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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
Presentazione il 22 settembre 2019, ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Pétrouchka

di Massimo Celegato
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Pubblicato il 24/01/2017 22:13:01

Era una splendida giornata d’agosto, una di quelle giornate che rende Losanna la perla incantevole del cantone Vaud in Svizzera. L’aria saliva dal lago Lemano limpida e tersa e invitava col suo profumo d’acqua e di pini alla passeggiata. Decisi di andare a far visita al mio amico Igor Stravinskij, che abitava allora in una graziosa villetta, immersa nel silenzio di una delle tante colline, che digradano in dolce verde fino alla spiaggia, affollatissima di bagnanti. Presi così il mio bastone e il mio cappello e iniziai a salire il poggio, ricoperto tutto da fioriti prati, che parlavano di vita prorompente. Imboccai il viottolo che conduce alla sua casa e subito fui aggredito da un insistente pulsare di note stridenti, che si scontravano sul pianoforte in ritmo sempre più serrato. Sorrisi, immaginando il mio amico immerso nel febbrile lavoro dell’ultimo balletto che gli avevo commissionato dal titolo “Il rito sacro della primavera”.

“Igor!” chiamai, quando mi trovai davanti al cancello. Nessuna risposta mi venne dalla casa.

“Igor!” chiamai più forte ma mi sovrastò il suono del pianoforte, che si agitava ancor di più, percuotendo con rabbiosa brutalità le corde. Finalmente entrai in casa (Igor lascia sempre tutte le porte aperte) e mi diressi nella sala, dove sapevo l’avrei trovato, sommerso da un mare di fogli pentagrammati, schizzati dalla sua febbrile scrittura. Non mi ero sbagliato. Finalmente, fatto un po’ di silenzio, da quelle carte emerse la testa del mio amico, arrotondata su due occhi così stretti in fessura, che non si vedevano nemmeno. O forse era tutto quel fumo della pipa, che egli aspira sempre mentre compone, quasi a creare una barriera tra sé e il mondo, tra lo spirito demiurgico e la materia informe che soggiace al maglio possente della sua creatività.

“Igor” gli chiesi con amabilità “Cos’è questa musica?”

Finalmente si accorse di me e sorridendo mi disse:

“Ciao, Diaghilev! Questo che hai appena ascoltato è l’eroe di tutte le storie!”

“In che senso?”

“Nel senso che ho messo in musica, in forma di un Konzertstück per pianoforte e orchestra, la famosa marionetta Balagan e ne ho fatto un eroe (il pianoforte) che lotta contro il mondo (l’orchestra). Vuoi sentirla?”

Senza aspettare una mia risposta (fa sempre così, quand’è nel fervore della composizione) si mise a suonare la sua nuova creazione, commentando con la pipa, stretta tra i denti, ogni momento saliente: “Questo è Balagan che si arrabbia... qui si calma per un po’... qui il mondo lo aggredisce con una tanto frenetica, quanto assordante danza”.

Quando udii quelle note, un brivido mi percorse tutto il corpo e mi sentii quasi sollevare dalla poltrona, in cui mi ero pigramente accomodato. Quella danza, nella mia mente, divenne vitalità d’un popolo in festa, trionfo di rutilanti costumi e sgargianti scenari e scoppiettio... All’improvviso la musica tacque e dai tasti neri e bianchi uscì una grigia cantilena:

“Questo è il lamento di Balagan” mi spiegava Igor, suonando in modo struggente le note, quasi accarezzando i tasti. All’inizio li premeva deciso, poi si ritirava da loro, strisciando con lieve pressione su di essi, come non volesse distaccarsene. Era così chiara l’immagine delineata dai suoni, che mi parve quasi vedere la silhouette della marionetta scivolare con lunga ombra sulla parete di fronte a me. “Igor!” lo interruppi brutalmente con un tono che lo strappò dalla sua meditazione sulla tastiera e, per poco, non gli fece cadere la pipa di bocca per la sorpresa. Non era, infatti, abituato alle mie interruzioni, anzi: mai, finora, avevo osato interromperlo durante una sua esecuzione, ma ero fuori di me dall’entusiasmo. Mi guardò con un leggero sorriso d’ironia, che io sulle prime non notai, tanto ero infervorato.

“Igor” ripetei “È un bellissimo balletto!”

La sua pipa ricadde delusa sul mento. “Non è un balletto!” mi ammonì bonariamente “È un Konzertstück!” ribadì con l’impazienza che gli era usuale, allorché voleva sostenere la perentorietà di un’idea geniale.

