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Il caso Thomas Bernhard

Argomento: Letteratura

di Giovanni Baldaccini
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Pubblicato il 22/04/2024 12:04:51

 

 

                                                            “Lo stato di totale indifferenza in cui mi trovo, così Karrer,

è uno stato filosofico da cima a fondo”.
(T, Bernhard, “Camminare”, Adelphi, Milano, 2018)

 

 

 

Non mi era mai capitato di leggere di fila tre romanzi di uno stesso autore. In genere, quando ho finito di leggere un romanzo di un determinato autore, quando ho finito di lasciarmi penetrare dal suo pensiero, di pensarlo; di vivere il suo sentire, di sentirlo; di condividere insomma il suo mondo, di penetrarlo come se fosse mio, abitarlo, percorrerlo, inseguirlo a volte; quando ho finito di fare tutto questo, passo ad altro. Intendo dire ad altro autore, mondo, pensiero, sentimento, condivisione, inseguimento, se occorre. Questa volta no. Questa volta, terminata la lettura di un romanzo di Bernhard, ne ho letto subito un altro e, terminato anche quello, un altro ancora. Nell’ordine, mi riferisco a “Camminare”, “Antichi Maestri”, “Perturbamento”. Alla fine ho letto anche tutti gli altri. Ho camminato con lui, a lungo; non sapevo perché.

“Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì...perché non c'è nulla di più orribile di dover camminare da soli di lunedì”. (T. Bernhard, Camminare, Adelphi, Milano, 2018).

Terminata la compenetrazione con un certo mondo – vedremo quale – ho desiderato non uscirne, restarvi dentro, percorrerlo di nuovo anche se in altro libro. Ho desiderato sentire ancora quei pensieri, inseguirli, esserne inseguito, perché Bernhard, se provi a lasciarlo, ti insegue, e non è facile liberarsene.  Il suo è un veleno sottile, avvolgente, che può creare una dipendenza. È come la campana di un paese, un paese piccolo, estremamente definito, privo di sorprese: ti suona nella testa, senza sorprese.

Un paese minuto e, proprio per questo, inesorabile: non se ne esce, perché il mondo è tutto lì. Non ne esiste un altro. Una specie di prigionia; senti che ti opprime, ma non vuoi uscirne, Cosa al di fuori? Certamente non Bernhard, non il mondo minuscolo e terribile che stai abitando, ma è di quello che hai bisogno. Un paesino piccolo e terribile, che somiglia solo a se stesso. E si ripete, si ripete ininterrottamente: un labirinto da cui non si può uscire.

Quella campana suona, rintocca, ti penetra, ti perseguita, ti affascina, ti assorda, ma vuoi continuare a sentirla. È un suono martellante ed avvolgente al tempo stesso. Ti martella e ti avvolge in spirali di parole che creano intorno a te un labirinto di pensieri di cui non trovi l’uscita. Respiri male, non respiri, vorresti fuggire ma non sai come né da dove. Non c’è luogo e non c’è tempo nel pensiero di Bernhard: sottrae punti di riferimento. Tutto si riduce a lui e in lui si estingue. Leggere Bernhard è come impazzire. Per questo continui a leggerlo: per evitare di impazzire.

Non parlerò di quei romanzi, non ne traccerò la trama: non esiste una trama. I romanzi di Bernhard non sono avvenimenti, luoghi, persone. Si tratta di un monologo, un soliloquio estremo, ma non in prima persona: è un discorso riferito. In pratica, è qualcuno che parla di qualcuno e, parlandone, lo fa parlare. Ma chi parla non appare mai, tranne che per riferimento. A volte, si inserisce anche un terzo personaggio, sempre riferito e, comunque, anche chi riferisce non racconta in prima persona: riferisce. Tutto è indiretto.

La scena è unica, stabile, non cambia mai. Che sia una strada, un palazzo o un museo, la scena è fissa, come fissi sono i personaggi che da quella scena non si muovono. Nei romanzi di Bernhard, in pratica, non accade niente, tranne che una fissità continua di parole. Noto di sfuggita che, nei suoi romanzi, non esistono capoversi.

Accadono parole. Un flusso di pensiero ininterrotto, analitico, freddo, seghettante e ripetuto, che si allontana e torna, ripetendo temi attraverso frasi ripetute cui, a volte, si aggiunge un’unica parola: da ripetere, alla fine della frase già ripetuta. E così via, di seguito.

Un pensiero ossessivo, al limite della follia, tanto che, seguendolo e volendolo seguire, sei portato a chiederti se non stai diventando pazzo. I libri di Bernhard andrebbero chiusi di getto, dopo poche righe. Né riaperti. L’ho fatto più volte, riaprendoli sempre. L’ho detto: non si esce da quel labirinto; non si vuole uscire. A un certo punto è inevitabile chiedersi: ”perché fa così?” La risposta è: per non impazzire.

In ultima istanza, Bernhard rinchiude il proprio pensiero in un manicomio privato, interiore, dove non c'è cura e si è liberi di essere pazzi. Bernhard scriveva per evitare di impazzire sentendosi libero di essere pazzo. Nel manicomio chiuso dei propri soliloqui ossessivi egli costruiva un contenitore, un vero e proprio contenimento alla follia che altrimenti lo avrebbe travolto. I romanzi di Bernhard sono mura mentali costruite per contenere un flusso incontrollato di pensieri che altrimenti lo avrebbero fatto impazzire. All'interno di quel luogo senza cura ma sicuro, Bernhard poteva controllare il flusso che lo pensava e renderlo proprio, altrimenti ne sarebbe stato vittima. Non che quella costruzione fosse volontaria; era tuttavia salvifica.

