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Lella De Marchi: il corpo come paesaggio

Argomento: Letteratura

di Caterina Davinio
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Pubblicato il 22/04/2018 16:45:00

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa, Arcipelago Itaca, 2017

 

Il corpo come paesaggio

 

Di Caterina Davinio

 

Il titolo dell'ultimo libro di Lella De Marchi, Paesaggio con ossa, richiama alla mente gli “ossi di seppia” montaliani, l'esistenza ridotta all'essenza, levigata e logorata fino a giungere al nocciolo, all'impalcatura, al residuo. E l'autrice non si smentisce nel primo testo del volume, quando scrive: “paesaggio / con ossa, vita che vive senza ornamenti, vita che vive solo di sé”.

Ma la raccolta coglie questa essenza in un panorama borderline, di emarginazione sociale e disagio psichico, che però sfuggono alla classificazione sociologica, per imboccare una strada che non perde di vista la dimensione propria e unica dell'individualità.

Le poesie trovano origine nell'incontro con una ragazza, Malina, che abita in una roulotte, dove la poetessa si è avventurata nel contesto di un progetto di lavori socialmente utili per portare aiuto e vicinanza.

Ed ecco che due mondi adiacenti (la struttura degli operatori è attigua all'insediamento) eppure incomunicanti si toccano, collidono, generano un'esperienza intensa; Lella De Marchi la scandaglia per farne emergere le sfaccettature, soppesa ogni parola nella contemplazione del corpo di Malina, sfinito dagli stenti, e di qualcosa che va oltre, fino a toccare il nucleo, a cercare una verità più vera, sull'esistenza dell'altro e dell'osservatore in quanto donna e in quanto poeta, e quindi capace di una prospettiva acuta, dolorosa come è dolente il corpo di Malina. È un po' una poetica del varco, montaliana anch'essa, ma diversa e originale nei suoi connotati sociali; questa, però, non rinuncia a una contaminazione astratta, a un interrogarsi sul corpo e le sue ferite, che sfocia lievemente, senza soluzione di continuità, quasi nella metafisica.

 

L'inconsueta visita è aprire una finestra su un paesaggio sconosciuto e inaspettato: l'oltre che la vita borghese ignora, a un passo dai propri uffici e dalle proprie case, ma dove tutto esiste e ha le sue regole, una fierezza e una ragion d'essere in sé, riluttanti al compatimento. Malina non è domata, a proprio modo vive il suo spazio degradato e si muove in esso, il suo sguardo è fermo, la sua voce entra dentro, il corpo ridotto pelle e ossa porta tutti i segni delle esperienze estreme, dei colpi, della violenza del mondo che attraversa; è piena di lividi perché probabilmente è stata violentata, la siringa è posata su un tavolo come lo sarebbe qualsiasi altro oggetto, e l'oggetto rifugge da ogni allusione simbolica o metaforica, come il corpo di questa donna martoriata: “c’è una siringa, poggiata sul tavolo della cucina. / ma poteva essere qualsiasi altra cosa”.

La storia di desolazione non ha però cancellato la bellezza di Malina, che possiede nei versi di Lella De Marchi un'esile leggiadria, innocenza e solennità, come una regina: “profumi di rosa / una rosa mai vista prima. sei la regina dolente / di questo regno che sta al di là”. Quello è semplicemente un mondo che l'osservatrice sente non potrà mai appartenerle: “ci sono cose interrotte ci sono cose interdette”, tuttavia in modo inatteso la attrae, quando l'immagine della ragazza si fissa nella mente, nella memoria, e qui viene costantemente ricostruita: “ti guardo nuda e distesa ti fisso nella memoria”.

