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ANNIVERSARIO PROUST 10/07/2018: CHERCHEZ LA FEMME | festeggia: #cherchezlafemme
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Andrea Catalano

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 12/04/2018 12:00:00

 

L’autore qui intervistato è Andrea Catalano, primo classificato al Premio Letterario Nazionale “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, IV edizione 2018, nella Sezione B (Racconto breve) con “La scimmia”.

 

 

Ciao Andrea, chi sei? Come ti presenteresti a chi non ti conosce?

 

Ho 48 anni e vivo e lavoro a Napoli. Mi occupo da oltre 15 anni di questioni ambientali come funzionario, prima del Ministero dell’Ambiente e poi della Regione Campania. Laureato in Scienze Politiche negli anni ‘90 ho mosso i miei primi passi nel mondo del lavoro nell’ambito della cooperazione internazionale non governativa, anche sulla spinta di un genuino quanto ingenuo idealismo. Non ancora trentenne, sono stato più volte in Portogallo e poi in Mozambico al seguito di due ONG. Amareggiato da alcune esperienze personali, ho lasciato la cooperazione allo sviluppo e sono rientrato definitivamente in Italia.

Sono sposato da quattro anni, non ho figli e vivo in un luogo incantato, sospeso tra cielo e mare, la Pedamentina di San Martino di fronte al Golfo di Napoli ed al Vesuvio che tutti i giorni, da lontano, mi fanno l’occhiolino, sicuri della loro impareggiabile bellezza.

 

 

Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formato e ti formi, che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

 

Leggo tantissimo e tutti i giorni. Mi è impossibile addormentarmi se non apro, almeno per una mezz’ora, un testo. Solo così riesco a dare forma ai miei sogni, dove rincontro i personaggi lasciati poco prima imprigionati nella carta e nell’inchiostro di un libro o nelle chine di un fumetto.

Ho cominciato a leggere Topolino all’età di 4 o 5 anni, per poi passare ai grandi classici per ragazzi come Jules Verne con “Il giro del mondo in ottanta giorni”, Carlo Collodi con “Le avventure di Pinocchio” o Lewis Carroll ed il suo “Alice nel paese delle meraviglie”. Da adolescente mi sono innamorato di tanti libri e personaggi. Tra i tanti mi sovvengono quelli incontrati ne “Il nome della rosa” di Umberto Eco, così come, mentre ora scrivo, risento le forti e dolenti emozioni provate per “Cronache familiari” di Vasco Pratolini.

Tuttavia, gli autori che maggiormente hanno segnato il mio percorso, nel periodo ricompreso tra gli anni del Liceo e dell’Università, sono Italo Calvino, James Joice, Thomas Mann (in particolare con i “Buddenbrook”), Fëdor Dostoevskij, Michail Bulgakov, Hermann Hesse, Stendhal, Jeorge Amado, Gabriel García Márquez. Intorno ai trent’anni, ho poi subito la totale seduzione per le parole di Erri De Luca. Sebbene il mio stile è totalmente opposto e la cifra che inseguo nella scrittura è la leggerezza, quanto avrei voluto essere l’autore di “In alto a sinistra” o “Non ora non qui”. Per me quelle pagine, dalla prima all’ultima, sono percorse da un brivido di grande emozione.

 

Sono anche un accanito lettore di graphic novel. Ne leggo almeno uno al mese. Adoro questo genere letterario e ci sono autori che hanno significativamente influenzato il mio stile di scrittura. Giusto per rimanere in Italia, penso all’immenso e compianto Andrea Pazienza, al maestro del disegno Sergio Toppi, al geniale ed attualissimo Zerocalcare o a Gepi. Ma varcando i confini nazionali, ci sono autori fecondi di idee e di bellezza: Jodorowsky, Moebius, Jeff Smith o ancora Marjane Satrapi o Guy Delisle, per citarne solo qualcuno. Ed ancora il reporter disegnatore Joe Sacco, sempre al fianco degli ultimi del pianeta, con le sue chine affilate come lame contro le insopportabili ingiustizie in Palestina o in Bosnia.