Cosa esprime quel pensiero? Disgusto. Per qualcuno, per qualcosa? Per tutto. Un disgusto, direi, cosmico, assoluto, globale, che finisce col disgustarsi del disgusto stesso. Una critica sociale che coinvolge tutte le forme dell’esistere cui, inevitabilmente, l’uomo dà vita. Oggetto primario di accanimento è lo Stato e l’orrore cui lo Stato ha dato forma e sostanza corrompendo l’uomo che, da parte sua, sembra essere stato estremamente corruttibile, addirittura lieto di esserlo. Perché l’uomo è una mostruosità, un errore, anche nell’Arte. E la storia, la storia umana, nella visione di Bernhard, è semplicemente una storia morta.

“Dunque l’arte è senza dubbio quella di sopportare l’insopportabile e di non sentire ciò che è orribile come tale, cioè orribile. Definire quest’arte come la più difficile, è ovvio. L’arte di esistere contro i fatti, dice Oehler, è l’arte più difficile. Esistere contro i fatti significa esistere contro ciò che è insopportabile e contro ciò che è orribile, dice Oehler. Se noi non esistiamo costantemente contro ma solo costantemente con i fatti, dice Oehler, andiamo a fondo in brevissimo tempo. Il fatto è che la nostra esistenza è un’esistenza insopportabile e orribile, se esistiamo con questo fatto, dice Oehler, senza esistere contro questo fatto, andiamo a fondo nel più miserabile e nel più comune dei modi… E’ sempre un problema di freddezza mentale e di acume mentale, dice Oehler. La maggior parte delle persone, dice Oehler, non ha né freddezza mentale né acume mentale e non ha neppure intelletto. L’intera storia sino ad oggi ne ha dato senz’altro prova. Ovunque guardiamo, né freddezza mentale né acume mentale, dice Oehler, il tutto è una gigantesca storia, spaventosamente lunga, priva di acume mentale e di freddezza mentale, e quindi priva di intelletto. Se guardiamo alla storia, qui deprime in particolare la totale mancanza di intelletto, per non parlare poi di acume mentale e di freddezza mentale. In tal senso non è un’esagerazione dire che tutta la storia è una storia totalmente priva di intelletto, ragion per cui è anche una storia completamente morta”. (Thomas Bernhard, Camminare, Adelphi, Milano, 2018)

Questo l’uomo e il mondo. Anche il mondo in sé, a prescindere dall’umano: la natura è semplicemente un terribile orrore.

Tutto è corruzione perché lo Stato corrompe. Tutto è stupidità perché lo Stato è stupido. Tutto è infame perché lo Stato è infame. Lo è anche la Chiesa e qualsiasi forma cui l’uomo abbia dato vita, perché lo è l’uomo. Noto di sfuggita che Bernhard non parla mai di Dio: non ne vale la pena.

Al termine della lettura ti viene inevitabilmente da chiederti che tipo d’uomo sia mai stato costui. Ne esce un’immagine fredda, solitaria, profondamente amareggiata, ma sorretta da un’intelligenza implacabile. Ne esce anche una totale mancanza di sentimento. Bernhard pensa, non sente. Non sente nulla. E tuttavia non è vero, perché Bernhard è anche e soprattutto una profonda forma di amarezza.

Non riporterò le circostanze della sua vita; chi vuole potrà facilmente informarsi. Dirò soltanto che, nonostante il disgusto e l’amarezza, Bernhard non ha mai rinunciato alla vita. Leggendolo, viene in mente – come lui stesso dichiara – che l’unica forma possibile sarebbe il suicidio. Tuttavia. Bernhard voleva vivere; voleva vivere intensamente e fino in fondo il disgusto profondo della vita. Tutto si riduce a un disgusto “pensato” dell’umano, talmente freddo e analitico da sembrare disumano. Bernhard, tuttavia, non riesce ad evitare l’amarezza. La sua è un’amarezza talmente profonda che ha bisogno di rinchiuderla in un labirinto di parole per non doverla sentire. Il più delle volte ci riesce, ma la sua amarezza traspare, esce dalle pagine, ti invade, perché Bernhard ne scrive e tu ne leggi. Alla fine, il disgusto e l’amarezza (persino per il disgusto) sono gli unici pensieri/sentimenti possibili da cui ti vorresti liberare al più presto e nei quali vorresti, tuttavia, restare, perché non puoi fare a meno di provarli e, inevitabilmente, condividerli.

Per Bernhard i pazzi siamo noi, una folla confusa, una massa informe incapace di pensare autonomamente. Passivi e orribili, pieni di stupidità e perversioni, pronti a seguire senza la minima capacità critica le linee di una vita pre-figurata da chi è pre-figurato a farlo.

Credo fosse un uomo deluso, un “soccombente” tra i tanti che non ammetteva di essere tale. Non poteva evitarlo: se si fosse concesso anche solo un briciolo di sentimento di pietà, sarebbe senz’altro impazzito e noi non avremmo letto il lato meraviglioso di una follia contenuta e lucida che ha contemplato per tutta la vita, permettendoci di contemplarla. E accusandoci di farlo.

 

 


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