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Binari che entrano sotto porte di magazzini chiusi

di Toni Iurato
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Pubblicato il 23/02/2009 10:29:13

Binari che entrano sotto porte di magazzini chiusi

A Denis Santospagnuolo


Come l’aria da un palloncino, il tempo dall’estate esce. Con lo stesso rumore. Stipa con metodo il borsone, mio padre; e mia madre, con mano tremante, versa un tè battezzato alla menta, dentro il collo della bottiglia. Cala giù, nella mia stazione, dalla collina, la luminosa brezza del mattino. Seduto, sotto la tettoia muta, guardo il sedime macchiato d'olio antico, e la gramigna; fra le traversine cotte dal tempo, cicche sfibrate dalle canicole. L' aria secca, tra Scicli e Modica, profuma di frutti vizzi, e resine bruciate, sui rami. Da Modica ad Ibla, il motore si sfianca in salita; e a Genìsi, dei binari arrugginiti si perdono, sotto la porta azzurra di un magazzino ormai chiuso. Rughe di pece, tra Genisi e Donnafugata, sulle pietre dei muri. Bevo tè alla menta, tra Comiso e Vittoria, e ad Acate, ancora, binari muoiono, sotto la porta di un altro magazzino chiuso. Da Acate a Gela, attraverso Birillo, i mille riflessi dell’anic, e l'odore di marcio petrolio. A Gela si cambia; un ragazzo col chiodo all’orecchio mi chiede dei soldi, a Butera. Sono alte e nere, le zolle su un greto, da Butera a Falconara. Un uomo in canotta guarda il treno passare, e sotto il sole dormono le macchine di un cimitero, tra Falconara e Sant’Oliva. Dove vanno i binari arrugginiti, che si perdono ancora, sotto la porta di un magazzino chiuso, nella stazione? Da Sant’Oliva a Favarotta, una mucca bruca le stoppie, di una collina gialla. A Favarotta, una bambina col pollice in bocca, stringe la mano di un uomo con la sigaretta. Una locomotiva morta a Favarotta; e tra Campobello e Delia, i soliti binari, perduti sotto la porta di un magazzino chiuso. Una vecchia tabella a Canicattì; e un controllore a Serradifalco. Da Serradifalco a San Cataldo, il treno si ferma tra le cicale; e da San Cataldo a Xirbi, un edificio a due piani, con l'erba cresciuta davanti al portone. Da Xirbi a Mimiani, sotto un ponte, c'è un trattore; e a Bosco Saline, i vecchi binari muoiono, sotto la porta di un magazzino chiuso. Da Bosco Saline a Marianopoli, un campo coltivato; e a Marianopoli, un uomo con la pancia sporgente. Da Marianopoli a Villalba, una ringhiera spezzata; e da Villalba a Vallelunga, un bosco di eucalipti e un greto, a lato di un un parcheggio, vuoto. Tra Valledolmo e Mercatobianco, una collina, e sulla collina, un sentiero. Nella stazione, lo sapevo, binari arrugginiti, viaggiano altrove, sotto la porta ad arco, di un magazzino chiuso. L’ombra del treno, da Mercatobianco a Roccapalumba; e un campo di fichi, tra Roccapalumba e Monte Maggiore Belsito. Tra Montemaggiore Belsito e Causo, un paese lontano; e una foglia secca, che gioca col vento, tra Causo e Sciara; il sole, di là dalle colline; e il riflesso di una finestra, a Cerda. L’orologio d'una stazione, tra Cerda a Fiumetorto. Il lamento della littorina e la Centrale Majorana, tra Termini Imerese e il mare, sa di sale il sedime, a Trabìa. A San Nicola, il fischio del treno; e nella stazione, ancora binari arrugginiti, sotto la porta ingiallita, di un vecchio magazzino chiuso. Tra San Nicola Casteldaccia, attraverso Altavilla, un’avemaria. E da Casteldaccia a Bagheria, per Santa Flavia, una ragazza con la testa sulle spalle, dice al telefono: “finchè non si scarica, parliamo!”. Da Bagheria a Villabate, un antico acquedotto; e da Villabate a Brancaccio, il controllore alla ragazza: “non la posso aiutare”. Da Brancaccio a Palermo, luci lontane, blu, mute, ad intermittenza, nel rosso tramonto sul ponte di via Oreto.




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