“Tu lo farai diventare un balletto” proseguii io senza nemmeno ascoltarlo. “E lo chiameremo Pétrouchka, la marionetta!”

“Ma” replicò Igor con tono seccato “adesso non posso scrivere un nuovo balletto. Sto già componendo “Le sacre” per te”.

“Tutto è sospeso!” gli dissi, alzandomi “Tu comporrai questo balletto, che noi rappresenteremo a Parigi per i Ballets Russes”.

Ripensando ancora oggi alla fiammata dei suoi occhietti vispi, credo che Igor abbia replicato qualcosa ma io avevo già afferrato il cappello e, senza nemmeno salutare, mi ero precipitato fuori, canterellando il motivetto di Shrovetide, la festa della fiera del burro. In quella precisa circostanza avevo pensato di ambientare la storia della nostra marionetta Pétrouchka, articolata in quattro quadri. Ve li illustro, raccontandovi la storia. Ma non andate a dirlo a Stravinskij, mi raccomando: è gelosissimo delle sue creazioni!

Siamo nel 1830 sulla piazza dell’Ammiragliato a San Pietroburgo durante la festa di Shrovetide, la Festa del burro, che si celebra nella Settimana Grassa, a metà inverno, festa che da noi, in Russia, precede un lungo periodo di digiuno religioso.

La neve, caduta in abbondanza, ingombra le strade, affollate di gente, che, nonostante il freddo pungente, si è riversata dappertutto, in preda ad un’irrefrenabile frenesia di danza. La piazza è orchestrata dai ritmi rapidi e multiformi della folla: da quello frettoloso dei passanti a quello frenetico dei ballerini di strada o a quello felpato delle zingare, che si aggirano tra i passanti per leggere la mano a qualche ingenuo e per alleggerire l’incauto del suo portafoglio.

Direte voi: “Ma non ci sono forze dell’ordine a tenere a bada i mariuoli?” Sì! Eccole là ma, come vedete voi stessi, il loro occhio è fisso più sulle fumanti frittelle, esposte all’acquolina di tutti, che sulla strada da sorvegliare o indulge a seguire la scia profumata degli sguardi maliziosamente esperti delle zingarelle, esibiti apposta per distoglierli dai veri punti di interesse.

“Shrovetide! Shrovetide! La festa del burro!” gridano tutti “Domani inizieranno le privazioni ma oggi si deve ballare e cantare!”

Danzano i colori sgargianti delle gonne delle zingare, che si intrufolano astutamente tra i pastrani dei curiosi, dei passanti e di tutti coloro che nell’entusiasmo orgiastico delle loro capriole ed evoluzioni acrobatiche vogliono esorcizzare il lungo periodo di austerità, di mortificazioni e digiuni, che con l’alba del nuovo giorno cadrà pesantemente sui loro cuori, raggelandoli più che il ghiaccio della Neva. Al suono dei musicisti di strada, infagottati per il gelo, le fanciulle piroettano coi loro accattivanti sorrisi, riscaldando il cuore e le fibre dei giovani, che le osservano con desiderio. Un suonatore di organetto muove sui tasti le dita, impacciate dai guanti, che le inguainano a mezzo, producendo un motivetto al suono del quale una danzatrice, con agili movenze, intrattiene il pubblico. Qui ci sono i saltimbanchi, che eseguono i loro pericolosi salti mortali, là i mangiatori di fuoco, che attirano la folla con le loro prodezze, salvo poi respingerla, impaurita dalla potente fiammata che scaturisce dalla loro bocca, qui gli acrobati, che tentano di stare pericolosamente in punta di piedi su una corda sospesa a mezz’aria, là i forzuti, che esibiscono i loro muscoli intirizziti dal freddo. Un rullo di tamburo annuncia l’arrivo di Ciarlatano, un anziano burattinaio col suo teatro di burattini. Il teatro, in realtà, altro non è che una squallida cassapanca, caricata su un carretto malfermo e cigolante, che si pianta sovente sulla neve, a mano a mano che Ciarlatano lo sospinge sul selciato coperto dal candido manto. Il burattinaio, avvolto in un’ombra inquietante, avanza tra lo stupore generale, che ha bloccato nell’aria ogni gesto, mozzato ogni motto. Si ferma proprio al centro della piazza, dove il crocchio della gente è più folto; osserva la folla con il suo sguardo grifagno. Improvvisamente batte le mani ed ecco che la cassa si spalanca da sé, facendo balzar fuori tre pupazzi, le sue marionette inanimate a grandezza naturale, ognuna delle quali rappresenta un’emozione della vita: Moro, la ricchezza, Ballerina, la bellezza, e Pétrouchka, il desiderio di libertà.