 

La poesia si sviluppa dalla contemplazione del corpo come un paesaggio. Paesaggio, perché guardare Malina nella sua roulotte è guardare un altro pianeta affacciati a una finestra che poi si richiuderà, spiraglio su un universo inesplorato che non sapremmo abitare: “pensare che non tutta la terra si possa abitare. Ma dal contatto visivo scaturisce una strana forma di amore, come la più sublime delle follie, che porta le parole della De Marchi a volteggiare senza mai toccare terra, parole che accarezzano il corpo senza privarlo della sua dignità, unicità: “ti guardo alzarti senza vestirti, abitare la roccia, scavarti / fino a non scomparire. / ti guardo come si guarda una cosa non viva. come un santo / ti libero del tuo teorema, costruisco per te la mia / ipotesi-alcova”, e ancora: “il tuo corpo nudo e sfinito non è un corpo vero, / fuori di qui non esiste nemmeno. / di lui, mi fido. resta con me / in questa roulotte.

 

Talvolta i temi sociali sono trattati in letteratura in una cornice collettiva, ma qui l'emarginazione nutre, come osservavo all'inizio, la propria irripetibile individualità: Malina è bionda ed eterea come una donna-angelo cantata dagli stilnovisti, la sua vita estrema non la sporca agli occhi dell'osservatrice, che anzi può celebrarne una bellezza che va oltre l'apparenza. Ma non manca la chiara denuncia dell'assurdità violenta in cui ella vive: le due prospettive, la leggiadria del personaggio e l'orrore del contesto, cozzano, stridono dolorosamente a ogni passo: “vederti uscire da un inconsueto vocabolario come / un insulto razziale, finale strappato nell’appendice. / qui vince la specie più forte, chi dice poco e come si dice.”, e la realtà e verità dell'ultimo verso si potrebbero applicare, di riflesso, anche al mondo borghese e integrato, indifferente e governato dalle leggi dell'interesse economico, in cui il poeta è cosa vulnerabile e fuori luogo; anche di questo secondo mondo si può affermare, fuori dall'ipocrisia: qui vince la specie più forte, chi dice poco e come si dice (ciò vale anche per la letteratura) e il corpo di Malina si concretizzerebbe quale inconsueta allegoria di un'essenza del poeta, violata, in pericolo e ridotta all'osso, o correlativo oggettivo di una condizione.

 

Ricorre nella poesia delle donne il tema del corpo. Personalmente, e me ne scuso con le molte che non ne converranno, l'ho sempre considerato un limite, quasi che lo slancio astratto e ideale rimanesse prerogativa connaturata all'universo maschile, mentre a quello delle donne afferirebbero in modo privilegiato la fisicità, la sessualità e la sua scoperta, una materialità che le ricondurrebbe comunque sempre alla terra, con tutti i suoi archetipi di generatrice. Non mi dilungo sull'importanza che ciò ha avuto in una determinata fase storica, sociale e culturale, perché il discorso sarebbe complesso, ma mi preme constatare come Lella De Marchi riesca a coniugare i due aspetti: focalizza sul corpo, ma lo dematerializza, inquadra il tema sociale, ma rifugge dai toni polemici della poesia civile. La poesia nasce dove i due universi, quello fisico e quello metafisico, o almeno una latente vocazione, remota aspirazione, a esso, si toccano, dandosi testimonianza della reciproca esistenza, o, almeno, di un'intuizione della reciproca eventualità, per quanto vaga e smorzata di tutti i toni sublimi della tensione romantica: “il corpo è un’astuzia. una speranza. un’aspirazione. / un tendere verso. / il corpo è la nostra irraggiungibile meta.

 

Anche se il corpo si identifica con il paesaggio squallido e corrotto della vita ai margini, la scena rifugge dalla drammaticità, si mostra nella propria violenza senza toni violenti, senza parole estreme: il linguaggio della De Marchi è meditato e lieve, levigato e semplice, una semplicità che è frutto di un percorso a partire dalla complessità (complesse sono le riflessioni suscitate dal luogo che si spalanca sotto gli occhi), per smontarla e ridurla ai minimi termini, in un disperato tentativo di toccare la verità, se esiste, l'anima delle cose, le ossa del corpo e le proprie ossa. Le parole ci invitano a guardare a fondo, a inventare significati nell'oscurità di alcuni versi.

