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Mario De Santis

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 13/03/2018 19:48:04

 

[ a cura di Roberto Maggiani ]

 

 

1. Come ti presenteresti a persone che non ti conoscono? Chi è Mario De Santis?

 

Di solito uso la formula: sono un poeta, faccio il giornalista. Le due cose hanno accompagnato la mia vita – prima la poesia, poi dai 25 anni il lavoro alla radio, diventando poi giornalista nel 1995. Ho lavorato a Italia Radio, facendo programmi culturali, fino al 2001, poi a Radio Deejay diventando autore e redattore per Linus e poi con Radio capital, dal 2010 al 2014, tornando a condurre programmi e occupandomi di libri. Oggi lavoro alla newsroom di radio capital, scrivo recensioni per Robinson di Repubblica e per “Poesia” di Crocetti Editore. Ogni tanto pezzi per Doppio Zero o Per Nazione Indiana. Come esperienza aggiuntiva di identità, devo molto a tutti i viaggi fatti, al volontariato in Africa, ai miei rapporti con progetti solidali a Calcutta in India. Ed è lo sguardo sul mondo e la ridefinizione delle identità attraverso lo scambio che sento –  l’essere italiano inevitabilmente, prigioniero della mia lingua come poeta – e il voler essere parte dei tanti flussi di umanità che attraversano il mondo.

 

 

2. Come e perché hai iniziato a scrivere e in particolare poesia? Ci tratteggi la tua storia di scrittore? Gli incontri importanti, le tue pubblicazioni…

 

Ho iniziato ascoltando la musica. Musica rock a metà anni ’70, da adolescente. Intorno ai sedici anni, per quelle esperienze classiche e formative (i “dolori del giovane”) ho cominciato a chiedermi cosa dicessero i testi in inglese delle canzoni in cui più risuonavano le mie emozioni e ho cominciato a tradurre i testi. Erano ovviamente scritti in versi, quell’andare a capo è rimasto il tratto dello choc e delle spezzature, delle ferite emotive esistenziali. Poi il confine fu a 18 anni durante la maturità: lessi, anche se non previsto dal “programma” (non ci eravamo arrivati come tutti), Montale. Ero l’ultimo ad essere interrogato, era già luglio, estate, faceva caldo, sudavo sui libri e il “meriggio” – mi accorsi leggendo – era effettivamente “pallido e assorto”, in più avevo in mente tutto l’aspro paesaggio del paese dei miei, d’estate, petroso anche se montanaro e non ligure, ma insomma, fu una classica illuminazione. E capii che la poesia non era l’italiano incerto e piatto delle mie traduzioni dei testi delle canzoni, ma era quella ragnatela di corrispondenze sensoriali e intellettuali che originavano da quell’esatto testo. E decisi di iscrivermi a Lettere. Rimando la risposta sugli incontri alla quarta domanda. Dall’università ai 43 anni è stata tutta una storia di “formazione” perché – nonostante facessi come giornalista, già dal 1988, molti incontri ed ero fortunato  – andavo a casa di Giulio Einaudi, intervistavo Raboni, Fortini, Giudici, Zanzotto, oppure per fare un nome su tutti, Enzo Siciliano, imperatore del mondo letterario nazionale ma romano, con sue le corti, – e poi nei primi anni 90 tutti gli esordienti oggi diventati scrittori di 50-60 anni e affermati – e oltre, davvero da Camilleri in giù, tutti – non ho mai allungato il mio manoscritto a nessuno.

Soltanto all’Università a Biancamaria Frabotta – rimando sotto – per il resto ho continuato a scrivere a correggere, a studiare, ad approfondire. Devo a Biancamaria Frabotta tuttavia gli insegnamenti di tutto quel che so sulla poesia, su cosa sia anche oltre ovviamente le aule universitarie. Il suo è stato un magistero di alto profilo sul piano letterario – ottimo dal punto di vista academico ma che accompagnava noi aspiranti giovani poeti, in quegli anni universitari, ad incontrare, anche fisicamente, i poeti contemporanei, nei locali, nelle cantine della roma primi anni ‘80, a volte in aula. Il massimo fulgore fu il corso su Giorgio Caproni, letto con una profondità senza pari – ma soprattutto corredato della presenza a volte dello stesso Giorgio Caproni in aula. Il resto dopo l’università è stato per me, a Roma, continuare a fare il flaneur solitario e ad approfondire quella lezione, senza curarmi dei gruppi e circoletti.

