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Proust N.7 - Il profumo del tempo (scarica/leggi)
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Sono un bambino morto

di Veronica Mogildea
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Pubblicato il 10/03/2017 10:02:29

Dedicato agli orfani bianchi della Moldavia, vittime innocenti delle scelte sbagliate degli adulti. Ogni anno decine di loro moiono suicidi.

 

SONO UN BAMBINO MORTO

<<… Puro e disposto a salire alle stelle.>>

Dante. Purgatorio. XXXIII, 145

 

Sono un bambino morto.

Lo capii nello stesso istante in cui mia madre mi disse che sarebbe partita. In cerca di un lavoro. All’estero.

La terra crollò, inghiottita dalla deflagrazione dello stupore e io mi vidi precipitare senza nessuna possibilità di salvarmi dentro un freddo terribile.

Era un tradimento. Inaspettato. Crudele.

“Quando?” soltanto questo riuscii a dire, o forse neanche questo, non ricordo bene. Un rumore strano iniziò a riempire la testa, e le orecchie, e gli occhi, e tutto quello che ancora restava del mio corpo. In brandelli.

Una sorta di rombo ruggente. Vicino. Sempre più vicino, che si metteva di traverso e mi impediva di udire. Frastornato, ancora incredulo lessi la risposta inseguendo lo spasmo sulle labbra di mia madre.

“Fra tre giorni? Come fra tre giorni? E io? Che cosa sarà di me?” protestai allarmato contro quella partenza precipitosa che già mi escludeva, ne ero certo.

Lo sguardo della mamma mi tolse ogni dubbio.

Attraverso le lacrime la vedevo diversa. Già estranea. Distante. Un volto dipinto di bianco. Che scivolava via.

“Oh, mamma, aspetta, non lasciarmi, ti prego! Non voglio, non voglio lontano da te. Morirò!” e con un slancio di disperazione l’afferrai per il braccio, speravo ancora che cambiasse l’idea, ma quello pendeva morto, come una manica svuota di ogni volontà. Amputato dalla fretta di una scelta. Scelta crudele. Che non sapeva perdonare niente. Nemmeno i mei pochi anni.

“Mamma! Aspettami!”

Non ebbi risposta. Mi sdraiai a terra e tesi l’orecchio per raccogliere dentro tutto quello che mi rimaneva di lei: l’ecco dei suoi passi. Nudi. Smarriti dentro una lontananza sempre più ostile.

Fili rotti. Schegge appuntite nel mio corpo che non voleva credere. Cedere.

Raccoglievo nei pugni il gelo minaccioso di una presenza mancante. Attorno a me il deserto. Nient’atro, sennò un’ombra scura che come una nuvola s’ingrossava fra i battiti del mio cuore.

“Mamma!” gridavo, ma era già tardi. Mia madre era lontana, più lontana dei miei occhi, più lontana della mia voce. Non potevo raggiungerla neanche con lo strazio della nostalgia che mi sfibrava.

Era lontana. Scappata di corsa. Talmente di fretta da dimenticarsi perfino il proprio figlio. Come un pacco. Smarrito sui binari di una via. Preclusa.

“Perché? Dove ho sbagliato, mamma?” mi mordevo i pugni rovistando nella memoria in cerca di colpe per cui andavo punito. Respinto.

Abbandonato.

Dentro la testa rimbalzava la colpa.

Cattivo. Cattivo.

Nessuno ti vuole.

Corsi allo specchio, dovevo sapere. Cercai la risposta nel occhio di vetro. Lo specchio mi restituì un’immagine storta. Di spetro. Non mi riconoscevo più.

“Chi sono? Chi sono?” grattavo le ombre che mi stavano attorno. “Un guscio di uovo? Una conchiglia vuota? Una terra scavata? Un blocco di ghiaccio? Un verme? Un ragno. O forse una pietra?”

Non m’importava. Qualsiasi cosa. Niente è peggio di un figlio lasciato. Abbandonato. Orfano bianco. Perché bianco, quando perfino il sogno si era dipinto di nero?