A tratti, la visione del corpo e il suo paesaggio devastato si protendono verso una forma occulta di misticismo, non perché vi sia estasi a mirare un'umanità derelitta, ma perché vi è una irriducibile astrattezza nello sguardo dell'osservatore, gli occhi con cui Dante vedeva Beatrice, e spira l'ordine del Paradiso lì dove leggiamo: “mi hai divaricata prima di conoscermi come uno / studioso di meccanica celeste. forse sapevo / di cielo e non di terra forse siamo capaci di cambiare / la nostra sostanza.

 

Mi chiedo se gli occhi inquinati d'amore non fossero gli stessi con cui Pier Paolo Pasolini guardava i ragazzi di vita, avvertendo la propria diversità prima della diversità dell'altro. Diverso è il poeta, che percepisce la difformità provando disagio insieme a una ineludibile corrispondenza: “non so eludere la sorveglianza del cuore, la consonanza. / di fronte a te che mi guardi per niente smarrita sembro / un’anguilla, che in ogni postilla vuole fuggire da sé”.

La poetessa prova quasi nostalgia di non essersi abbandonata a un mondo estremo che la sgomenta, ma che, per una volta, l'ha conquistata e sembrava promettere di portarla fuori dalle anguste gabbie della vita dei normali, di consentirle quel salto “oltre” che fa trovare la propria parte più vera: “sembra quasi che devo incontrarti per sapere che posso / sottrarmi a quello che sono, che posso entrare / nella diversità, diventare diversa da quello che sono.

 

Dall'osservazione del “paesaggio” emergono una fascinazione e, in qualche modo, la proiezione: “vieni ed entra a tua volta in questa progressiva ma / inevitabile perdita di leggerezza, c’è una curva nascosta / in fondo alla strada maestra” e poi: “non resto mai dove mi trovo mi trovo più spesso / dove non sono”, e ancora: “chiudere occhi ed orecchie fino a dimenticare il tuo vero / nome [...]”, lì dove affiora un'ambiguità tra il tu della seconda persona e il tu rivolto a sé stessi o, indefinitamente, a ogni interlocutore; e infine: “restare compreso in un corpo che soffre, meglio / se grida meglio se il mio. entrargli dentro sentirlo / senza toccarlo essere lui”.

 

Questo è un libro sociale fuori dalle ideologie, straordinariamente moderno, un omaggio a una donna, colta da una molteplicità di angolazioni, da parte di una donna e soprattutto un omaggio al corpo delle donne come solo una donna può farlo.

Infatti, nell'ultima parte troviamo poesie dedicate ad alcune artiste che hanno trattato in modo sofferto, e talora con esiti tragici, il tema del corpo e dell'identità nel mondo della comunicazione: da Marina Abramović a Gina Pane, da Cindy Sherman a Vanessa Beecroft; si tratta di una personale e sensibile lettura della loro opera, che mira a coglierne il fondamento, la chiave.

Fino alla poesia finale, dove si esplicita e chiarisce ciò che avevamo intuito all'inizio, una diversa identità del corpo della borderline Malina: nel testo di chiusura, che riprende con varianti, come in un refrain, quello di apertura, il cerchio si chiude, e a essere distesa nella roulotte non è più la tossicodipendente violentata, ma Amelia Rosselli; il paesaggio con ossa, le membra sfinite dagli stenti, ridotte al minimo e violate dall'esistenza, sono quelle di un poeta: “Amelia nuda e distesa nella roulotte è un immenso paesaggio con / ossa, vita che vive senza ornamenti di necessari ornamenti”. Il tributo ad Amelia Rosselli e la proiezione dell'autrice in quella condizione estrema di sofferenza e dignità possono così realizzarsi sotto i nostri occhi in modo esatto, portando a compimento l'inquieta geometria del libro, dove tutto termina con una dichiarazione di impossibilità di continuare, di varcare ancora il limite della poesia e di sé stessi: “se non riesco a parlare se non riesco a parlarti se non riesco a / parlarmi perché continuare a.

 




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