovviamente, se richiesto, do un giudizio in merito.
Ma non ho Maestri in senso lato, tutti e nessuno, mi hanno formato.
Forse quello che più mi ha mutato dentro è stata la lettura attenta del Vangelo, della Bibbia e dei mistici cristiani, buddisti, come Milarepa, santo, mago e poeta, gli scritti del Dalai Lama e i monaci Sufi.


DOMANDA.
Perché non ti fermi alla parola scritta e manifesti invece una sorta di necessità verso l’interpretazione visiva e sonora della stessa?

RISPOSTA.
Perché mi viene spontaneo. Anche quando scrivo versi lineari, scarabocchio, faccio dei disegnini, e alle volte mi escono carini, così li ingrandisco e li uso come base per opere visive, sulla poesia sonora mi aveva appassionato Adriano Spatola, suo fratello Tiziano, che recitava le poesie urlate, e Luigi Pasotelli, purtroppo anche lui passato a miglior vita, ma insomma non sono più giovane nemmeno io, quindi è normale incappare, ogni tanto, in qualche dipartita.
Circa la poesia visiva vera e propria, voglio ricordare che la poesia arcaica, oltre ad essere cantata, spesso veniva scritta a forma di vaso, di luna, di stella e altre sagome, i cosiddetti calligrammi.
Comunque il libro d’arte e la poesia visiva ti permettono di dire o ampliare suggestioni e concetti, che la sola parola scritta, alle volte, non è in grado di esaurire.
Certo resta sempre aperto il discorso se, questo genere di opere, debbano essere collocate tra le arti grafiche pittoriche o la letteratura, ma il dilemma è risolto nell’idea e pratica della Poesia Totale.


DOMANDA.
Che cosa pensi che caratterizzi la tua scrittura poetica, rispetto ai poeti tuoi contemporanei? Quali sono il filo conduttore e l’aria ispiratrice che fin dai primi versi ti accompagnano? Come si è evoluto il tuo scrivere rispetto alle tue prime raccolte?

RISPOSTA.
Innanzitutto una continua ricerca, non ho paura di perdere la ‘mia voce’ perché dentro me, come dentro tutti, vivono diverse personalità e quindi esprimo in quel dato momento, cioè quando compongo un testo e poi li assemblo per fare una raccolta, quello che per me è più urgente dire, e allora la mia poesia può essere erotica, grottesca, lirica, mistica e memoriale.
E poi una vita e una sola personalità non mi bastano, sono un mutaforma, esercizio che riesce bene agli sciamani siberiani, per restare in letteratura cerco di emulare Antonio Ferdinando Pessoa, e qui ho detto solo una parte minimale dei suoi nomi e cognomi e nulla delle sue svariate personalità, altra cosa che me lo rende vicino, è l’interesse per l’esoterismo occidentale e orientale.
Comunque la voce di ogni poeta è sempre inconfondibile, altrimenti non siamo di fronte a un poeta ma ad un dilettante di versi.
Il filo conduttore è quello di tutti e di sempre, sono le grandi eterne domande che l’uomo si pone e si porrà sempre, perché si nasce, perché si vive, perché si muore e il senso di tutto questo.
Chi azzarda altri temi è solo perché maschera con le parole questi eterni concetti.
Poi inframmezzato ci sono pure gli alti e bassi della vita, i momenti di gioia, di dolore di tenerezza, la voglia di giocare stando attenti a mai soffocare il bambino che è in noi.


DOMANDA.
Pensi che la critica abbia colto il carattere della tua scrittura?

RISPOSTA.
Critica è una parola grossa. Oggi non esiste più una critica che possa definirsi tale. Ci sono solo dei battitori liberi asserviti alle logiche di mercato editoriale che a volte recensiscono, si fa per dire, senza aver letto il libro.
Poi ci sono i ‘buoni di cuore’ che recensiscono o mandano lettere a tutti e così il disastro è completo.
Comunque, per quanto mi riguarda, non mi posso lamentare, ho sempre avuto giudizi per la stragrande maggioranza, altamente positivi, qualche nome: Luciano Erba, Antonio Porta, Adriano Spatola, Gio Ferri, David Maria Turoldo, Domenico Rea, Giorgio Bàrberi Squarotti, Alberto Mario Moriconi, Ciro Vitiello, Antonio Spagnuolo, Rubina Giorgi, Brandolino Brandolini D’Adda, Alberto Cappi, Fabio Simonelli, Andrea Bonanno, Vincenzo Guarracino, Giampiero Neri, Guido Zavanone e molti altri, senza contare i nuovi bravi autori che ho conosciuto frequentando il sito ‘larecherche’ che mi sembra poco fine citare qui, perché giochiamo in casa.
Però sono un grande disordinato e se dovessi andare a cercare tutti gli articoli usciti , le note ecc. temo che troverei sì e no il 50 o 60% di quanto è stato scritto su di me.
In questo, adesso internet, mi dà una mano, perché posso andare a cercare il quotidiano, o la rivista e stampare la pagina, oppure chiedere all’editore il numero arretrato.


