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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

L’immagine e la sua complessità. Le macchie di Rorschach

Argomento: Arte e scienza

di Andrea Pighin
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Pubblicato il 23/07/2018 10:23:31

Quello che segue è l'ultimo articolo sul mio blog, La Voce d'Argento; per gli altri articoli potete seguirmi qui.

 

Struttura delle tavole e ipotesi artistica

 

Lo psichiatra svizzero Hermann Rorschach (1884-1922) pubblicò alcune immagini del celebre test sulla personalità nel 1921. Il test si fondava su dieci tavole che presentavano macchie d’inchiostro su una superficie: cinque tavole in b/n, due in nero e rosso, tre a colori.

Le macchie non rappresentano nulla, oppure tutto: non si possono dire davvero astratte, sebbene per alcuni l’interpretazione le renda tali.

Eppure nel test di Rorschach non è importante solo l’interpretazione dell’immagine (il “che cosa” è rappresentato), ma anche se l’immagine sia vista come ferma o in movimento; come siano state interpretate le eventuali sfumature; su quali dettagli si sia concentrato il soggetto; quanto tempo sia stato impiegato e molto altro ancora.

 

L’interpretazione della forma, per esempio, comunica allo psicologo il grado di connessione del soggetto con la realtà. Il colore, invece, come ben descritto dalla tradizione di molte antiche civiltà, è connesso alle emozioni. Il movimento può evidenziare un bisogno di evasione, il desiderio di uscire da una situazione, la volontà di realizzare qualcosa: può indicare una persona con la tendenza a fuggire dalla realtà.

Le macchie di Rorschach sono caratterizzate da un certo fascino, che le ha rese facilmente riconoscibili nei vari media, cinema in primis.

Secondo gli studi di Richard Taylor, dell’Università dell’Oregon, il minor grado di complessità delle immagini evocherebbe un maggior numero di interpretazioni. La varietà tuttavia, benché ridotta al minimo, deve essere presente affinché la figura evochi effettivamente qualcosa di significativo.

 

Non è un caso che la metà delle tavole sia in bianco e nero. Come è noto, in fotografia il b/n ha il pregio di “nascondere i difetti”, in molti casi di ridurre la complessità di un’immagine a favore dei tratti essenziali.

L’artista giapponese Kazuo Shiraga potrebbe in qualche modo ricordare con le sue opere le tavole di Rorschach, così come molti altri artisti nipponici anche precedenti al Novecento. Ma si tratta con ogni probabilità di una coincidenza, forse con un piccolo punto di incontro: da un lato, le macchie di Rorschach invitano l’osservatore a leggere la figura e tramite questa lettura ad indagare se stesso; dall’altro, l’opera di Shiraga aveva valore soprattutto per il gesto compiuto dall’artista, quale esplorazione, talvolta esasperazione, della tradizionale ritualità giapponese, riflesso di una saggezza ormai quasi smarrita.

 

Oppure, le tavole possono ricordare concettualmente un’opera come Abstract Painting (1960) di Ad Reinhardt: un dipinto puro, senza tempo, senza connessioni, disinteressato, con coscienza di sé. Eppure sarebbe ancora inadatto alla definizione delle tavole, che al contrario rispondono ad un interesse, benché risultino essere in una certa misura senza tempo e connessioni.

Il critico d’arte Michael Fried presupponeva proprio questo in un’opera del genere: l’assorbimento visivo dello spettatore e la rimozione di ogni esperienza di temporalità, che – nel caso delle tavole – potrebbe consentire un’indagine dell’individuo smascherando le strutture successive ad un trauma o ad un determinato evento. In tal senso, le macchie sarebbero in grado di fare luce sull’individuo ponendolo di fronte ad un’atemporalità in cui ogni esperienza e sentimento appare come un tutto, quel tutto che descrive la nostra identità.

