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Il Senza Nome - Horror

di Noemi Campopiano
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Pubblicato il 23/01/2017 13:22:39

Il Senza Nome

 

From: lea.giuliani@libero.it
To: rainaldi_christian_thebest@gmail.com
Object: ultimo messaggio

 

26 Gennaio 2015, 17.29

 

Ciao Christian,

 

sono io, Lea, di nuovo. Mi hai scritto di non cercarti, di non scriverti o chiamarti mai più e ti prometto che questo messaggio sarà l'ultimo che riceverai da me. Ti chiedo di leggerlo fino in fondo, poi potrai anche cancellarlo e, se ci riuscirai, dimenticarlo. Leggi fino alla fine, poi non ti disturberò più. Promesso.

Quando mi sono trasferita a Pisa, non avevo ancora neanche diciannove anni, ma non volevo restare un giorno di più nel mio squallido paesino di campagna. Avevo bisogno di un'avventura, vedere posti nuovi, respirare il profumo della libertà e l'annuncio che avevo appena trovato su internet era perfetto. Ricordo ancora cosa c'era scritto, parola per parola: “Cercasi urgentemente ragazza/o alla pari madrelingua italiana per assistenza anziano a Pisa. Si richiedono capacità culinarie e pulizie domestiche”. Sotto c'era il tuo numero.
Se non l'avessi mai chiamato o se ai miei genitori fosse importato qualcosa di più di me, tutto questo non sarebbe mai accaduto. Non fraintendermi. Ti ho amato. Ti ho voluto bene e i primi mesi trascorsi con te sono stati meravigliosi.

Infondo, né a te né ai tuoi genitori interessava particolarmente la salute del vecchio. Cercavate solo qualcuno che si occupasse di lui così da potervi togliere il pensiero della sua cura, senza dover necessariamente sborsare soldi per un ricovero. Io ero perfetta. Giovane, senza pretese e - questo me l'hai detto tu un milione di volte – bellissima.

Mi sono innamorata di te la prima volta che ci siamo presentati. I tuoi occhi, di un blu così intenso e luminoso, mi hanno immediatamente intrappolata nella rete del tuo fascino. Avevi tre anni più di me, eri meraviglioso ed io mio trovavo in una terra sconosciuta. Mi sentivo quasi come Cenerentola e tu, tu eri il mio principe azzurro. Mi hai fatto sentire importante, amata, bella. Pensavo stupidamente che, una volta che tuo nonno avesse finalmente spirato, ci saremmo trasferiti in quella casa insieme, condividendo il nostro futuro.

Sì, lo so, sono stata un'idiota. Eravamo più simili di quanto pensassi. Anche tu, come me, cercavi solo un'avventura. Avrei dovuto capirlo. Ogni volta che i tuoi genitori o tuo nonno erano presenti mi trattavi come un'estranea, una semplice colf, ma appena distoglievano lo sguardo ecco che mi spingevi contro un muro, baciandomi, strappandomi il respiro, imprimendo le tue labbra sulla mia pelle. Quante volte abbiamo fatto l'amore non appena il vecchio si addormentava nella stanza attigua? Quante volte mi hai baciato sussurrando quanto mi desiderassi e mi volessi bene?

Bugie, ovviamente. Erano solo parole guidate dal brivido e dall'emozione, ma io ci ho creduto. Persino quando mi sono resa conto di essere incinta ho continuato a fidarmi di te. Dicevi che avrei dovuto abortire, ma ormai era troppo tardi. Ero stata una sciocca, ma potevamo ancora salvarci. All'epoca non avevo riflettuto sulle tue parole, ma adesso mi vien quasi da ridere. Salvarci da chi esattamente? Dalla furia dei nostri genitori? Parenti a cui, non puoi negarlo, non importava pressoché nulla di noi? Salvarci forse dall'opinione dei tuoi amici e degli altri cittadini?

Ridicolo. Se non fossi stata così sciocca da accettare passivamente e ciecamente ogni tua parola, l'incubo, quello vero, non sarebbe mai iniziato.

Continua a leggere, perché tra poco inizierà la parte di cui non sai nulla. O forse hai già iniziato a capire? Sai, a lui piace giocare con il nostro passato. È incredibilmente bravo a farci soffrire sbattendoci in faccia i nostri peccati, perseguitandoci con i rimorsi e non solo, ma ora sto divagando. Se non hai già compreso, non importa, lo farai presto.