 

 

Secondo te quale utilità e quale ruolo ha lo scrittore nella società attuale?

 

Dipende da cosa lo scrittore è chiamato a raccontare. Se si tratta di un giornalista il suo ruolo coincide con l’utilità di far comprendere i fatti agli altri, fornire chiavi di lettura e strumenti di comprensione critica della realtà. Se si tratta di un romanziere, di un cantastorie o di un poeta allora la scrittura deve emozionare. L’utilità – se così si può dire – della poesia o della narrativa sta nelle emozioni che riesce a far emergere, nell’immaginazione che riesce a far ruminare dentro la nostra pancia, nella suggestione che riesce a farci esplodere in testa. La scrittura è arte maieutica: le emozioni sono dentro di noi e un buon libro, donandoci gioia, può farle germinare.

 

 

Come hai iniziato a scrivere e perché? Ci tratteggi la tua storia di scrittore, breve o lunga che sia? Gli incontri importanti, le tue eventuali pubblicazioni.

 

Ho iniziato durante l’adolescenza, quando inviavo cartoline dalle località di vacanza (quando ancora esistevano le cartoline!!!) con versi umoristici e giochi di parole.

Da allora ho scritto diversi racconti brevi ed uno lungo che potrei definire romanzo ed a cui sono particolarmente legato, ma tutti i miei scritti sono inediti. “La scimmia” è il mio primo racconto che partecipa ad un premio letterario e che viene pubblicato.

Rispetto alle persone significative, fondamentalmente ho due cari amici con cui condivido la passione della scrittura. Confrontarmi con loro è sempre stato stimolante ed ho sempre avuto molto da guadagnare, in termini di arricchimento culturale. Uno di loro è diventato uno scrittore con varie pubblicazioni all’attivo ed un romanzo, “Orfanzia”, edito nel 2016 da Bompiani che mi è piaciuto tantissimo. I suoi suggerimenti su “La scimmia” sono stati più che preziosi. L’altro è un compositore di musica e scrive bellissimi testi di canzoni, oltre a dilettarsi con racconti esilaranti e personaggi improbabili che mi ricordano tantissimo lo stile di Stefano Benni.

 

 

Come avviene per te il processo creativo?

 

Da bambino ero ossessionato dai dettagli delle vicende, dalle espressioni dei volti delle persone che popolavano il mio mondo. Una curiosità immensa per tutto ciò che mi circondava. Ho immagazzinato mille storie, le ho deformate sotto la lente della comicità e le ho rielaborate frequentemente, mettendole nero su bianco. Il mio processo creativo origina nel mio vissuto. C’è fondamentalmente una componente autobiografica alla base della mia scrittura.

 

 

Quali sono gli obiettivi che ti prefiggi con la tua scrittura?

 

Scrivo perché mi diverte, augurandomi di divertire e magari emozionare anche gli altri.

 

 

Secondo il tuo punto di vista, o anche secondo quello di altri, che cos’ha di caratteristico la tua scrittura, rispetto a quella dei tuoi contemporanei?

 

Un elemento che più volte mi è stato fatto notare è il ricorso a termini aulici, espressioni leziose o parole desuete fuori contesto. Questa cifra linguistica caratterizza soprattutto i miei testi comici o umoristici.

 

 

Si dice che ogni scrittore abbia le sue “ossessioni”, temi intorno ai quali scriverà per tutta la vita, quali sono le tue? Nel corso degli anni hai notato una evoluzione nella tua scrittura?

 

L’infanzia è un luogo del mio tempo interiore cui tendo sempre a fare ritorno e che probabilmente potrebbe rappresentare, se non la mia ossessione, un tema ricorrente. Sicuramente la mia scrittura si è evoluta nel corso degli anni. Tutto si trasforma con l’incedere del tempo, compresa la scrittura. Panta rei, insomma!!