Solo col trasferimento a Milano in un ambito più serio e meno corrotto – va detto – meno legato alle dinamiche parentali e amicali, ho trovato persone con cui confrontarmi seriamente, anche se, per paradosso, la persona che ha preso a cuore i miei testi mi ha indirizzato a Roma, ancora, a Marisa Di Iorio, persona seria e appartata infatti, che mi ha pubblicato il primo libro “Le ore impossibili” con Empiria, nel 2007. Poi il secondo l’ho pubblicato con Crocetti, “La polvere nell’acqua” nel 2012 perché le poesie che nel frattempo avevo scritto erano piaciute a Nicola e a chi lavorava in casa editrice e ho avuto questo privilegio. Poi, a catena, dato che il libro di Crocetti era piaciuto a Matteo Fantuzzi, ci conoscevamo, e quando è diventato direttore di collana con Ladolfi Editore, mi ha chiesto se avessi un libro, e gli ho dato la raccolta “Sciami”, uscita nel 2015.

Incontri reali, frequentazioni che mi abbiano stimolato, oltre quello con Frabotta, aggiungerei, tra i grandi poeti, Milo De Angelis e Cesare Viviani, di cui ho l’onore di condividere amicizia. Frequento poco, autori contemporanei, anche se ho cordiali incontri saltuari con molti di loro. Li leggo tutti, li frequento poco, però.

 

 

3. In un tuo post su facebook (del 17 febbraio 2018) tra l’altro scrivi così: “[…] INSOMMA sono un poeta senza tetto e un giornalista culturale (?) Senza posto - nel mondo e senza generazione né creatura. E ora fatti i 54 anni ho l'età degli esodati e vado in giro per il mondo proprio per confermare che non c’è posto e sfuggire a questa mancanza di collocazione.”

Che cosa vuoi dire? Forse, nell’“ambiente” della poesia, non c’è spazio per i cinquantenni scrittori che non si siano “affermati” in giovane età?

 

La mia valutazione, sulla base di esperienza, ma anche di analisi, letture, in questo caso da giornalista e critico, del fenomeno della poesia, è che ci sia stata una parabola discendente di attenzione al genere che ha fatto toccare i minimi livelli negli anni ‘90, poi negli ultimi anni, complice anche l’iniziativa delle università, dei centri di poesia che sono nati, di qualche festival (come Pordenonelegge) c’è stato un rinnovato interesse, nato anche dalle migliori occasioni trovate proprio in certe sedi istituzionali delle generazioni più giovani, così che oggi è molto più facile trovare attenzione a debutti editoriali di ventenni (complice anche l’editoria mainstream che ha fatto “dell’esordiente” il fenotipo ripetuto di più d’una stagione editoriale) a questo si aggiunge il fatto che, per paradosso, le generazione dei venti-trentenni soffrono di una precarizzazione del lavoro e di una incerta visione del futuro; tutta questa attenzione è stata “tematizzata” (sempre in ambito editoriale mainstrem vedi i tanti romanzi della “generazione 1000 euro”). La mia generazione è la prima che ha sofferto di una classe dirigente vecchia, che occupava tutti i posti (di conseguenza il fenomeno si estendeva a tutti gli ambiti) ma ci siamo fatti anni d’attesa e di gavetta, senza che diventasse un “topic” della comunicazione. Ci aggiungo forse anche il fatto che io non ho coltivato amicizie strumentali, non sono stato interessato da una paradossale “prevalenza della poetessa giovane” messa in atto da direttori editoriali di festival maschi cinquanta-sessantenni che riversava sulle aspiranti autrici donne l’attenzione per motivi che oggi sono balzati alla cronaca col movimento #metoo ma che negli ambienti della poesia era visibilissimo e risaputo. Oltretutto la “speciale attenzione” che maschera un interesse sessuale va anche oltre il gender, riguarda anche “giovani poeti”. So benissimo che dire questo è urtante, che può sembrare rancore, ma non lo è, sono fuori dai giochi, sono appunto “esodato” posso permettermi di dire cose scomode. Del resto i miei inviti a festival, letture, incontri posso contarli sulle dita di una mano in 12 anni di impegno attivo come autore e come recensore.