“Venite, gente! Venite allo spettacolo del Gran Teatro dei Burattini. Coraggio! Avvicinatevi! Accomodatevi! Tu, ragazzo, lascia il posto ai più anziani e tu, monellaccio, non spingere così gli spettatori. Piano! piano! C’è posto per tutti! Ciarlatano è qui per voi, col suo teatro di burattini!”

La folla si accalca e preme curiosa da ogni parte. Ciarlatano estrae da un’ampia manica del suo liso cappotto un piccolo zufolo dal quale trae un suono prolungato.

“Guarda! Pétrouchka, il pagliaccio: ha mosso la testa!” esclama qualcuno.

“Ehi! Hai visto come la ballerina ha sollevato con grazia la gamba destra?” replica qualcun altro, allorché il suono del flauto di Ciarlatano si prolunga sul registro acuto.

"E il moro? Si è di scatto drizzato in piedi!” aggiunge un altro, che nell’udire il suono del flauto discendere su un registro più grave, non vuol esser da meno dei primi due nel far notare che neanche a lui è sfuggito il benché minimo movimento.

Il burattinaio ora modula una suadente melodia e Ballerina, drizzatasi sulle punte, inizia a muoversi leggiadramente; poi, dopo una piroetta, spicca un balzo ed eccola sulla piazza a danzare. La folla è entusiasta e applaude con calore. Anche la marionetta identificata come Pétrouchka, per la sua maschera buffa, con quel suo viso paffuto e rubicondo e con quella sua bocca spalancata in una smorfia di forzata risata, saltata fuori dalla cassa, si mette a danzare intorno a Ballerina, sfiorandola ripetutamente col corpo come a corteggiarla.

“Guarda Pétrouchka, come le fa il filo!”

“No! Moro non glielo permette. Guarda: si è immediatamente rizzato in piedi ed è andato a frapporsi tra i due!”

Moro, infatti, interrompe l’illusione di Pétrouchka, afferrandolo per il collo e buttandolo a gambe all’aria sulla neve tra le risate del pubblico, quindi si mette ad amoreggiare con Ballerina.

Ripresosi dal colpo, Pétrouchka, vedendo Moro corteggiare la sua amata, viene preso da una collera irrefrenabile e, come una furia, si avventa su di lui, creando scompiglio con le sue smanie inconsulte. Moro allora con un pugno scaglia Pétrouchka in una pozzanghera, quindi si getta su di lui. Rotolando ai piedi della folla i due ingaggiano una lotta furibonda. Moro sta per sferrare un altro poderoso pugno a Pétrouchka, quand’ecco che Ciarlatano, emettendo un acuto suono col suo flauto, gli blocca a mezz’aria il braccio, alzato e pronto a colpire. Come un automa Moro si stacca da Pétrouchka e, seguendo meccanicamente il suono del flauto, torna al proprio posto. Anche Pétrouchka si ricompone e, come se nemmeno conoscesse Moro, si mette a danzare al suo fianco sulle note modulate dal flauto, che costringe i pupazzi a volteggiare in una travolgente danza russa. Il popolo, deliziato, non si stanca di ammirare i pupazzi così incredibilmente veri. Uno cerca addirittura di toccare Pétrouchka, ma questi, sentendosi sfiorare, si volta verso l’incauto e si sottrae alla sua irriverente curiosità sbeffeggiandolo. Soggiogati dal flauto di Ciarlatano i burattini danzano freneticamente finché, esausti, crollano a terra. La folla ride e lascia cadere generosamente copiose monete nel cappello che Pétrouchka porge ma il burattinaio glielo strappa di mano e con un calcio butta il poveretto nella cassa. Anche Moro e Ballerina vengono riposti ma con più riguardo da Ciarlatano nei loro rispettivi scomparti sopra i quali egli pone un pesante coperchio tutto trapuntato di stelle in carta stagnola. Ciarlatano si ritira per una pausa, per bere una bevanda calda ben miscelata con un bel po’ di vodka. “Tanto per ammazzare questo freddo boia!” dice a chi, complimentandosi con lui per la prima parte dello spettacolo, gli offre generosamente da bere. D’un tratto si ode un rullo di timpani, che sposta la nostra attenzione sul

 

SECONDO QUADRO

 