 

 

Hai partecipato al Premio Babuk nella sezione Racconto breve, scrivi anche in versi? Se no, pensi che proverai?

 

Secondo i miei amici sono un “poeta matrimonialista”. Ho scritto oltre cento componimenti in versi. Si tratta di filastrocche per compleanni o composizioni in rima per amici che si sposano. Sono quasi tutte canzonatorie, senza alcuna presunzione di fare poesia, ma unicamente con l’obiettivo di ridere e condividere un momento gioioso. Tuttavia, alcuni di questi componimenti sono particolarmente riusciti come brevi biografie umoristiche, cui gli amici riconoscono il merito di aver tracciato con leggerezza e in poche righe l’essenza della personalità del protagonista.Ma, almeno al momento, con sono interessato ad andare oltre, preferendo restare ancorato alla narrativa.

 

 

Quanto della tua terra di origine vive nella tua scrittura?

 

La città natale di Napoli, croce e delizia esistenziale, grumo di bellezza e di contraddizioni, ha profondamente influenzato il mio pensiero, così come il mio modo di scrivere. C’è sempre una geografia che fa da sfondo quando scrivo, il genio di un luogo che si riverbera sui suoi personaggi, sul loro modo di parlare, di scherzare, di ridere o di piangere.

Napoli è fiume carsico, penetra impetuoso e ti scava dentro senza riparo. È il sussurro ancestrale delle sirene che ti riconduce alle sue radici salate. Allora capisci che le sue contraddizioni sono le tue. E la tua scrittura segue la traccia di questa città, come la mano di un cieco tocca un volto per scorgerne i tratti.

 

 

Qual è il rapporto tra immaginazione e realtà? Lo scrittore si trova a cavallo di due mondi?

 

Credo che l’immaginazione sia uno dei tanti modi per declinare la realtà, per ridisegnarla da una prospettiva differente, che magari piace o convince di più. L’immaginazione è il luogo della libertà del pensiero e la scrittura è la sua ancella. Chi scrive è sicuramente a cavallo dei due mondi, prigioniero come chiunque della realtà ma in grado, quando vuole, di liberarsene attraverso l’atto creativo (e per questo curativo) della scrittura.

 

 

Chi sono i tuoi lettori? Che rapporto hai con loro?

 

I miei lettori sono fondamentalmente i miei amici ed i miei familiari. Sono ghiotto delle loro indicazioni e suggerimenti su come articolare diversamente una frase, eliminare o aggiungere qualcosa. Apprezzo lo sguardo critico su ciò che scrivo. È valore aggiunto alla mia scrittura.

 

 

“Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”. Che cosa pensi di questa frase di Marcel Proust, tratta da “Il tempo ritrovato”?

 

Dicevo prima che la scrittura è arte maieutica che ci consente di fare emergere le emozioni nascoste o semplicemente sopite. È un bellissimo aforisma che condivido pienamente.

 

 

Quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare, se così ci è permesso dire, un testo? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona scrittura? Hai mai fatto interventi critici, hai scritto recensioni di opere di altri autori?

 

Ho esercitato più volte il diritto di abbandonare un testo, seguendo le prescrizioni Daniel Pennac nei “10 diritti del lettore”. Ci sono storie che non mi divertono. Racconti che, ancorché scritti mirabilmente, non mi interessano perché non aggiungono nulla in termini di emozioni o di capacità di incuriosirmi. Se un autore mi tiene inchiodato ad occhi sgranati sul suo libro, sebbene sia stanco morto all’una di notte, allora è riuscito a scrivere un buon libro. Se durante il pomeriggio, malgrado sia affaccendato in mille attività, non vedo l’ora che si faccia sera per riprendere a leggere una storia, lasciata il giorno prima, quello per me è il migliore indicatore di buona qualità di un libro.

 

 

In relazione alla tua scrittura, qual è la critica più bella che hai ricevuto?

 

La frase di mia moglie, dopo averle sottoposto un mio testo, “Mi sono troppo divertita!”