 

 

4. Sei uno scrittore, ma prima di tutto, immagino, un lettore. Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formato e ti formi, che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

 

All’inizio fu Montale, che è una montagna da scalare, sempre, e superare ma da percorrere. Poi c’è stato Milo De Angelis, Cesare Viviani, Zanzotto, molto. Poi per disintossicarmi da Zanzotto, ho letto tutto Giudici e poi sono arrivato a Sereni, che è la mia stella variabile tuttora. Mario Benedetti (l’autore italiano ovviamente) è l’ultimo in ordine di tempo, che mi ha influenzato. Ora sto ristudiando Fortini. Ma la lettura di un autore come Guido Mazzoni, specie l’ultimo libro, mi dà molto da pensare e indirizza il senso della mia attuale ricerca - una ricerca fatta però di molti dubbi.

Hanno avuto influenza anche autori tedeschi: Celan, Bachmann e tra i contemporanei, Grunbein. Mi hanno molto influenzato anche testi filosofici, come quelli di Blanchot, di Agamben, di Benjamin.

 

 

5. Che cos’è la poesia? A che cosa “serve” nella contemporaneità?

 

La risposta è ovviamente difficile. Che cosa sia la poesia, per me dipende molto dalla sua funzione sociale, ma non necessariamente perché la poesia debba essere civile, comunicativa ecc. Che ruolo ha la poesia per i lettori? Il poeta si posiziona sul confine di questa domanda, cerca di capire, di lavorare il linguaggio della sua esperienza artistica, in una continua dialettica, o in un continuo scarto o contropelo di quello che è il linguaggio della poesia diventato canone tra i lettori, tra i lettori reali e non addetti ai lavori. La poesia serve però al singolo lettore, e la sua esperienza poetica è di una “comunità che non ha comunità” per dirla con Agamben o Blanchot e Beckett. Ma mi influenza molto anche l’arte contemporanea. Preferisco una biennale a molti libri di poesia. E anche la saggistica d’arte, in generale vedere mostre, ascoltare musica – classica, rock, di ricerca. A volte il cinema. Diventano proprio stimolo per una riflessione sul procedere del mio linguaggio, non solo uno stimolo generico.

Ecco una cosa che sta impoverendo la poesia contemporanea è il suo essersi allontanata dall’arte, i poeti miei contemporanei non frequentano l’arte contemporanea, e questo si sente.

 

 

6. Che rapporto hai con la narrativa? Hai mai scritto in prosa (racconti o romanzi)?

 

Mai scritto romanzi, né racconti. Mai provato. Mi piace scrivere in prosa nella scia della tradizione dei tableaux di Baudelaire, di una certa prosa alla Char. O di Sereni, ovviamente.

Per quanto riguarda la lettura invece sono un fortissimo lettore di narrativa – anche per motivi di lavoro. Nel tempo è stata classica, poi molto ‘900, contemporanei. Leggo molta narrativa italiana. Per la lingua, ma con scarsa soddisfazione rispetto al numero. Alcuni mi hanno anche influenzato.

Ce ne sono alcuni, ma ne cito solo uno due, tra coloro che – pochi però – ritengo procedano con una mente anche poetica nel loro narrare: Giuseppe Genna e Giorgio Falco.

 

 

7. Che cos’ha di caratteristico la tua poesia, rispetto a quella dei poeti tuoi contemporanei? Si dice che ogni poeta abbia le sue “ossessioni”, temi intorno ai quali scriverà per tutta la vita, quali sono le tue? Come si è evoluta la tua scrittura dalle tue prime pubblicazioni?