Sette mesi. È stata questa la durata della mia infelice gravidanza. Odiavo quella cosa che cresceva dentro di me senza il mio consenso. Detestavo dover dire a tutti che sì, ero ingrassata, ma presto avrei iniziato una dieta. Sarei andata in palestra magari. Dovevamo disfarci del bambino appena possibile. Ogni giorno mi ripetevi fino alla nausea che quella era l'unica scelta possibile e che non dovevo assolutamente pensare a quella cosa come a un figlio. Era solo un errore. Un errore che avremmo fatto sparire presto.

Stupidi. Meschini. Abbietti. Gli errori eravamo noi.

Anche se a volte mille dubbi mi assalivano, tu riuscivi sempre a riportarmi sulla “retta” via. Mi ricordavi quanto saremmo stati felici senza il bambino. Mi ripetevi quanto mi amavi e che mi saresti stato vicino. In effetti è stato proprio così. Quando le contrazioni sono iniziate mi hai fatto salire in macchina e mi hai portata lontano. La fabbrica, te la ricordi? Io no, ho solo un vago ricordo di un enorme edificio sventrato, sporco e maleodorante. Solo una cosa mi è rimasta impressa, quasi mi fosse stata marchiata a fuoco sulla pelle: il freddo. Aria gelida e pesante che vorticava intorno a noi. Non era vento, ma a questo arriveremo presto, lasciami continuare.

Hai tagliato tu il cordone. Io non ricordo nulla del parto, ma so di essere stata male. C'era sangue, tanto, troppo. Ero confusa, sfinita. Non mi hai lasciato neanche vedere quella che tu continuavi a chiamare cosa. Non l'ho neppure sfiorata. Sono svenuta e tu hai mi hai riportato in macchina. Mi hai lavato, hai buttato via i vestiti sporchi di sangue e i teli che avevi usato per coprire l'interno dell'auto, ma non era sufficiente. Stavo male, continuavo a svegliarmi per pochi minuti per poi svenire di nuovo. Avevo partorito in anticipo in un luogo gelido e sporco, sarei potuta morire. Forse sarebbe stato meglio così.

Hai fatto pressione sui tuoi genitori. Pensavi che non l'avrei scoperto? Ero ancora convalescente e hai avuto il coraggio di dire ai tuoi parenti che facevo uso di droghe e chissà cos'altro, per questo continuavo a stare male. Sei perfino riuscito ad ottenere la parte del buon samaritano, accompagnandomi in macchina fino a casa mia.

Mi sono ripresa, come vedi, anche se ho rischiato di morire a diciannove anni per una persona, no scusami, una cosa che preferiva porre la sua reputazione prima della vita di due esseri umani. Non hai idea di quali siano stati i miei pensieri. Avrei voluto denunciarti, ma ormai il bambino era sicuramente morto e anch'io sarei stata processata. Avevo paura. Non riuscivo a far null'altro che darmi della stupida. Ero un mostro. Mi vergognavo. Mi maledicevo ogni giorno, ma al contempo mi trasformavo in un'ottima attrice.

Dissi che sì, avevo preso un brutto virus, ma ero già stata dal medico e mi sarei ripresa presto. Dissi che il vecchio era morto, per questo mi avevate rispedito a casa. Finsi che tutto andasse bene, sorridevo dicendo che ero solo un po' triste perché comunque il mio lavoro mi piaceva, così come Pisa. Appena potei mi trasferii di nuovo, lontano dal mio paesino e dalla tua città.

Ho lavorato giorno e notte, non ho mai avuto un attimo di pausa, cercavo sempre di avere due o tre lavori insieme. Ho distribuito volantini, fatto la cameriera, la promoter, la commessa e Dio solo sa cos'altro. Tutto per non avere tempo di riflettere. Se non mi concedevo di soffermarmi sui miei pensieri, se tenevo la mente occupata, potevo fingere che tutto andasse bene. E così ho continuato. Fino a undici giorni fa.

Erano le tre del mattino ed io avevo appena finito di lavorare. Mi stavo dirigendo verso la macchina quando ad un tratto, dal nulla, ho sentito un pianto.

Mi si è spaccato il cuore. Era il lamento agghiacciante e disperato di un neonato, un suono così acuto e forte che pensai che avrebbe svegliato tutti condomini che si affacciavano sul parcheggio, ma non una sola persona si sporse dalle finestre. Non riuscivo a capire da dove provenisse, sembrava scaturire da ogni fottutissimo angolo.