 

 

C’è una critica “negativa” che ti ha spronato a fare meglio, a modificare qualcosa nella tua scrittura al fine di “migliorare”?

 

Ho scritto un racconto lungo, non pubblicato. Si chiama “Maputo” ed è la storia romanzata della mia esperienza in Mozambico nel 1998. Sono sentimentalmente molto legato a questo testo, che trovo intenso e suggestivo. Tuttavia dovrei lavorarci molto sopra per rendere maggiormente organiche alcune sue parti e fargli acquisire la necessaria freschezza e leggerezza di cui spesso manca. L’ho sottoposto a vari amici ed uno di questi ha fatto una critica serrata, ricca di suggerimenti puntuali e spunti narrativi da sviluppare ed indicazioni mirabili su come reimpostare i dialoghi, troppo spesso ingenui, poco credibili o addirittura noiosi.

Ha snocciolato come un rosario (e senza infingimenti) tutti i punti di debolezza, in una critica costruttiva che ho davvero molto apprezzato. Dovrei partire da lì e forse, avrei il coraggio di mandarlo in giro per provare a pubblicarlo.

 

 

A cosa stai lavorando? C’è qualche tua pubblicazione in arrivo?

 

Abbozzo storie e continuo ad annotarmi episodi quotidiani che in qualche modo mi colpiscono e che si prestano ad essere descritti in chiave umoristica. Non ho opere in attesa di pubblicazione… o forse ne ho alcune (come per “La scimmia”) che aspettano il momento giusto per essere proposte al pubblico. Vedremo!

 

 

Quali altre passioni coltivi, oltre la scrittura?

 

Mi piace fare lunghissime camminate al sole o uscire per mare in barca per un allenamento di canottaggio. Queste sono le funzioni dinamiche della mia esistenza.

Però, quale legge di contrappasso, mi piace anche poltrire nel letto e leggere ininterrottamente per ore (o godermi tre episodi di fila di qualche serie TV). Ah, i meravigliosi privilegi del sabato mattina!

 

 

Sei tra i vincitori del Premio “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, perché hai partecipato? Che valore hanno per te i premi letterari? Che ruolo hanno nella comunità culturale e artistica italiana?

 

Ho partecipato, perché in tanti mi hanno spinto a mettermi alla prova, invitandomi ad inviare un mio racconto a qualche concorso. “È troppo carino, perché non provi a presentarlo a qualche premio letterario?” “Mi sonno sbellicato dalle risate… dovresti renderlo pubblico!”.

L’incitazione degli amici è stata tanta ed allora mi sono messo alla ricerca in rete, incrociando il concorso de “Il Giardino di Babuk”. I premi letterari sono una grande opportunità per chi, come me, non ha legami con il mondo editoriale e vuole comunque provare a proporre qualcosa. Questo de LaRecherche.it, in particolare, mi è sembrato “trasparente e pulito”, per cui mi sono convinto che fosse cosa buona e giusta candidare un mio racconto. La lettura del bando, la previsione di un totale anonimato e la circostanza che la partecipazione fosse gratuita sono stati per me elementi fortemente motivanti.

 

 

Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su LaRecherche.it? Che cosa pensi, più in generale, della libera scrittura in rete e dell’editoria elettronica?

 

Non saprei cosa dire o quali suggerimenti dare, se non quello di buon senso di usare piattaforme indipendenti, per dare visibilità alle proprie opere, senza per questo essere fagocitati dalle logiche commerciali della imprenditoria editoriale. La scrittura in rete è strumento potente e l’editoria elettronica può rappresentare una reale alternativa alla logica del profitto o dello sfruttamento commerciale di un prodotto del proprio intelletto. Chiaramente questo è vero sempre che le idee personali di chi scrive convergano verso questo tipo di impostazione.

 

 

Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti invece dare una risposta?

 

No, non ho nulla da aggiungere. Quest’ultima domanda poi, mi suona troppo come quelle di Marzullo ed ancora non mi sento all’altezza di scalare questa montagna!

 

 

Grazie, Andrea.

 


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