 

L’autoanalisi non mi appassiona, anche se la faccio, privatamente, per procedere. Ma ho in avversione quelli che si incensano. Ho delle ossessioni: la forma della città, la polvere, tutto il mondo pulviscolare, le cose concrete, la morte. Ma la mia principale ossessione credo sia “la casa” in tutto questo, dentro e fuori – quindi anche il “senza” della casa, la dispersione, il deserto. La mia prima pubblicazione è stato il mio primo libro e da allora la mia voce è quella, non conto il lungo lavorìo per approdare alla mia scrittura. Se devo cercare di rispondere a cosa abbia di caratteristico la mia poesia, alcune cose posso dirle: il lavoro sull’immagine, che non è simbolo. La costruzione di un puzzle di allegorie. Affidare alla sintassi il disegno di un procedere mentale, di ragionamento. Mantenere forme di armonia sotterranea. Lavorare sull’accumulo di segnali, stimoli, interferenze del soggetto, sulla sua destrutturata percezione.

 

 

8. La critica più bella e la più brutta che hai ricevuto alle tue poesie.

 

Se è negativa e argomentata non è brutta. La più brutta allora è quella di chi ha letto i miei versi e non mostra di dirlo – oppure non li ha letti proprio volutamente – per motivi che non hanno a che fare con la poesia, ma con il “posizionamento dei poeti”. La più bella è di chi, pur non essendo un lettore specializzato, mi ha raccontato, facendo osservazioni sparse, di aver trovato almeno qualche chiave che ha aperto suoi cassetti interiori. Mi fa piacere perché ho il difetto di scrivere una poesia certamente difficile, se ogni tanto fa breccia anche in lettori meno attrezzati – non è una critica negativa, io sono poco attrezzato per tante arti che pure frequento, per esempio la musica – bè quella è la critica che mi dà più piacere.

 

 

9. Come avviene il tuo processo di scrittura? In quali ore e luoghi, con quali modalità? Pubblichi ciò che scrivi di getto oppure rivedi i tuoi testi, sia nella forma che nei contenuti?

 

Per anni ho scritto, riscritto a lungo, anche radicalmente. Ho portato con me testi che cambiavano, fino a trovare la loro forma – ma anche dopo anni c’era qualche sillaba che cambiavo, qualche segno di interpunzione. Nell’ultimo anno sto mettendo in discussione radicalmente il mio modo di scrivere e anche il senso dello scrivere. Se abbia un senso per me continuare. Continuare così, perché sento spesso di essere diventato manierista di me stesso, indipendentemente dagli apprezzamenti altrui. Nel senso che sì, mi piace quel che ho scritto fino ad ora e come l’ho scritto, ma quando scrivo qualcosa che mi sembra possa essere simile ai testi che ho già scritto stilisticamente, per qualche repertorio di immagini, non sono soddisfatto. Quindi sto facendo esperimenti. Tra questi anche pubblicare testi dopo averli rivisti poche volte – quasi in modo incosciente – approfittando di internet, anzi proprio perché immessi in una fruizione distratta, veloce, immediata, provare io stesso a cavalcare questa tigre difficile che è l’onda del web. Ora però ho smesso di fare anche questo.

 

 

10. Hai incontrato difficoltà nel pubblicare i tuoi testi? Se sì quali?

 

Quelle che ho descritto sopra. Più legate ai rapporti che non alla letteratura. Ora dovrei contraddirmi rispetto all’autocritica o all’incensamento di me steso, ma diciamo che vedo molta pessima poesia pubblicata facilmente.

 

 

11.  Quale tra le tue pubblicazioni ti ha dato più soddisfazione e perché?

 

Tutti e tre i libri, in egual misura e per motivi differenti, una moderata soddisfazione. Moderata perché la ricezione, ovviamente, subisce gli stessi influssi della pubblicazione. Devo dire che ho trovato con mia sorpresa più persone che mi parlavano di “Sciami” – ma perché è quello in cui ho riversato un più cauto impegno a sciogliere certi nodi contratti dei mei testi – cercando di leggerli con uno sguardo da lettore a più livelli. Di conseguenza ha trovato lettori inaspettati, complice anche il fato che l’ho pubblicato mentre partecipavo ad un’esperienza di “show” di poesia chiamato “Parole Note” a cura di due amici, un dj e un lettore, entrambi legati a Radio Capital (il titolo è anche quello di una trasmissione di poesia di Radio Capital ) e quindi ho potuto incrociare molti lettori ( non addetti, non da cricca festivaliera o da circoletto degli amici) e grazie ai social ho avuto più feedback.