DOMANDA.
Come avviene il tuo processo di scrittura, in particolare in versi? In quali ore e luoghi, con quali modalità? Scrivi di getto oppure rivedi i tuoi testi, sia nella forma che nei contenuti?

RISPOSTA.
Sono nato il 21 aprile alle tre di notte, Toro ascendente Acquario, e come tale lavoro quasi esclusivamente di notte, quando tutto tace ed io penso di essere solo al mondo e così rifletto, medito e scrivo.
Solitamente l’incipit mi ronza in testa, poi, quasi sempre il testo mi viene di getto, faccio pochissime correzioni, in questo dovrei adottare un maggior controllo, ma sono fatto così e ho fretta di passare ad altro, perché ho sempre la sensazione che il tempo a disposizione per leggere, scrivere, creare sia poco.
Comunque prima di ‘dare alle stampe’ un mio libro, gli ultimi sono tutti esiti di premi per l’inedito, lascio sedimentare anche un anno o due gli scritti, poi li rileggo, se mi stupiscono e mi paiono ‘belli’ li invio a chi di dovere.


DOMANDA.
Se tu dovessi dare indicazioni introduttive in un corso di scrittura poetica quali punti toccheresti? A livello pratico, quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare, se così ci è permesso dire, un testo poetico? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona poesia?

RISPOSTA.
Credo poco o nulla ai corsi di scrittura, anche se qualcuno dice di avervi tratto giovamento. Non ci sono scorciatoie, bisogna applicarsi ad uno studio ‘matto e disperato’, certo nel leggere si deve provare anche piacere, ma alle volte, anche terminare un libro che sembra noioso può arricchire e anche se sembra non averti dato nulla nell’immediato, ti accorgi che col tempo certe idee, certi trucchi del mestiere ti tornano utili.
Quindi leggere, leggere molto, sia autori italiani che stranieri, sia in prosa che in poesia.
Oggi tanti, troppi si mettono a scrivere ma sono culturalmente appena alfabetizzati e questo non basta, anche se si ha il dono della creatività di cui parlavo all’inizio, questo dono è come una pianticella che va coltivata, annaffiata, concimata perché possa diventare un albero maestoso.
Comunque per rimanere in Italia, agli apprendisti poeti, ma lo siamo tutti e per tutta la vita, consiglierei la lettura ripetuta di tutte le poesie di Montale per apprendere il ritmo, la musicalità del verso, quelle di Giorgio Caproni per arricchire la fantasia, la bellezza delle immagini e comprendere la solitudine dell’uomo contemporaneo, Vivian Lamarque per imparare la leggerezza e Tiziano Rossi e Giampiero Neri per cogliere l’essenza delle cose, senza sbrodolare.
Questi, ovviamente, sono i miei gusti, ma si potrebbero trovare altre combinazioni altrettanto utili.
A tutti poi consiglio un libro, ingiustamente passato sotto silenzio o quasi, ‘Che noia la poesia’ di Hans Magnus Enzenberger e Alfonso Berardinelli, Edizioni Einaudi; il primo l’ho conosciuto al premio Lericipea nel 2002 ed ho l’onore di essere in un antologia con lui, è persona squisita e nello stesso tempo sulfurea per la plasticità delle sue idee e i concetti che esprime.
I criteri, invece, per valutare una buona poesia sono vari e personali, dipende da chi è l’autore, non a tutti si può applicare lo stesso metro di giudizio, e si devono pure accantonare i luoghi comuni di certa critica, si valuta il testo come forma e contenuto, se emoziona, se muove qualcosa dentro, se dice qualcosa di nuovo oppure dice cose risapute ma viste da una nuova angolatura, ecco allora posso dire questa è una buona poesia.
Resto comunque dell’opinione che non ci sono grandi poeti, ma grandi poesie, al vaglio del tempo, sulle lunghe distanze, ovviamente, di un poeta anche celeberrimo si salvano dieci, venti poesie e tutto il resto rimane come esercizio. La poesia è una scrittura a togliere, non a mettere, perché resti il puro distillato, quello più dolce, più fragrante.


