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di Ninnj Di Stefano Busą (Biografia)

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Pubblicato il 16/09/2013 13:04:02

La poetica di Ninnj Di Stefano Busà  (poesie tratte dalla raccolta inedita, vincitrice del Premio IL PORTONE, Pisa, 2013)

 

a cura di Roberto Carifi

 

Una distanza tra il grido e la ferita: la poetica di Ninnj Di Stefano Busà.

Quasi tutta l a sua opera si affaccia sul silenzio percorrendo tutte le strade del dolore e dell’assenza.

Del resto i poeti, quelli veri, giungono all’ultima parola dopo aver

percorso fiumi «di dolore e di destino». L’autrice sa cos’è il lento

dipanarsi della vita, «la distanza tra il grido e la ferita» e sa

come attraversarli, come portare la sua croce, e tuttavia sa come

si spegne «la nuda realtà della sete». La realtà della sofferenza

(del dukkha, per dirla con il pensiero buddista) è in quasi tutte

le poesie di Ninnj Di Stefano Busà per superarlo, per raggiungere

il silenzio, la pace. Tuttavia bisogna viverlo il calvario della

vita, fino in fondo, fino all’abisso, fino quasi a scorticarsi l’anima.

«Ogni piccolo filo d ’orizzonte / si ritrae, si ripete la meraviglia / che

serve alla cecità / per estinguere il suo pianto». Versi alti, di una

poetica che resta ai bordi della sofferenza, persino del male dettato

dal destino. Il tragico, ricorda Hoderlin, ha più fato e virtù

atletica, rispetto a ciò che è dùsmoron, privo di destino.

Ma Ninnj Di Stefano Busà vuole liberarsi dal destino, preferisce il silenzio, la libertà, l’apertura d’ala.

La sofferenza è il sottofondo della sua scrittura, ma la liberazione è lì,

a portata di mano. La poesia di Ninnj Di Stefano Busà è bagnata da quella forza contemplativa che ha in sé la rivelazione e il dono è accostabile al ringraziamento che fa di ogni lingua poetica una pietà del pensiero. A volte si ha l’impressione di sentirla quasi respirare, offrirsi all’esterno, all’aperto, all’infinito, essere tutt’uno con la libertà che caratterizza in fin dei conti, la sua poesia.

 

                                                                                      Roberto Carifi

Sembrano prendersi gioco dell’ora

le sciabolate di luci imminenti.

Ti corre un brivido fragrante di felicità,

quello che s’insinua tra le tamerici e il nulla,

il frutto acerbo era la giovinezza.

Così spalmo l’ineguagliabile acqua serena

sulla fronte del dio, profetizzo altri templi

e sentieri con la stagione del miele,

mentre le salmastre acque

si fanno opalescenti e sorridono al cielo.

 

 ***

 

Nel grido del sole c’è lo splendore

autunnale, stupiscimi col tuo nettare acerbo,

declina i tuoi lembi azzurri

sul portale di memoria

che ci è appartenuta come emozione,

ora radice dilapidata e sofferto dolore.

M’incanta l’ebbrezza, un lungo brivido di pioggia,

le ombre nei riflessi dorati della giovinezza.

con te ritrovo quel doloroso miele dell’abbraccio.

 

*** 

 

Momenti d’erba scioglie la sera,

un desiderio che stringe il mondo

nel suo oscuro moto,

e respira venti di tempesta il suo stupore,

perdendosi nel folto della siepe,

tra ali di ortiche e aquiloni.

 

 Un sentiero di luce costeggia

il sereno dei tuoi occhi.

vi è il respiro frale del giorno,

la salsedine delle marine assolate,

le mareggiate notturne, nel gioco delle trasparenze.

Noi siamo lì con la spietata illusione:

le palpebre chiuse e quella poca argilla

tatuata in seno – ombre celate tra la resina e la pelle –

 

 

***

 

Raggiungere il confine,

misurarne il suo perimetro di pietra,

il tempo che trasmuta in appunti

di diario necessari a immunizzarsi:

ai silenzi, ai tempi, ai luoghi

che si travestono di passato

per escluderci.

 

 

***

 

 

Può venire solo dal labbro

la parola amata, a piegarci,

senza l’ombra di peccato,

oppure volgere lo sguardo al bene prezioso,

alla tenera notte che artiglia la tenebra,

a custodire quel tuo sorriso

come un sole sbucato dall’inverno,

o regalare la neve come un giorno felice

che arrossisce alla luce.

Di ogni cosa resta la fitta malinconia

sul filo del tempo, a riparo dalla sorte. 

 

 

*** 

 

La notte ha occhi seducenti,

dal sogno evoca l’oro di memorie,

si fanno lente come clessidre vuote

all’ombra delle attese le ore,

alzano vessilli d’alba, reti di dolore,

sfilano come lame sul velluto

le giostre colorate dalla luce,

preparano il giorno al sangue già versato,

agl’immemori presagi della resa.

Sarà ancora dubbio questa disarmonia

di canti? Artiglio delle favole incompiute

scioglie la nera uniformità notturna.

Ogni silenzio è guado in mare alto,

vena di attracco lungo il bordo scuro,

riarso dei ricordi.

E non vorremmo migrare in altri luoghi

che quelli di un cielo di cobalto.

uccelli migratori ora smarriti

non sappiamo chi ci salverà.

 

 


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