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Il pifferaio magico

di Piera Colombera
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Pubblicato il 31/01/2016 19:23:01

              

La strada che collega le frazioni del paese dove mi hanno assegnato una supplenza in una pluriclasse a tempo pieno è completamente deserta. Devo raggiungere a piedi la scuola per il turno pomeridiano.

Sono scesa dal pullman alla fermata precedente ma arriverò tranquillamente in orario. La passeggiata nell’aria fresca di maggio, a seicento metri sul livello del mare, mi conforterà della stanchezza e del precoce risveglio.

 

Non passa nessuno, non c’è nessuno oltre a me.  Da una parte la strada corre  accanto a un bosco di larici e betulle, dall’altra a uno scosceso dirupo.  La vista dei pascoli, che si rincorrono fino ai piedi dei monti più alti, in fondo all’orizzonte, è un panorama che mi riempie di gioia e riconoscenza.

Improvvisamente, dal fondo della strada in salita, che scollina verso il centro del paese, spunta un ragazzo che corre trafelato, come se fosse inseguito.

Indossa un maglione bianco e blu e jeans strappati, forse per moda oppure solo per usura; avrà circa vent’anni.

Attraversa correndo la strada e si butta nel bosco alla mia destra cercando rifugio tra gli alberi. In mano ha una pistola.

La mia sorpresa, mutatasi in paura, paralizza e confonde sul da farsi lasciandomi immobile, a bocca aperta, a osservare la scena.

Con gli occhi cerco un riparo ma non faccio in tempo a trovarlo; tutto avviene in pochi lucidi attimi.

Il ragazzo è inseguito da un  uomo alto e magro, con folti capelli scuri che ondeggiano nella corsa, come i vestiti. Scende verso di me, anche se non sembra vedermi.  Cerco di scansarlo, invece mi raggiunge e butta a terra. Cava una pistola e, facendosi scudo con il mio corpo, prende la mira e spara: uno, due, tre volte.

Uno stormo di uccelli si leva improvviso dal bosco mentre gli spari rimbombano riecheggiando sui pascoli intorno fino ai monti lontani.

Scorgo il ragazzo dal maglione bianco e blu barcollare e cadere.

Sopraggiunge il suono di un camion; l’uomo getta la pistola nel pendio a sinistra della strada e ci spinge anche me.

- Non vuole testimoni, deve farmi fuori. - ho il tempo di pensare, mentre inciampo e volo a terra sparpagliando la borsa e le cose in tasca del giaccone. La testa sull’erba, a un palmo da un sasso isolato.

Con improvvisa lucidità rivedo la scena ripetersi, simile ai fotogrammi di un film di cui non so ancora il finale.  Stento a credere di essere uno degli attori protagonisti e invece non sono che l’unica testimone di un omicidio consumato su unatranquilla strada di montagna.

Troppo bella per questo genere di cose!  Ma chi ha detto che gli omicidi avvengono solo in posti squallidi e lontano dalle bellezze della natura?

Finalmente il muso di un camion sporge il labbro della ruota verso il bordo della strada. Non vedo che quello; la mia testa è premuta a terra dalla mano omicida. 

Non rallenta, non ci ha visto, prosegue il viaggio lasciando alle sue spalle un ferito, o forse è morto, un assassino e me, ad un inatteso destino.

In quel punto il pendio non è abbastanza ripido e purtroppo non sono rotolata giù, lontano dalla mano dell’uomo che, raccattata la pistola, mi tira su per un braccio per puntarla alla testa.

Stringo gli occhi, tremando gli dico di baciarmi.

Con aria sorpresa e sconvolta mi bacia davvero stringendo la testa fino a farmi male poi, di colpo, mi lascia andare.

Anche la sua furia omicida sembra averlo abbandonato. Si avvicina, accarezza i miei capelli, piange. 

Sono terrorizzata, intuisco che, forse, posso ancora salvarmi; un filo di speranza al quale mi aggrappo con tutta la forza possibile.

Penso al ragazzo nel bosco, forse è ancora vivo.  

Non passa nessuno che possa aiutarci, non so che ne sarà di me. L’omicida mi sequestrerà, l’aiuterò a nascondersi o mi ammazzerà, come voleva fare dianzi?

Non arriverò a scuola, non potrò avvisare che sono stata trattenuta da un grave contrattempo. Nessuno verrà a cercarmi, almeno fino a sera quando mancherò all’appuntamento per la cena.

Il mio cellulare è spento, senza batteria. Perché, perché ieri sera non ho pensato a caricarlo?