Il buio. Il buio. Ancora il buio.

 “Morirò. Senza la mamma morirò.” 

Lo dissi a tutti. Non mi hanno creduto. Forse pensavano ad un macabro gioco. Forse un capriccio…

Lo gridai al cielo, ma era lontano. Indifferente. Assente. Nemico. Con il suo non saper leggere il dolore umano.

L’avrei detto a mio padre, ma non sapevo chi fosse, sparito da anni, prima ancor che nascessi.

Ero solo. Si spense il sole con un tremolio di palpebre. Manco fosse un lume. Di cera. Che muore.

Nulla rimase dopo la mamma, come se andando via si fosse portata dietro anche il sole. Il cielo. L’intero mondo. Il mio mondo.

Sbattevo le palpebre in cerca di luce, ma gli occhi erano colmi di buio. Soltanto buio.

 “Morirò. Senza la mamma morirò.”

Come una pianta che non trova più sole. Si spegne lentamente dalla punta dei rami.

Morirò.

Lo dissi a tutti.

Non c’era ragione per cui respirare. Senza la mamma. La mia certezza si faceva più cruda. Incalzante. Assurda. Aveva fretta di chiudere un tempo. Spoglio di ogni speranza.

Combattevo da solo con il mio dolore, troppo grande lui per essere sconfitto, troppo piccolo io per difendermi e nessuno, nessuno capì.

Smisi di parlare, che senso aveva? Le parole smarrirono la loro consistenza. Prive di senso divennero soltanto suoni. Inutili. Duri. Cristali di sale bloccati nel cuore.

Poi si sono aggiunti i rumori dentro la testa. Che scavavano. Giorno e notte. Senza trovare sfogo. Covavano in profondo come i tizzoni. In agguato. Pronti a esplodere.

Scoppio. Rogo.

Ardeva il cuore come un pezzo di carta.

Cenere. Fumo. Veleni. Offuscarono per sempre la luce.

Buio. Nero. Truce.

La mente oscillava fra giorno e notte.

Lontananze e vuoti.

L’ombra dell’abbandono diventava più grossa. Con l’arroganza di un invasore occupava il mio corpo e lo faceva suo. Il corpo si sfibrava in schegge minuscole. Un po’ alla volta. Fili di polvere. Disperse nel nulla. Non ero più niente. Nemmeno un corpo.

Nulla.

Nuvola. Aria spenta. Cos’altro potevo diventare, quando la mamma mi aveva lasciato, prima ancora che io lo sapessi. Meritassi. Volessi. Mi aveva scambiato per un sogno distorto. Il riflesso di una stella. Da millenni spenta.

Solitudine. Il pensiero mi spogliava a nudo di ogni resistenza. Insisteva tenace sotto la presa assurda del dolore.

Enorme. Troppo greve da non essere considerato. Troppo grande da contenerlo tutto. Dentro.

Ero un bambino. Soltanto un bambino. L’assenza della madre sembrava immensa. Troppi gli attimi ostili che intasavano l’esistenza. Troppi. Più della mia capacità di comprendere.

Attendere.

Il tempo ostentava un’infinita lentezza, sembrava annoiato o forse deluso ed io che vagavo fra due rintocchi di un tempo duro senza incontrare nessuno che confermasse la temporaneità dell’attesa.

Attorno il deserto. Assoluto. Nel cuore il vuoto. Senza speranza. Sarebbe bastato un solo abbraccio. Una parola. Un gesto d’amore. La mamma accanto. Per far ritornare la luce. Per salvarmi.

Nient’altro.

Sali.

Muoviti.

Dove?

Fidati. Verso un indizio di appartenenza a un qualcosa di giusto e buono.

Buono. Non più solo.