Poi il pianto si fermò. All'improvviso, come se non fosse mai esistito. Mi guardai freneticamente intorno, ma non c'era nessuno nei dintorni. Eppure non potevo essermi sbagliata. Sì, ero stanca, ma il pianto era stato così lancinante e forte che non potevo assolutamente averlo immaginato.

Non un suono giungeva alle mie orecchie, se non il battito del mio cuore in tumulto. Chiusi gli occhi e cercai di calmare il mio respiro accelerato, poi aprii la portiera e mi sedetti al posto di guida.

Sto bene, va tutto bene continuavo a ripetermi. Posai le mani sul volante e lo strinsi con forza, tolsi il freno a mano e gettai un'occhiata allo specchietto retrovisore.

Un bambino.

Il respiro mi si mozzò in gola e non riuscii a staccare gli occhi dallo specchio. Era buio, ma le luci dell'auto illuminavano il parcheggio vuoto e il bambino che stava appoggiato alla portiera posteriore della mia auto. Poteva avere circa cinque anni e le sue iridi blu erano fisse su di me. Sapevo perfettamente dove avevo già visto quegli occhi.

Erano i tuoi.

Terrorizzata aprii la portiera e mi fiondai fuori. Non era stato certo un comportamento intelligente, ma la mia mente non funzionava. Non riuscivo a pensare lucidamente e persino adesso mi è difficile spiegarti che cosa ho effettivamente provato. Completamente fuori controllo guardai nel punto in cui avevo visto il bambino, ma lui non c'era. I posteggi del ristorante erano pressoché deserti, le uniche macchine parcheggiate erano la mia e quella del proprietario. Controllai ovunque: dietro le automobili e le colonne che delimitavano il parcheggio interno; gettai un'occhiata alla porta di servizio e controllai che l'avessi effettivamente chiusa. Mi presi la testa fra le mani e respirai a fondo. Ero stanca, avevo lavorato tutto il giorno. L'ora tarda e la stanchezza mi avevano giocato un brutto scherzo. Doveva essere così.

Tornai alla macchina e la rincontrollai per l'ennesima volta, poi partii diretta a casa.
Nonostante mi ripetessi che ero solo dannatamente stanca, per tutto il tragitto non potei fare a meno di controllare di tanto in tanto gli specchietti retrovisori e quello interno. Mi calmai solo quando mi fermai proprio sotto casa mia. A quel punto mi scappò una risata nervosa. Mi ero spaventata per nulla. Mi passai una mano sul viso e un po' di trucco venne via. Imprecando girai lo specchietto interno per dare un'occhiata al mio make-up, ma dietro al riflesso del mio viso c'erano di nuovo quegli occhi blu.

Mi voltai di scatto. Non c'era nessuno in macchina, a parte me. Stanchezza, solo stanchezza.

Questa mail è davvero lunga, ma abbi pazienza ancora un poco, ho quasi finito.

Il giorno successivo non dovevo andare a lavoro e, stranamente, dormii fino a tardi. Ti ho già spiegato che ho disperatamente bisogno di tenermi sempre e costantemente occupata e il dormire, per quanto mi riguarda, non rientra in queste attività. È raro per me riuscire a riposarmi per più di quattro ore senza svegliarmi a causa degli incubi, quindi potrai immaginare la mia sorpresa quando mi resi conto che erano già le due del pomeriggio passate. Non solo, avevo l'impressione che avrei potuto continuare a dormire ancora per un bel po' se non fosse stata per una fastidiosissima sensazione di prurito sull'avambraccio sinistro. Continuai a grattare e a grattare. Le unghie tracciarono profondi graffi nella pelle e il sangue iniziò a sgorgare dalle ferite. Gocce di liquido scarlatto iniziarono a macchiare le lenzuola, ma non riuscivo a fermarmi perché quella sensazione di fastidio era troppo intensa.
Mi riscossi con un grido. Il braccio sinistro e le unghie della mano destra mi facevano malissimo. Non capivo cosa fosse accaduto, non riuscivo a comprendere come avessi potuto scorticarmi a sangue.

Sei passi conducono alla porta del diavolo, ognuno dei quali è un peccato, uno sbaglio, un'aberrazione a cui ci siamo sottomessi. Ognuno dei miei personali passi mortali riguarda mio figlio.

Il primo era stato l'atterrimento. Non mi aspettavo quella gravidanza, tanto meno quegli occhi blu che mi avevano scrutato nel buio del parcheggio.