 

 

12. Quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare un testo poetico o una intera raccolta? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona poesia?

 

Personalmente, deve arrivarmi innanzitutto la “voce” o la sua “grana”, il segno di un’espressione, come nell’arte, e questo è immediato, alla prima lettura. Anche senza stare troppo a pensare ai testi. Poi, però, una raccolta la rileggo, la scavo, deve costruire via via un senso e un discorso, deve mostrare coerenza, compattezza di testi, nel loro livello – anche per sezioni, non necessariamente l’intero libro che può essere costituito da sezioni nate in tappe diverse del percorso del poeta. Ma in quella sezione devo avvertire una coerenza di pensiero – pensiero poetante, ma pensiero.

 

 

13. Molti utilizzano, per catalogare i poeti e la loro presunta importanza, le categorie “poeta maggiore” e “poeta minore”. Esiste realmente tale distinzione?

 

Sì, io la uso per me, dipende dal loro valore letterario. Poi questo valore che ognuno attribuisce in base alla sua personale esperienza di lettura si incrocia con la sua rilevanza sociale, la sua circolazione tra i lettori. Ovvio che a quel punto nascono le discussioni. Ad esempio un autore che ho dimenticato di citare ma che anche prima di Milo De Angelis per me è stato di grande influenza è stato Nanni Cagnone – è uno dei “maggiori” poeti italiani, per me. Ovvio che la sua circolazione con case editrici più piccole, il suo vivere appartato, lo rende “meno” rilevante rispetto ad altri – ma per me, e non solo per me, resta uno dei “maggiori”. E sicuramente più intimamente legato al mio personale laboratorio interiore.

 

 

14. Perché non si legge poesia? Che cosa ne pensi? Secondo te di chi è la responsabilità (se di responsabilità si può parlare): dei poeti, degli editori, dei lettori, dei librai, dei mezzi di informazione?

 

Della scuola, principalmente. In generale la scuola ammazza la lettura in genere. Ovvio che un genere letterario che necessita di una percezione fatta di attenzione e ascolto – non necessariamente strumenti critici ma forse un po’ sì, sicuramente attenzione – un genere che necessita di attenzione viene penalizzato dalla scuola che si impegna più per la soddisfazione delle richieste del pubblico – come gli editori – che per l’insegnamento di strumenti di lettura. Un’altra grande responsabilità è dei cosiddetti “lettori forti”, persone attrezzate e preparate, che leggono anche cinque, sei o più libri al mese – e, spessissimo, mai un libro di poesia. Poi ci sono i poeti, gli editori, i librai, eccetera, ovviamente la risposta è sì: ne sono responsabili.

 

 

15. A cosa stai lavorando? A quando la tua prossima pubblicazione?

 

Il libro è in testa, ma non è scritto. Materialmente non arriva la chiave di volta che dispieghi la scrittura. Spiritualmente mi sento pieno di dubbi, specie se abbia senso aggiungere l’ennesimo libro da 500 copie e ritrovarsi con la necessità di impegnare l’80% delle energie in relazioni pubbliche. In ogni caso il progetto è un misto tra prosa e poesia. Ma dato che non c’è, inutile parlarne.

 

 

16. Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su LaRecherche.it? Che cosa pensi, più in generale, della libera scrittura in rete e dell’editoria elettronica?

 

Sono favorevole alla pubblicazione in rete e all’editoria elettronica, ma credo sia necessario ritrovare una forte presenza della critica letteraria, una maggiore selezione critica del pubblicato. Quanto meno: la critica dovrebbe accompagnare, con competenza, ciò che si pubblica. Esiste  molto lavorìo su blog, facebook ecc. Ma c’è bisogno di lettori, chiamiamoli “ critici letterari” se volete, comunque persone che abbiano un bagaglio competente,  attrezzati – poi ci si divide come accaduto in passato tra poetiche e scuole e tendenze, non c’è un giudice supremo, ma vorrei che all’interno di un gruppo, anche omogeno per “poetica”, ci fosse una critica che facesse emergere “i maggiori” appunto.

 

 

17. Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti dare una risposta?

 

La stessa riposta della 16: è mancata una domanda specifica sulla critica letteraria e questo mi sembra significativo.

 

 

Grazie.

 


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