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Capuzzo - Guarienti insieme per un libro d’arte e poesia

Argomento: Poesia

Saggio di Giorgio Mancinelli (Biografia)

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Pubblicato il 30/12/2018 02:33:42

Roberto Capuzzo / Carlo Guarienti … o il numero emblematico dell’infinito.
“Senza vera regola. Sparire … apparire” – silloge poetico-artistica – “2RC Edizioni d’Arte – Gli Ori 2018.

Parole che si rincorrono a formare frasi, come di voci che sfuggono all’incalzare di significazioni verbali possibili che, a loro volta, avvalorano le enunciazioni composite trascritte sulla pagina che di parvenza le accoglie; la cui pur vaga essenza è altresì apparente nel manifestarsi di ‘sinopie a-fresco’ che si frappongono tra la parola ‘dicta’ e l’espressività ‘picta’, come di figure esperienziali d’una realtà ‘altra’ che stanti, pur s’avanzano nel lento incedere della mano che le svela …

“Non siamo soli nello / specchio di madreperla, / in lunga fila allacciata / abbiamo attraversato il silenzio. Ciascun sobbalzo è una voce / - irridenti le più lontane - / …”.

Mano di chi ‘senza vera regola’ ne autentica l’impronta, così che nel loro ‘apparire’ si fissano nella retina dell’occhio che le scorge, seppure solo per un istante prima di ‘sparire’ nella corsa fuggevole del tempo, in cui l’effimero sottrae al dubbio (d’averle viste), nella pienezza delle forme, prima ancora della posa in-colore …

“Pallido ovale incredulo … / Verrà un amico / voce, intelligenza limpida, / i colori che danno corpo alla musica.”

Quasi che dalla patina del tempo riaffiori il calco sommessamente nascosto, ove l’indicibile lascia all’ipotetica finzione le parole di un segreto reiterato che allo stesso modo rivela ‘nel non dire’ una sua intrinseca avvenenza; come di un cantare muto che nel silenzio degli strumenti, si compone e scompone nella sequenza melodica di congiunte parole, tuttavia avulso da una realtà che ne svilisce il senso …

“Dapprima velato / dall’interno si riempie / non visto, il vuoto / trasferisce il suo luogo / anzi rinasce.”

“Tenue il sorriso / non visto tra maschere / a passeggio / […] Tocchi leggeri alla porta / quasi appena - / senza mani il busto / si avvita lento / e deboli voci richiedono. / Ora si ricompone (il tutto), / riacquista colore e forma.”

Siccome annovero di sentimenti assopiti dentro le pagine di carta fine, il poeta incontra l’artista, conscio d’avallare un ‘sogno’ privato delle parole nei giorni e negli anni finora susseguitisi, in cui la ‘visione interiore’ dell’individualismo poetico compenetra l’ordine ‘incommensurabile’ dell’arte …

Un “Fruscio di passi / nell’erba alta – cobalto / ad occhi che vedono - / in perfetto silenzio / scolora l’ombra.” […] figura e riflesso dell’altro.”

‘Senza vera regola’ è detto, in ragione di quel discreto cantare in cui il poeta, nell’estrapolare il verso da ciò che lo vincola nel parlare, rende la sua parola muta, allo stesso modo che lo specchiarsi (d’intonaco poroso), “… il volto è fermo, / tuttavia la figura s’incammina / le spalle distintamente / si riconoscono.” …

“Le mani … congiunte sfogliano i testi / illegibili, nella nebbia […] - grano per grano - / dentro quel vuoto. / Leggo i fondi abbandonati da allora, / la crosta dei segni / trattiene il senso e lì / il segreto si schiude / e consuma le parole / dette in quell’unica occasione […] «Verrà un amico / voce, intelligenza limpida…» / col piacere che ancora / condividono tra loro.”

Così, come spesso accade nella vana ricerca di una ‘verità’ assoluta, l’amico … “L’angelo è comparso più nitido / nel contorno, volge il capo / osserva la stanza, rientra; / non riflette l’ombra, / accenna tre passi / alla luce socchiusa degli sguardi” … e d’un tratto s’invola, mentre tutt’attorno, inevitabilmente, il mondo continua a girare nello spazio a vuoto per un perpetrato concetto di moto, nel frastuono del quotidiano vivere che l’insegue ...

“Il ferro a punta incide / la tela di minuscoli fori / […] non c’è nostalgia dei luoghi / conosciuti, (dei) volti tratteggiati” … nella solerte verbalizzazione di voci che si perdono nell’indicibile del proprio esistere, frutto d’una improrogabile ricerca interiore che ha il merito di aprire la strada a una successiva dimensione poetica di entrambi.