DOMANDA.
Hai vinto numerosi e importanti Premi letterari e finalista in altrettanti, pensi che i Premi letterari possano aiutare la diffusione della cultura poetica? Perché uno scrittore dovrebbe partecipare a tali Premi? Puoi dare un consiglio per capire a quali partecipare?

RISPOSTA.
La risposta è in parte negativa, forse per la narrativa aiutano a vendere, ma vincere premi di poesia ti gratifica solo al momento e soprattutto se la giuria è autorevole e il premio è consistente, lo reputo una sorta di risarcimento per tutti i libri che compro, qualcuno mi dice che usa quei soldi per pagare la pubblicazione di altre raccolte, gli altri premi sono assegnati a tavolino a poeti già affermati, ma le loro vendite si attestato sempre e comunque in qualche migliaio di copie, quando va bene.
Inoltre i premi non ti aiutano a trovare editori e poi c’è, in qualche caso, la parabola discendente di autori noti che, per una legge non scritta, ma applicata, ad un certo punto non trovano più Garzanti, Mondadori o Einaudi e devono ripartire anche loro da editori a pagamento.
Evito di fare nomi perché è già sgradevole il fatto in sé, ma qualcuno di questi è mio amico e ve ne potrebbe raccontare delle belle sulle ‘mafie’ letterarie, perlopiù locate in quel di Milano e in parte a Roma.
Partecipare ai premi è divertente, ma sarebbe bene evitare, per quanto possibile, quelli che chiedono la famigerata tassa d’iscrizione o la mascherano dicendo che per un anno sei socio della tale o tal’altra associazione.
E’ utile, talvolta, perché si ha la possibilità di incontrare poeti e scrittori noti, e passare con loro una e alle volte, anche due o tre giornate in località turistiche e parlando di gossip letterario, di libri, di autori che piacciono o meno, alle volte nascono delle belle amicizie che poi durano nel tempo.


DOMANDA.
Perché tanti lettori trovano difficile la poesia? Che cosa ne pensi? Qual è la responsabilità dei poeti (se di responsabilità si può parlare); quale quella degli editori; quale quella dei lettori e, non ultima, quella dei librai e dei mezzi di informazione?

RISPOSTA.
La poesia ci ronza in testa. Dico la struttura, la rima, l’armonia. A partire dalle canzoni, per arrivare ai canti liturgici, ai salmi ecc., anche se non si può parlare di poesia pura, di forma mentis, sì.
Ma la poesia non vende e non si legge perché forse ce l’hanno fatta odiare a scuola, oppure perché in poche righe si inizia ed esaurisce una storia e noi siamo abituati al prolisso, al ripetitivo, ci piace farci cullare dal noto, perché rassicura e via dicendo. La vita stessa è una sorta di ripetizione di gesti coatti, anche quando pensiamo o crediamo di fare qualcosa di diverso.
Comunque credo che le responsabilità vadano equamente ripartite fra tutti.
La poesia, a volte, per sua stessa natura non è semplice e nonostante i laudatores, vorrei vedere quanti hanno veramente letto Andrea Zanzotto, Ezra Pound, Dylan Thomas o anche Eliot che è di gran lunga più semplice.
Insomma il discorso è complesso e risposte certe non ne ho.


DOMANDA.
Quali sono i tuoi attuali impegni letterari che cosa ti appassiona di più?

RISPOSTA
Sto lavorando a una serie di racconti e quotidianamente ‘produco’ opere visive e testi lineari che metto in cartellette di diverso colore, poi, dopo la sedimentazione e l’ulteriore decantazione, scelgo cosa pubblicare e cosa no.
Circa l’appassionarmi dipende dai giorni, alle volte ho voglia di piantare tutto, ma poi come un ‘vizio assurdo’, per dirla con Cesare Pavese, riprendo in mano carta, penna, colla e tutto l’armamentario richiesto e riprendo ‘il lavoro usato’.


DOMANDA.
L’ultima tua pubblicazione è stata, su larecherche.it, 'L’Altro (L’evanescenza dell’Angelo)', ci puoi dire come è nata questa raccolta di poesie? Con quale intento. Chi è l’Altro?