Entriamo in punta di piedi nella stanza tutta buia di Pétrouchka, che se ne sta schiacciato contro una parete nera, tutto triste per il non corrisposto suo amore.
“Chissà se Ballerina ha apprezzato il mio numero oggi? Chissà se ora pensa a me?”
Povero Pétrouchka, talmente innamorato di Ballerina che, quando le è vicino, balbetta ed è così impacciato che è da lei puntualmente deriso. Nondimeno egli non dispera e si mette a provare i passi di danza con cui cercherà di conquistare la bella amata nel suo prossimo numero. Articola il suo pur goffo corpo di marionetta in un'acrobatica figura in perfetto equilibrio.
“Se mi vedesse Ballerina!” pensa ma, così facendo, perde la concentrazione. Il suo corpo si sbilancia ed egli cade rovinosamente, proprio mentre entra Ballerina, che al vedere Pétrouchka in quella strana posizione sottosopra scoppia a ridere. Allora Pétrouchka, disperato, si lancia contro la parete della sua cella, deciso a sfracellarvisi contro. Picchia violentemente la testa, ma, come effetto, ottiene solo che il suo costume cada in pezzi, lasciandolo in mutande ancora più in imbarazzo di fronte alla sua amata. Mentre raccoglie, vergognoso e triste, i suoi brandelli multicolori, Ballerina gli si avvicina. In un primo tempo essa, più incuriosita che impietosita, si mostra interessata alle buffe smorfie della marionetta ma, quando Pétrouchka, incoraggiato da siffatto ambiguo comportamento, si profonde in dichiarazioni d’amore, che infastidiscono Ballerina, essa, stizzita, esclama:
“Io dovrei stare con un personaggio grottesco come te? Non sei più divertente! Sei noioso!” e se ne va seccata e incurante della pena di Pétrouchka.
Travolto dalla disperata consapevolezza che il suo amore non sarà mai corrisposto, ripetutamente e selvaggiamente, si avventa contro le pareti della sua cella, desideroso di farla finita con la sua triste vita. Ma, anziché suicidarsi, sfonda con la testa il muro di cartapesta, che comunica con lo scomparto in cui si trova la stanza dell’odiato Moro. In tal modo passiamo al
TERZO QUADRO
Con gli occhi di Pétrouchka, rimasto incastrato nella parete, vediamo l’appartamento di Moro: è ben diverso dalla squallida cella di Pétrouchka. Le pareti sono ricoperte di preziosa tappezzeria, la mobilia è fatta di legni pregiati, sulla quale sono poste suppellettili impreziosite da gemme incastonate. Il moro o, come lo chiamano tutti, Moro, se ne sta morbidamente adagiato in lussuose vesti su un’ottomana, rivestita da purissima seta. Tutto muscoli e niente cervello esso gira e rigira tra le mani una noce di cocco. Agitandola ha sentito il rumore del latte al suo interno ed è convinto che dentro la noce ci sia qualcuno. Prima bussa ripetutamente sulla noce ma, ovviamente, non ottiene risposta alcuna. Allora vi si avventa con la sua scimitarra, vibrando un poderoso colpo ma, poiché questa volta la noce, rimbalzando, gli cade in testa, egli si prosterna davanti a questo oggetto, credendo che lo spirito al suo interno l’abbia voluto punire per la sua empietà. Proprio in quel momento uno squillo di tromba annuncia visite: è Ballerina, che, attratta dalla vita sontuosa di Moro, vuole parteciparvi in qualche modo, pur essendo consapevole che Moro non ha per lei interesse alcuno. Fin da quando è entrata, però, ha visto la testa di Pétrouchka sporgere dal muro e così ha deciso di prendersi gioco ancora una volta dell’infelice pupazzo. Suonando con una cornetta una melodia impertinente e muovendo seducentemente i passi sulla “Danza stiriana op. 16” del compositore austriaco Josef Lanner (1801-1843) si mette a far moine a Moro, il quale la guarda, prima con indifferenza, poi con compiacimento, infine, con avidità. Rapito in foga bramosa, abbandona il suo feticcio e, attira a sé con ardente passione Ballerina, danzando con lei, sotto gli occhi sbarrati di Pétrouchka, un goffo landler (una danza campagnola in forma di valzer) tratto dalla celeberrima "Die Schönbrunner op. 200" del medesimo Lanner.
Pétrouchka, nel vedere Moro così abbarbicato lascivo a Ballerina, raccoglie tutte le sue forze, riesce a sfondare il muro e si avventa con disperazione sui due. Mentre Ballerina si ritira, Pétrouchka ingaggia l’ennesima, disperata e inutile lotta con Moro, il quale, avuta, come sempre, facilmente la meglio su di lui, con un calcio brutale lo scaraventa a terra.
Un lungo rullo di timpani ci trasporta nell’ultimo quadro, costringendoci a rinunciare a conoscere l’esito finale della lotta tra i due.  