I rami del noce erano larghi, ondeggiavano in richiami vibranti sotto la finestra della mia stanza. Così saldi e forti da sembrare costruiti apposta per poter raccogliere storie umane. E raccontarle. Dal tronco saliva un profumo forte: erano i ricordi incisi nella sua corteccia. L’altalena. Il nido di merli. Il suono delle foglie disturbate dal vento. La mamma che strizzava gli occhi in un sorriso. Io che mi perdevo dentro i suoi abbracci. Luce. Cielo sereno. L’orizzonte sembrava a portata di mano. Pace.

Sali.

Muoviti.

Non mi opposi. Non ero più niente. Polvere. Aria spenta. Dispersa. Priva di forma. Nemmeno la grazia di un corpo. Cosa sono?

Salii. Non c’era nessuno la su. Perfino il vento sembrava smarrito. Il nido di merli abbandonato da tempo. Soltanto il cielo con le sue promesse. Tese.

Vieni. Più su. Verso il perdono. Sali in alto, affidati all’aria. Volta le spalle al rifiuto terreno.

Qualcosa si aprì nel varco del cielo. Qualcosa che desiderava di essere visto. Sentito. Una luce bellissima, più bella delle stelle. Calda. Materna. Come un soffio dolce.

Vieni.

Vola.

La luce si stese sulle ombre degli occhi. Trattieni il respiro e allargai le braccia, volevo afferrarla, tenermela stretta. Compagna fedele dei futuri progetti. Espirai. Il corpo si liberò di ogni dolore. Leggero. Aperto. Privo di peso.

Io.

In punta dei piedi sul ramo più alto in un gioco di equilibrio perfetto fra due respiri. Sotto, in basso le rovine del mondo. Il riflesso immobile di un sogno che non mi apparteneva. Non più.

La vita.

Vieni.

Il richiamo galleggiava in onde attorno. Il corpo in bilico. Dentro il dubbio. Il cielo si sfaldava, inghiotito dal vuoto.

Ancora un momento! Un ultimo sguardo prima del salto. Forse la mamma …

Vola!

Si spense la speranza dentro il petto. Chiusi gli occhi. Mi abbandonai al volo.

Crollo.

La terra si avvicinava, quasi amica. In uno slancio d’amore offrì soffice il suo abbraccio. Di petali. Non sentii il dolore.

Il canto degli angeli cullano il mio riposo. Senza più il peso della solitudine.

Tanto amore. Nel cuore. Perdono e pace.

 

Frammenti di tempo sprecati in vano. Un unico fascio d’occasioni perdute.

Domande lasciate senza risposte. Mute.

Dall’alto guardo il mondo. Di sotto.

Ci sono tutti. Uniti in dolore. Nel cielo spaccato brilla aspro il sole. Come un rimprovero. Senza calore. E il vento tormenta i rami. Del noce. La mamma è tornata. E perfino papà. Ora li vedo per la prima volta insieme. Due estremi. Spalla nella spalla, un unico cuore. Dolore. Fili d’argento nei loro capelli. Sembrano vecchi, più vecchi del tempo. Sprecato. Tradito. E ora rimpianto. Nelle pieghe del volto croste di sale. La gente gli abbraccia, si stringe in conforto. La mamma si nasconde sotto il velo di lutto. Non basteranno gli anni per consumare i rimorsi. Forse.

Ci sono tutti. In vestiti di festa. Tutti. Quanto ho desiderato questo momento! Vederli insieme. Averli accanto. Rinchiusi in uno sguardo d’amore. Vorrei dirli che sono felice. Non posso. Non ho più una bocca per gli sorrisi, né un corpo per gli abbracci. Ho perso tutto. Perfino il nome. Ora sono un numero senza volto dentro le statistiche. Nere.

Un orfano bianco. Bambino respinto oltre i confini di non ritorno. Immune al male. Ma anche al bene. Scintilla smarrita in mezzo alle stelle.

Nomade. Per sempre. In volo.

Portato dal vento.

Verso un tempo senza dimensioni.

Non siate tristi. Non ho paura. L’orizzonte è fatto di arcobaleni. E fiori.

Tutti per me.

Addio. Volo.

    

 


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