Qui, nell’ambito poetico delle parole, in questo connubio lirico-artistico che ne consegue, l’interpretazione dell’arte è pressoché compenetrata alla simbologia delle argomentazioni trattate, le quali, se vogliamo, premiano l’audacia del manufatto cartaceo, della calcografia redazionale, che vede entrambi assimilati in un doppio ruolo: quello del poeta raccolto nel fervore della ‘rappresentazione pittorico-verbale’; e quello dell’artista impegnato nell’esercizio della ‘creazione linguistico-pittorica’ …

“La traccia che scorgemmo / […] ci parve l’inganno del silenzio, come / accade talvolta nelle / ore …”, o forse, negli istanti che raccontano i sogni, nel passatempo costante di ciò che nell’ ‘apparire … sparire’ si gioca sul tavolo del Bagatto, (figura emblematica degli Arcani Maggiori), com’è rivelato nel numero simbolico dell’infinito, in quell’allineamento spaziale delle cose in cui tutto infine si ravvisa nell’impressione della tridimensionalità, così come nella percezione oscura della profondità. Nella cui disputa fra sinonimi e contrari, si convalida la doppia visione di quella verità che si determina nel poeta come nell’artista, alla medesima stregua, nella stessa forma e struttura dell’intero ...

“Le sentì provenire da sotto / facendo vibrare le braccia / le mani fino alle (punte delle) dita / uscendo poi da lì, dalla rigida figura / di modo che la scrittura iniziò. / Anche il graffio lentamente giunse / all’udito, si percepivano le / parole fluire liquide finché / una luce bianca le colpì / di traverso piegando le ultime / lettere, trasformando(ne) il senso.”

“Non è un gioco – avverte il poeta – nel ripercorrere a passo franco / il vuoto senza ricordo / nascosto tra le pieghe / della carne, / ben serrato”; per quanto (noi che lo leggiamo), apprendiamo la possibilità che le sue “ceneri siano sollevate / e ricomposte e nuovamente sollevate. / […] nel movimento, del tutto estraneo / al sopravvivere delle azioni / che oggi ancora mi(si) affermano. […] Nella irrilevanza del tempo / che la presenza / o l’assenza stessa / lungo il sentiero / a spirale attraverso(a) i gradi / della percezione” …

Ed è qui, nella “irrilevanza del passare del tempo”, che si determina la differenza con l’artista, nel suo non fare uso delle parole, assenza per il quale “Il tempo non sbiadisce la presenza. / Sono i giorni stessi, anzi / - dallo scuro al bianco candido di luna - / a favorirla. […] Sento l’umore della pelle / e il desiderio di sguardo è reso / più intenso dal mormorio / presto riconosciuto. / Attendo. / Ne percepisco(e) il ritmo / prima delle parole. / Non le sillabo(a), ancora, / lo stare mi(gli) è sufficiente. / Potrei(bbe) allungare la mano / e verrebbe subito sfiorata. / Così (come) ogni volta è accaduto.”

Una diversità d’intenti che relega l’artista, ‘che non fa uso di parole’, in ambito subliminale, in cui le “mani dure sfiorano gli odori / (nel mentre) l’aria è satura di profondo”. Egli ben sa che “Vi è luogo per l’abbandono / dove lo sguardo non fissa / il colore muove con lentezza, / il movimento s’acquieta / dentro il guscio / tessuto di vento”.

Come assomigliano a un desiderio d’assoluto le parole in cui ‘lo stare’ è sufficiente a suffragare il momento statico dell’illuminazione artistica, all’apparire sinopiale dell’essere che s’affaccia attraverso la materia; come ‘di marmo nel marmo’ nella scultura michelangiolesca (dei ‘prigioni’), qui imprigionati nel color seppia posto sulla carta, in cui “Il poeta è in ascolto del mondo, (mentre) l’artista lo ritrae” (*) …

“Scritte a matita / con mano ferma. / Alcune di quelle parole / scompaiono se vengono lette / altre perdono forza / dissolvono lentamente. […] Da lontano lo stesso luogo / è macchia, / oltre ancora, volto.”

“Ogni oggetto (presenza) proietta la sua / ombra (apparenza) e le ombre affilate (i sogni) / si dispongono (in lento incedere) in relazione / perfetta.” …

“L’ombra raggiunge la sua figura / la supera staccandosene / lontana dal fragore / del ghiaccio che in segni / di primavera frantuma./ Riposte con cura, / le tracce lasciate dalle cose / vi sopravvivono. / (sovrapposte l’una all’altra). (Quand’ecco
l’amico..) L’angelo è riapparso / si mostra, reclina il capo, / l’aria si fa più chiara. / Avevo creduto di udirne il suono / negli scarti del vento / o anche solo la schiuma attraverso / le fessure delle dita. […] Nelle ore che raccontano il mare.”