L’uomo mi trascina di là dalla strada, nel bosco, fino al corpo riverso delgiovane con il maglione bianco e blu. Una macchia di sangue circonda la sua testa immobile e pesante.

Vorrei toccare il suo corpo ancora caldo, ma non riesco.

- Perché, perché l’hai ammazzato? - Sussurro tremando.

Mi guarda di sbieco con una smorfia di dolore che nasconde tra le mani sporche di sangue. Mani lunghe e bianche, non mani assassine. 

Il volto scavato, occhi scuri allungati all’insù, barba appena spuntata, solo un po’ più lunga sul mento: ha un’aria familiare  quest’uomo, non lo diresti un assassino!

- Il fatto è che ha appena ammazzato qualcuno! Dev’essere uno psicopatico;  attenta! -     mi metto in guardia da sola.

L’uomo tasta il polso del giovane, sfiora il suo corpo scrollando la testa, geme e urla:  - Nooo, merda, nooo! - e poi – Aiutami, aiutami a nasconderlo!...  Cosa ho fatto, cosa t’ho fatto, povero ragazzo mio! - abbraccia il corpo soffocando le urla.

Come una furia strappa le lunghe foglie di felci che crescono intorno e poi ricopre il corpo senza fermarsi più a guardarlo.

Quindi, confuso e impazzito di dolore, si aggrappa al mio braccio. Cerca un appiglio, un senso da dare a se stesso e al giovane corpo immobile e ricoperto di felci. Cerca il conforto che non può trovare, poi urlando esclama:

- Era mio figlio; mi odiava...- Scaraventa rabbioso un sasso lontano, in basso, tra gli alberi lunghi e silenziosi del bosco sgomento.

Si volta e grida ancora - E adesso? Che devo fare? Ammazzare anche te? Ammazzare tutti? –

Mi stringo nel giaccone e premo le mani scorticate sul petto e sulla pancia per contenere cuore e viscere che tentano di uscire arrendendosi all’insopportabile paura. La testa svuotata, incapace di pensare, ciondola come un palloncino rimasto impigliato a un cespuglio di rovi.

- Forse…- penso - forse qualcuno avrà sentito gli spari e le urla dell’uomo; forse qualcuno arriverà in tempo liberandomi da chi prima ha ammazzato suo figlio e ora lo piange - .

L’uomo mi tira a sé per un bacio disperato, per accattivarsi la mia complicità, penso. M’arrendo, contraccambio il bacio, come se non  avessi visto e sentito niente, come se la tragica situazione non mi appartenesse, come se fossi altrove, a un appuntamento con lo stesso uomo di cui non so nulla, solo che mi attrae in modo irresistibile. Qualcosa in lui mi ha stregato, forse il gitano sorriso e il guizzo folle degli occhi all’insù…

Che ci faccio qui? Mi scrollo, cerco d’impormi un filo di ragione, di vedere la realtà. Non è una storia romantica, è una storia di morte!

Di che sarà capace, fin dove arriverà la follia di quest’uomo dalla bellezza in contrasto con un comportamento tanto crudele?

Disposta a tutto pur di salvarmi la vita, voglio uscire dall’incubo e allontanarmi prima possibile dalla follia di chi mi trattiene.

I topi di una famosa favola, incantati dal flauto di un pifferaio, si lasciarono portare fiduciosi lontano dai loro rifugi, ma andarono incontro alla morte. Non sapevano che li attendeva la fine.

Così io, mio malgrado, sto seguendo quest’uomo sconosciuto, bello e assassino, verso una  fine che invece conosco, una fine senza salvezza.

Gli ho consegnato la mia vita, ma no, se l’è presa e come i topi della favola lo seguo senza pensare... Non ho alternative per salvarmi.

- Vieni -  mi dice trascinandomi in giù verso un sentiero che si intravede appena  nel bosco. - C’è una vecchia casa di boscaioli. Non è abitata; ci rifugeremo lì, almeno fino a domani.-

- E… e… e lui, e…tuo figlio?- domando con un filo di voce.

- Lo seppelliremo più tardi. - risponde con voce fredda e distante. - Ma non mi dire altro! - urla di nuovo sconvolto - E’ finita per lui… Lo so, lo so, non doveva finire così! - 

Scuote le spalle, si volta e mi guarda torvo, infuriato, di nuovo diffidente.

Tasta la pistola attraverso la tasca dei pantaloni, ma non  è giunta l’ora di usarla contro di me.  