RISPOSTA.
E’ nata dalla fretta che mi ha messo un certo Roberto Maggiani, ma sono contento di averlo fatto, anche se mi ha fatto correggere due testi che avrei lasciato così, ma mi sono detto, se non li capisce lui, probabilmente non li capirebbero neanche i venti o trenta lettori che di solito trova la poesia, invece con mia grande gioia ne ho trovato qualche centinaio.
Per la verità anche delle mie raccolte precedenti non ne ho più una copia che è una, ma solitamente io regalo, non vendo. Anche perché come ho detto sopra le ultime pubblicazioni erano fuori commercio, essendo esiti di primi premi per l’inedito.
Detto questo ‘L’Altro (L’evanescenza dell’Angelo)’, sarebbe da considerare una sezione di una raccolta ben più vasta e già pronta, ma poi ho visto che sta bene così, che regge senza ulteriori aggiunte e non sono sicuro se verranno pubblicate, oppure adeguatamente modificate potranno formare un nuovo libro, con altri testi che nel frattempo sono nati, anche se piuttosto diversi come taglio e argomento rispetto a queste che sono datate 2002-2007.
L’Altro è il senza forma, l’idea pura, l’angelo della conoscenza… insomma, quello che banalmente si chiama Dio, ma è qualcosa che non si può ingabbiare… perché evanescente, per capirlo devi diventare anche tu dio, come sostengono i filosofi e i mistici orientali, ma non è cosa facile, direi.
Non si può ottenere la suprema saggezza, senza avere una mente pura e di menti pure, a partire da me, ne vedo in giro pochine, ammesso che sia possibile vedere la mente.


DOMANDA.
Tra le tue scritture quale ti ha dato più soddisfazione?

RISPOSTA.
Alcune poesie, soprattutto due, ‘Battuta di Caccia’, costruita attorno alla memoria di mio padre e ‘Amore in Novembre’, una tipica malinconica sera d’inverno sul lago, con le brume, la pioggia e un amore che segna il passo.
Poi se vogliamo parlare, come tu intendevi nella domanda, anche quando riesco a vendere delle opere visive provo gioia, non per il denaro in sé, ma perché per i più questo è il metro di valore di un’opera d’arte, ed io, senza apparati critici di sostegno, vendo a gente che se ne intende e questo mi gratifica ancora di più.
Anche se devo dire che l’80% della produzione visiva viene offerto in omaggio a musei, gallerie, e dipartimenti universitari che ti gratificano con il catalogo, il sito internet, e, quando necessario, con l’ospitalità gratuita per la mostra e/o delle performance.


DOMANDA.
Ti sei mai cimentato in una opera narrativa?

RISPOSTA.
Non ci ho mai provato, perché sebbene io ami leggere narrativa, saggistica e soprattutto le biografie o gli epistolari, perché amo curiosare la vita altrui, sono troppo pigro per creare un personaggio, dargli vita e seguirlo troppo a lungo, questo nella poesia e affare di qualche minuto, al massimo una mezz’ora.
C’è da dire, però, che l’unico racconto pubblicato ha trovato il plauso e il consenso di Vincenzo Guarracino, che ne ha scritto addirittura sul Corriere di Como, e lui è uno che se ne intende, quindi sarei autorizzato a continuare, ma il racconto lo posso esaurire in qualche ora o mezza giornata, un romanzo richiede tempi più lunghi e, come già detto, al momento non mi appartengono.


DOMANDA.
Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su larecherche.it? Che cosa pensi, più in generale, della libera scrittura in rete?

RISPOSTA.
Si rischia di aprire un contenzioso, ma sono abituato a parlar chiaro. Ci sono testi egregi, come quelli di Gabriela Fantato, Maria Grazia Lenisa, Pietro Citati e altri, che il pubblico del sito non ha capito, mentre certe litanie alla Lucio Battisti sono andate vie come il pane. Secondo me ci vorrebbe un filtro più severo, se si vuole elevare ulteriormente il valore del sito che comunque è già buono.
Sulla scrittura in rete, se curata bene come fate voi, è ottima cosa, e per quanto mi riguarda potrebbe anche sostituire il tradizionale libro cartaceo, certo non può e non deve diventare per il poeta e lo scrittore l’unica via, ma è un’esperienza che consiglierei anche agli scettici più incalliti.


DOMANDA.
Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti invece dare una risposta?

RISPOSTA.
Innanzitutto devo ringraziare te, Roberto Maggiani e quelli che lavorano con te, per la grande opportunità che mi hai dato di pubblicare, a questo punto direi con ‘successo’, la mia raccolta e perché il sito mi ha permesso di fare nuove conoscenze o di ritrovare qualcuno che avevo perso di vista.
La domanda è: ‘Ma perché continui a scrivere e leggere poesie in un mondo che sta diventando sempre più una giungla di ingiustizie, razzismo, intolleranza e egoismo?’ ‘Perché mi piace continuare a credere nell’utopia che la poesia salverà il mondo.’


Grazie.
Grazie a te e a chi avrà la pazienza di leggere.

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