“Nell’angolo degli orologi, / muove preciso / il tempo. Di tanto in tanto / frazioni impercettibili / si frappongono tra alcuni / dei secondi concedendo / spazio al silenzio.” … è questo lo spazio interstiziale dei frattali, necessario a condividere l’emozione epidermica del segno sulla carta a rivelare (a noi lettori), che le parole non dette, nulla biasimano delle colpe che si consumano nella sovrapposizione …

“Non so dire – eppur dice il poeta nel guado – / se davvero esista / il luogo dove sarò l’ospite, / con le spalle lungo i muri / feriti dal nero terso della notte. / Preparo le poche cose / solo alcuni dettagli e mi avvio / senza fretta, attraverso. / Dei suoni che ancora riconosco / l’aria è satura / pure se le mani faticano / a trattenere … (il saluto).

Allorché le due figure, del poeta e dell’artista, si stringono in un ultimo abbraccio fecondo a “richiamare sguardi (sottesi) / attraverso fessure / che prima apparivano cieche”, la mano dell’artista ha disegnato “ombre nella stanza accanto / dietro la porta socchiusa, / (dove) la luce del crepuscolo / ha lasciato intravedere / la mano” … levata nel vuoto opale della carta; dove “la goccia del lavandino scandisce / il vuoto di quella stanza, il respiro / (che) ne ritma l’immobilità” degli intenti svelati …

“Sai, dire con le parole, / lette o solo scritte, / diventano rigo. / Quando la pagina è sollevata / consumano ogni carattere / mano a mano che il segno la trasforma. / Ne rimane il riflesso, (specchiato) continuo, / persistente oltre l’udito stesso / sino a che solo risuona. / … lì dove le mani si sfiorano, / nel silenzio.”

Oh no, “Non temo il temporale / né l’abbandono tormentato d’autunno. / […] Scopro parole che non conoscevo - rammenta il poeta - o che mai avrei pronunciato: / esserci, malattia, non più essere, / distillate con precisione / tanto da poterle leggere da lontano. / Ad ogni passo, nella sera avanzata ..” .

Siamo “Angeli che hanno scritto parole / senza nominarle / […] Segni a matita in luce radente. / […] Che rischiara l’impronta / lasciata senza peso. / Sentore d’assenza. / Ti osservo tenere alta la mano, / con movimento impercettibile delle dita / […] che rischiara l’impronta / lasciata senza peso. […] Il luogo è indifferente, così la stagione / o l’ora stessa. Non altrettanto il punto / da dove la luce muove.”

“Ha forma di mano / sul volto la maschera. / Del corpo colgo le spalle, / non la bocca, né la pupilla. / Nella discesa dentro / l’inchiostro / le dita lasciano che la luce penetri / attraverso i bordi. / Il corpo / riprende forma. […] Inspira, espira / esposta oltre il margine / ristabilizza l’equilibrio. / Per un solo attimo ha inseguito / la sagoma (sinopia) dentro il profondo, / quegl’istanti / (che) sospendono il respiro” …

Oltre … “Nessuna parola è più necessaria.”



Gli autori.

Roberto Capuzzo, veronese, esercita la professione di avvocato. Fa parte del Gruppo laboratorio poetico “Poesia in corso” con il quale ha partecipato a numerosi eventi e spettacoli di poesia e musica. Suoi testi sono presenti in antologie e volumi collettivi. Nel 2003 ha pubblicato la sua prima plsquette, ed.Cierre Grafica, Verona con la prefazione di Luigi Meneghelli; è del 2005 la raccolta “Il silenzio, le cose”. Nel 2011 la raccolta “Atto di pensiero”, premessa di Gio Ferri, entrambe per la Collana di poesia contemporanea Via Heràkleia a cura di Flavio Ermini.

Carlo Guarienti, trevisano, è considerato uno dei più grandi artisti italiani del secondo Novecento. Nelle sue opere troviamo quello che la pittura metafisica aveva voluto rappresentare fin dai propri inizi, con la ricerca di De Chirico: una dimensione essenziale, di puro pensiero che viene a distillare e quindi a distanziare l’emotività, con una pittura puramente mentale. “Sparire … apparire” – riprende nel verso Vittorio Sgarbi all’opera di Carlo Guarienti – Il suo intervento indica che il tempo è più forte di noi; e che ci sfida a resistere, come le parole scritte su quei fogli, che hanno perso significato, e ci ricordano altre mani che non ci sono più.»







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