Mi trascina lungo il pendio, fino al sentiero che corre seminascosto dall’erba alta e dagli sparuti cespugli di mirtillo e rododendro.

Arranco a fatica dietro al folle pifferaio, per stare al suo passo veloce, per non indispettirlo e prolungare la mia vita precipitata in un baratro di cui non vedo la fine.

La vecchia casa è una capanna diroccata, solo per metà in muratura, il resto è un ammasso di assi, pietre e lamiere malamente legati e inchiodati insieme.

Nell’ingresso, un tempo deposito e riparo per la legna, scorgo un’accetta arrugginita infilata in un ceppo, un secchio ammaccato di zinco e legna sparsa dappertutto in pezzature diverse.   Entriamo nell’unica stanza, disabitata da tempo a giudicare dalle ragnatele che penzolano polverose e  dallo stato di completo abbandono.

Il vetro rotto della finestra ha il foro tappato da nastro adesivo ingiallito.

Ci guardiamo intorno: un camino nero di fuliggine, un tavolaccio, due sedie azzoppate e uno sgabello di legno consumato dai tarli.  In mezzo due reti con un pagliericcio sbiadito e macchiato. A fianco la porta semiaperta e scardinata di un gabinetto alla turca.

Dappertutto escrementi di uccelli e balle di iuta sporche e strappate.

Il pifferaio, soddisfatto del rifugio, cerca la mia approvazione e prova a scherzare, fa l’occhiolino invitandomi a rendere accogliente il nascondiglio, il nostro nido di lusso!   

Ride, ride nervosamente. Ride forte e mi sequestra la borsa per rovistarla.

Seduto sul bordo del pagliericcio, con il capo chino, rovescia il contenuto: cellulare, fazzoletti, portafoglio, poi apre i documenti. Guarda le foto, ride sfogliando la mia agenda, ride leggendo una poesia che ho annotato su un foglio strappato. Non     fa    in    tempo   a   leggerla   tutta.  

Uno sparo rimbomba nella stanza; il pifferaio, portando la bella testa all’indietro, si accascia sul letto e scivola a terra.

Una macchia di sangue si allarga sulla camicia.

Balzo all’indietro, incredula e tremante guardo la pistola che stringo in mano realizzando il pensiero di non aver mai sparato prima.

L’uomo è a terra, scomposto, immobile, gli occhi sbarrati, un ghigno di sorpresa sul volto. Come può essere breve il passo dalla vita alla morte!

- E’ finita! Non più prigioniera… è finita!

Cosa sarebbe stato altrimenti di me, di te, di noi? Perché hai ammazzato tuo figlio? E’ una ragione che non so immaginare, che non hai avuto il tempo di raccontare. E’ una ragione che non saprò mai.

Come incantavano i tuoi begli occhi da zingaro! Quanti hanno ingannato il tuo sorriso e la febbrile voglia di vita dei tuoi nervosi ed eleganti movimenti ? 

Ho messo fine alla tua vita e fine all’incubo piombatomi addosso come un fulmine.

Ho reso giustizia anche se non potrò riportare in vita il ragazzo dal maglione bianco e blu. Lui m’avrebbe raccontato di te, di voi, del vostro amore mancato.

Con un rumore sordo e meccanico la pistola, scivola dalla mia mano e rimbalza sulle pietre  del pavimento. Torno in me, la raccolgo, la spolvero e la infilo nella tasca del giaccone. Finalmente fuggo dalla casa.

Via, via dalla morte, dalla truffa, dall’incanto di un folle pifferaio; via da una giustizia ormai fatta.

Risalgo il bosco, passo accanto al cumulo di felci sotto il quale riposa chi non ho potuto aiutare.  Mi rannicchio vicino, con la mano sfioro le foglie all’altezza del volto. Rabbrividendo e trattenendo a malapena i singhiozzi sussurro: - Ti restituisco la pistola. L’ho usata!  E’ stato facile, non l’avrei creduto! …

Caro ragazzo, è come se ti conoscessi e non sono passate che poche ore, forse una, un’interminabile ora, da quando ti ho visto. -

Come ti chiami?  Correvi, perché non hai continuato a scappare? -

Raggiunta la strada asfaltata mi sbraccio per fermare un’ auto che mi porti lontano da lì, verso la definitiva fine dell’incubo.

- Ci sono due morti nel bosco; uno l’ho ucciso io - . Riesco a dire al conducente  che mi guarda preoccupato e impaurito, con lo sguardo più stravolto del mio.


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