Il secondo era stato il fastidio. Non volevo quel bambino e l'insofferenza a quel maledetto prurito mi aveva costretto a correre in ospedale per farmi dare dei punti di sutura.

Avevo avuto paura di denunciarti e dunque rivelare l'omicidio del piccolo, ma scoprii cosa fosse il vero terrore soltanto quando compii il terzo passo. Ovunque scorgevo luminose e furenti iridi blu. Camminando per strada non vedevo più i bambini dei miei vicini, ma un infante di cinque anni dai ricci capelli neri e gli occhi del colore del mare che mi fissavano in silenzio. Ogni mattina mi svegliavo con graffi e lividi su tutto il corpo. Continuai comunque ad andare a lavoro, almeno fino a quattro giorni fa.

Stavo preparando la cena, tagliando con attenzione il formaggio da stendere sulla pizza, quando ad un tratto mi squillò il cellulare. Non feci in tempo a raggiungerlo che smise di suonare, ma controllando la cronologia delle chiamate mi accorsi che non era segnato nessun numero, nessuna chiamata persa, come se non l'avessi mai ricevuta. Poggiai sconcertata il telefono e mi voltai per finire di preparare la mia pizza, ma il coltello non c'era più. Guardai accanto al telefono, nel lavandino e sui mobili della cucina, ma non riuscii a trovarlo. Possibile che fossi così distratta da non ricordarmi dove avevo lasciato il coltello pochi attimi prima? Mi appoggiai al tavolo sbuffando. Scossi la testa e tesi la mano per prendere un po' d'acqua, ma il coltello che non trovavo piombò dall'alto sulla mia mano trapassandola da parte a parte. Gridai per il dolore e strillai ancora più forte quando la lama si rigirò nella carne lacerandomi i tendini. Svenni.

È stato il mio vicino a salvarmi dal dissanguamento. Sentite le urla si è precipitato per capire cosa fosse successo e ha trovato la porta del mio appartamento socchiusa. Mi ha salvato, ma sarebbe stato meglio morire.

Ed ecco il dolore, il quarto passo.

La fuga, il mio quinto passo, si presentò con sussurri e ansimi. Rumore di passi in luoghi deserti, impronte di sangue di piedini che mi si avvicinavano correndo. Sospiri gelidi che, tutt'ora, mi accarezzano mentre scrivo.

Puoi dunque immaginare quale sia il mio ultimo passo vero?

Abbandono.

Lui però non ha intenzione di lasciarmi, non ancora almeno. Non ho sofferto abbastanza. Eccolo che, mentre scrivo, mi fissa dall'altra parte del tavolo. I capelli ricci e scuri li ha ereditati da me, gli occhi sono i tuoi, mentre il sorriso malefico gli è stato regalato dai demoni che l'hanno cresciuto.

Nostro figlio, la cosa come l'hai chiamato, non è morto, o forse sì. Impazzirò. No sono già impazzita. Neanche Dio mi aiuterà, né aiuterà te.

Bastava una ricerca su internet lo sai? Una piccola ricerca sulla fabbrica abbandonata in cui mi hai portato per partorire, ma forse in quel momento non ci hai proprio pensato. Si dice che sia infestata da spiriti. Nulla di più sbagliato.

Il gelo di quel luogo è provocato dai demoni che vi abitano. Lo so, me l'ha fatto vedere lui. Il bambino a cui non abbiamo neppure dato un nome. Loro l'hanno cresciuto, l'hanno nutrito con il loro sangue ed ora non è più umano.

Ecco che sorride di nuovo appollaiato sulla sedia! Non lascerà che mi tolga la vita, ma morirò per mano sua e dei suoi demoni. O forse resterò imprigionata, legata a lui fino a quando vorrà. Mi perseguita, mi ferisce. Impazzirò! Impazzisco! La mia vita è ora nelle sue mani e, presto, lo sarà anche la tua, ma tu hai una famiglia, una moglie e una bambina nata da poco, giusto? Si divertirà molto di più con te.

Queste sono le mie ultime parole. Se ti stai chiedendo perché il Senza Nome mi stia permettendo di scriverti è molto semplice: vuole che ti avverta che, presto, verrà a prendere anche te.

Attento, ecco che, mentre leggi, senti dei passi frettolosi dietro di te.
Un fruscio alle tue spalle. Ti volti, ma non c'è niente.

Continua a leggere.

Un respiro gelido sul collo. Una piccola mano che si posa sulla tua schiena.
Ti volti.

È lì.


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