 

Non si può quindi riconoscere le tavole di Rorschach nel solco della ritualità nipponica, né in esperienze artistiche come l’Espressionismo astratto o il Minimalismo, dal momento che esse evocano una complessità che proviene, certo, dal soggetto che osserva, ma che dipende da una precisa volontà di suscitare questa risposta.

L’elemento che forse rende suggestive le tavole, che da un punto di vista artistico le rende belle, è la forma relativamente semplice e definita, nella quale si inserisce la giusta misura di dettagli. Sono – per così dire – forme dotate di una propria grazia, non complicata da particolari emotivi di alcun genere. Aspetto che per assurdo farebbe venire in mente una scultura neoclassica!

 

Alla luce di queste riflessioni, si possono considerare le tavole un’opera d’arte? Per quanto ne sappiamo, non erano state pensate in questo modo. Non sono state “consacrate” dall’ambiente della galleria e il mercato non ne dà un valore specifico, anche considerando che non esiste un vero e proprio originale (aspetto però che nell’arte contemporanea può essere trascurato).

Esiste d’altra parte una discussione sull’autorialità, non tanto in senso artistico, quanto di diritto, incentrata su chi possa usufruire di queste immagini a livello commerciale, vantando un qualche genere di esclusività.

Ad ogni modo, non è necessario che un’opera d’arte venga concepita in quanto tale per esserlo a tutti gli effetti. Dopotutto, le macchie di Rorschach producono in chi le osserva molte reazioni tipiche di chi ammira un’opera d’arte canonica. Quindi abbiamo stupore, disagio, senso della bellezza, paura e repulsione, in generale l’evocazione di stati d’animo spesso contrastanti. In due semplici parole: fascino e suggestione. Quanto basta – almeno a nostro modesto parere – per considerare queste tavole anche da un punto di vista artistico.

 

Segnatamente, analizzeremo vari aspetti all’interno dei due macro-sistemi di tempo e di spazio. Eviteremo il più possibile di presentare le nostre suggestioni personali (altrimenti, per assurdo, si correrebbe il rischio di divenire a nostra volta oggetto di studio), concentrandoci invece su alcuni valori oggettivi della rappresentazione.

Prima di fare questo occorre però una precisazione. Le macchie di Rorschach sono state studiate affinché determinate forme e sequenze potessero produrre determinati risultati. L’obiettivo di questo test è di fare emergere la personalità prima di tutto attraverso lo strumento della vista. Per quanto queste immagini siano state elaborate in una mentalità scientifica, esse rimarranno sempre ciò che sono, appunto immagini, e come tali hanno in comune fattori (come linee, profondità, sfumature, tonalità, etc.) che le avvicinano a qualsiasi altra raffigurazione di tipo non scientifico.

 

L’individuo e il tempo

 

Il soggetto è dunque posto di fronte alle tavole. Il bianco e il nero aprono da subito ad una concezione duale, non necessariamente di conflitto, ma comunque di confronto. Per millenni si sono prodotte teorie sui colori e sul rapporto tra bianco e nero, non ultima la teoria di Goethe, che attribuì al b/n due valori qualitativamente differenti. Laddove Newton definiva l’oscurità come assenza di luce, Goethe asserì che l’oscurità interagiva con la luce come una polarità “opposta” (il termine è qui solo funzionale al discorso) alla luce stessa.

Nelle macchie di Rorschach questo rapporto produce una serie di sfumature, quasi un chiaroscuro, in cui il colore puro è solo l’elemento di partenza, a livello concettuale, per un’elaborazione della forma tutt’altro che semplice e definita.

 

Ed è proprio la forma, legata a quelle increspature di colore, a determinare il grado di sorpresa nell’osservatore. Il linguaggio non verbale diviene una chiave di lettura molto importante; espressioni e tic nervosi possono rivelare molto del rapporto tra il soggetto e la forma. Ma questa non è che un’indagine che agisce a livello psichico, non già propriamente interiore.

