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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Il diario di Viola

di Katia Petrassi
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Pubblicato il 15/12/2008 12:20:42

La data sulla copertina indica “Anno 2003”, ma in realtà sto scrivendo dal futuro. Non siamo nel 2003 e non è neanche il mese di gennaio. Il calendario convenzionale stabilisce che oggi è il 2 giugno 2008, ma il tempo, si sa, a volte fa strani scherzi, sembra rallentare e dilatarsi, per poi riprendere veloce la sua corsa. Per quanto mi riguarda il tempo dell’Amore (quello con la A maiuscola) si è fermato con un tonfo sordo e improvviso al 12 marzo scorso. Da allora la mia vita, o almeno la percezione che ho di essa, si divide in un prima e un dopo 12 marzo, la mia personale linea di confine tra il sogno e l’incubo. Da quel lontano mercoledì il tempo ha smesso di scorrere come un placido compagno ed è diventato attesa snervante, incertezza, baratro di solitudine e abisso in cui riecheggia l’eco dei miei “perché” senza risposta.

La cosa curiosa è che inauguro un nuovo diario, o meglio tiro fuori dal cassetto vecchi diari mai usati, nei momenti più bui, (come quattro anni fa... ma quella è un’altra storia), quasi li serbassi apposta per le occasioni difficili, in cui so che la loro complice presenza mi potrà essere d’aiuto. Mi guardo allo specchio e cosa vedo? Una cascata di riccioli neri - quei ricci con cui amava tanto giocare - che incorniciano un volto pallido e due occhi arrossati di pianto. Li abbasso sul foglio bianco, che si presenta impeccabile al suo primo appuntamento con la mia calligrafia, sempre meno aggraziata e tondeggiante, quasi stento a riconoscerla. Eppure sono sempre io: ho 29 anni, un nome insolito e colorato e uno stage che spero si trasformi in un contratto di lavoro. Con Gabriele ho trovato la voglia e il coraggio di lasciare il nido, ho dato una svolta alla mia vita, imparando a considerarmi donna prima che figlia, pronta ad assumermi le mie responsabilità e ad affrontare le insidie del mondo accanto all’uomo che amo. Abbiamo preso un appartamento in affitto, ci siamo stancati e divertiti nel sistemarlo, giornate di lavoro che ci facevano crollare a letto con le braccia indolenzite, ma felici. Poi è stata la volta dei pomeriggi trascorsi a curiosare tra le vetrine e i mobili d’arredo, con occhi sognanti per scegliere che volto dare alla nostra mansarda. Nella più assoluta libertà ci siamo lanciati in progetti e piccoli acquisti, dettagli che però rendevano unica e speciale la nostra casetta da cui si vedono le stelle e il chiaro di luna, nelle notti limpide. Questo piccolo rifugio dove avremmo potuto amarci ascoltando il rumore della pioggia o inondati dalla luce del sole, stretti in un abbraccio senza tempo, che è il modo più bello di addormentarsi, con la certezza che al tuo risveglio il calore di quel corpo sarà ancora lì… ci sono state mattine di colazioni a letto e coccole, pranzetti cucinati con amore e dedizione, cene a lume di candela e balli improvvisati sulle note di un cd per noi speciale. Fino al 12 marzo. Fino al momento in cui, rincasando la sera, non ho trovato i cassetti vuoti e un biglietto sul tavolo, come nella peggiore delle pellicole. E il mondo, pian piano, ha iniziato a crollarmi addosso.

Lui poi è tornato per qualche giorno, è nuovamente ripartito... ed io sono rimasta qui, ancorata a quel sogno che stavamo vivendo, che non era chimera irrealizzabile, ma un presente reale che mi faceva guardare con fiducia all’avvenire. Io, che ho sempre avuto timore del futuro, avevo scelto di crederci, di viverlo. Cosa sia davvero successo, forse, lo sa solo lui. Ho chiesto e atteso inutilmente che mi aiutasse a far luce nel buio surreale di quel tunnel in cui all’improvviso eravamo finiti. Dove lui ci aveva portato. Ho provato ad interrogarmi, ad analizzare gli ultimi mesi di convivenza, che ci avevano visti così sereni e propositivi, facendo appello ad una razionalità che mi costringeva a fare a pugni con i sentimenti. In tutta onestà, l’unica cosa di cui posso rimproverarmi è di aver riposto così tanta fiducia in un uomo che non è stato capace di parlarmi delle sue inquietudini e dei suoi timori, tagliandomi fuori dalle sue scelte. Scappare non è una soluzione. Scappare di nascosto è doppiamente umiliante. Codardo. Ho sempre cercato di mettere al primo posto la sincerità e il dialogo nel nostro rapporto, sono convinta che aprirsi con fiducia all’altro, lasciandosi anche aiutare, se occorre, sia l’unico modo per mettere solide basi. Con Gabriele ho sempre dato il 100%, non mi sono mai tirata indietro, mostrandomi disponibile e comprensiva (forse troppo? mi chiedo ora). Nonostante questo lui non è ricorso a “noi”, ma ha preferito agire di nascosto, come un vigliacco, che ascolta solo se stesso e autogiustifica le sue azioni.

La partenza vera e propria, da cui non è tornato dopo pochi giorni chiedendo perdono, è quella del 2 aprile: ha detto di avere bisogno ancora di qualche giorno, per fare ordine nella confusione dei suoi pensieri e capire perchè stava facendo una cosa simile al "dono più bello che la vita gli avesse mai fatto"… che buffo, oggi sono esattamente trascorsi due mesi, peccato che non sia una ricorrenza da festeggiare... O forse sì, ma non ho la forza e la lucidità per capirlo. Appena le lacrime si saranno asciugate, consentendomi di vedere con chiarezza e senza sbavature, chi lo sa, forse sarò in grado di cogliere la bellezza di un nuovo capitolo della mia vita, ancora tutto da scrivere. E saranno pagine al profumo di Viola.

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