QUARTO QUADRO

Mentre accadevano gli eventi finora narrati, fuori la festa continuava.
Ora è già il crepuscolo. Il cielo è pesante di neve; il freddo stringe ancor più le membra intirizzite della folla ma essa non vuole rinunciare al divertimento e si aggira, ancor più festosa, nella selva degli spettacoli, che si susseguono per il piacere dei suoi occhi, l’uno dopo l’altro, mentre un’orchestra di fisarmoniche suona una serie di colorite danze.
Il primo motivo, il popolare “Lungo la via Petersky”, introduce la danza delle balie, corpulente ragazzotte, che invitano i loro cavalieri a seguire i loro passi danzanti. È poi la volta dei cocchieri, che si scatenano in una danza vigorosa, nella quale esibiscono forza e coraggio. Arriva anche un gruppo di maschere festaiole, seguito da diversi personaggi curiosi: un contadino col suo orso, che al suono di un bassotuba balla con goffa pesantezza, un venditore di rastrelli e poi un viavai di zingari, carrettieri e stallieri. Per ultimi, dei mercanti, che vanno a braccetto con le zingarelle e che, ubriachi, lanciano in aria monete, come se fossero coriandoli. Urlando di gioia, la folla si accalca a raccoglierle, tuffandosi senza ritegno nella neve e nei crocchi di gente, che si contende a furia di botte e di risate la preda ambita.
Il cielo si imbroncia, vedendo siffatte baldorie e fa piovere, sempre più fitta, la neve, per mandare tutti a casa.
Improvvisamente, proprio nel bel mezzo dei festeggiamenti, preceduto da un grande trambusto, un grido si ode provenire dalla cassa ove sono rinchiuse le marionette e Pétrouchka irrompe sulla piazza, inseguito da Moro, che brandisce un’ascia. Inutilmente Ballerina cerca di arrestare la collera di questo che, alla fine, raggiunge Pétrouchka e lo colpisce a morte, fra l’orrore dei presenti. Tremante, Pétrouchka vacilla; muove i passi verso Ballerina ma barcolla, cade, si rialza e poi con un tonfo si accascia al suolo, esanime. Un rivolo di sangue esce dal pupazzo.
Inorridita, la folla prorompe in un grido che scuote persino i poliziotti. Seccati di dover rinunciare alle loro conquiste amorose quasi riuscite, si mettono a interrogare brutalmente Ciarlatano, chiedendogli con severo cipiglio ragione di quanto accaduto. Questi cerca di giustificarsi e di riportare la calma, sollevando e scrollando davanti a loro il corpo inerte di Pétrouchka, da cui esce una cascata di segatura.
“Vedete? Questo non è un uomo vivo, né ha un cuore umano. Non è altro che un pupazzo con un’anima in segatura. A volte siffatti meccanismi si inceppano e questo ha ora bisogno di essere riparato”.
La folla, rassicurata, si allontana sotto la neve, che scende a falde sempre più ampie, mentre plana la notte. La fiera si chiude. La piazza si svuota di rumori e colori. Ciarlatano, trascinandosi dietro con dispetto il pupazzo rotto, lo sconquassa brutalmente, maledicendolo per avergli guastato il successo di quel giorno e l’incasso, che sarebbe stato sicuramente più abbondante, se la folla avesse assistito al gran finale da lui studiato appositamente per l’occasione.
“Maledetto burattino! Sempre così! Ma questa volta per te è la fine!”
Pone il pupazzo su un ceppo e, deciso a farlo a pezzi per sempre, con una scure gli taglia per prima la testa, che ruzzola nella neve. Con suo terribile spavento vede grondare a fiotti il sangue dal collo di quello che ora non è più un pupazzo ma il corpo di un essere umano in carne e ossa! Ciarlatano dà un balzo all'indietro, atterrito. All’improvviso ode uno squillo impertinente di tromba, che gli fa volgere lo sguardo: in alto, sui tetti, balza di capriole il fantasma di Pétrouchka, che gli fa gli sberleffi. La morte ha liberato il suo spirito dal corpo di marionetta. Finalmente libero, se ne va in giro per il cielo a raccogliere mazzi di stelle. Ora non è che un punto luminoso, lontano. È una stella o un sogno? Nella notte cala silenzioso un sipario di neve come risposta.
 

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