Questo è chiaro nel momento in cui l’osservatore comincia a giustificare, a motivare la propria descrizione. In questo processo può intervenire o meno l’operatore, ma nel complesso risulta centrale il tempo impiegato dal soggetto a formulare una risposta; ciò ancora prima del contenuto di tale risposta.

 

Pur in un contesto sociale che ha ormai quasi anestetizzato i sensi rispetto alla complessità interpretativa, la mente elabora ben oltre la nostra coscienza. Ecco dunque che il soggetto si trova di fronte ad una notevole complessità a livello percettivo, in cui operano diverse dicotomie, quali per esempio pieno e vuoto, luce e oscurità, incombenza e distacco.

Il soggetto interpreta forme e colori attraverso il proprio stato d’animo e al complesso delle proprie esperienze, e nel fare ciò interpreta necessariamente l’immagine in un contesto temporale, poiché è nel tempo che si consolidano ricordi, traumi, sensazioni e aspirazioni. Come già descritto sopra, le tavole favoriscono questa attualizzazione di passato e futuro, aprendo ad una stratificata indagine di sé.

 

L’individuo e lo spazio

 

Secondo molti esperti, la tendenza a girare la tavola per osservarla in diverse prospettive è qualcosa di positivo. In effetti la forma muta, si arricchisce di aspetti nuovi e porta con sé un messaggio più completo. Tuttavia questa è solo una prima, possibile, esplorazione in senso spaziale delle tavole.

Non si dovrebbe infatti escludere un’analisi della profondità, che può persino sfociare nella tridimensionalità, non tanto dell’immagine in sé, quanto del supporto impiegato per rappresentarla.

Ecco allora che l’immagine può essere anche interpretata nel contesto dell’oggetto-foglio, quindi del materiale, dell’eventuale sostegno, dell’ambiente, del tipo di inchiostro.

 

L’osservazione delle macchie porta così il soggetto nel vivo dello spazio e ne attiva tutti i sensi. Si pensi, per esempio, alla tipologia di carta (ruvida/liscia, nuova/ingiallita), al suo odore, al rumore che farebbe se fosse strappata con le mani e via discorrendo.

Sono tutti fenomeni, questi ultimi, dal carattere mutevole, dipendente cioè dal contesto specifico oltre che dalla volontà del soggetto. In qualche modo, è un modo che il soggetto stesso ha di interagire con lo spazio e di accettarne alcune leggi, princìpi, regole. Così come di imporne di proprie.

 

Alla luce di queste considerazioni, forse le macchie di Rorschach si avvicinano di più ad un’opera concettuale: le tavole rappresentano infatti ciò che è nel pensiero dell’osservatore e in modo molto impersonale tendono a plasmarsi in base alla sua volontà interpretativa.

Così dunque, tanto nella prospettiva temporale quanto in quella spaziale, ciò che avviene con l’osservazione delle macchie di Rorschach è una circoscrizione.

Abbiamo già affrontato questo aspetto nel discorso sulla settorialità (qui): l’uomo ha appunto la necessità di circoscrivere una parte del reale per poterla analizzare. Ne nasce dunque una categoria, che a lungo andare può divenire per esempio un campo specifico di studio. Più la categorizzazione diviene complessa, più sfugge il significato complessivo e ci si perde nel molteplice.

 

Apparentemente, l’unico modo per ritrovare un senso nel caos che si è creato è quello di concentrarsi su una o poche categorie specifiche, costruendo su di esse la nostra particolare realtà, individuando però quello che è il significato complessivo.

Nel caso delle macchie di Rorschach, le categorie mentali svolgono un ruolo fondamentale e proiettano l’osservatore in una realtà che ha significato solo se il soggetto è in grado di gestire il suo contatto con una forma specifica.

Il problema, infatti, non è tanto la realtà che ci accingiamo a costruire, quanto il rapporto, o meglio, l’apporto (umano, etico, virtuoso) che intendiamo portare a quella specifica realtà.


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