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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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corpo felice di dacia maraini

Argomento: Letteratura

Saggio di giusi bosco 

Proposta di Nicola Lo Bianco »

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Pubblicato il 25/02/2020 12:38:13

UNA RIFLESSIONE ANALITICA DEL LIBRO DI DACIA MARAINI “CORPO FELICE”

La scrittrice Dacia Maraini esordisce nel 1962 con il romanzo La vacanza. Successivamente pubblicherà  L'età del malessere (1963), Memorie di una ladra (1972), Donna in guerra (1975), Isolina (1985), La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990), tradotto in cinque paesi e nel 1993 pubblica invece Bagheria.

Tra i riconoscimenti ricevuti si ricorda il premio Campiello 1990, (Libro dell'anno), con La lunga vita di Marianna Ucrìa, da cui  nel 1997 è stato tratto l’omonimo film di Roberto Faenza. Un altro importante romanzo è  Il treno dell’ultima notte, del 2008. Le ultime pubblicazioni  sono rappresentate dalle opere Tre donne (2017) e Corpo felice (2018).

 

Quest’ultima opera, “Corpo felice”, è una lunga riflessione sulla condizione della donna con una particolare attenzione al corpo femminile, da sempre oggetto di manipolazione violazione, espropriazione.

Il titolo riprende  l’omonima sezione del saggio “Un clandestino a bordo” e sviluppa la tesi, secondo la quale la maternità è il momento di maggior percezione per la donna del proprio corpo, soprattutto quando accoglie al suo interno un “ospite”, cioè un figlio.

Di fatti al centro della narrazione vi è un dialogo tra questa madre (che è l’autrice) e il figlio nel suo grembo, il quale, nutrito e custodito per sette mesi, a causa di un ritardo del dottore, viene alla luce senza vita. Nonostante il drammatico epilogo della gravidanza, la donna si considererà per sempre una madre.

Attraverso questo dialogo immaginario si dipana tutta una riflessione anche sul rapporto generazionale tra una madre e un figlio: lei immagina di vederlo crescere e lui, da bambino sensibile e volenteroso pronto a tutte le sollecitazioni, diventa via via un adolescente ribelle verso la  famiglia e i valori educativi impartitigli, assumendo atteggiamenti  sovversivi e cinici.

Si nota, inoltre, la stessa lucidità e sensibilità femminili che la Maraini ha manifestato nella precedente pubblicazione “Un clandestino a bordo”, attraverso il sottile scavo psicologico nell’interiorità della donna.

Man mano che procede il dialogo/monologo con il figlio immaginario perduto, la scrittrice opera un’intelligente riflessione su pregiudizi e stereotipi di  genere  anche da parte di illustri uomini di cultura, filosofi, storici, letterati, la cui idea di donna è quella di un “essere”  inferiore.

E’  nella cultura classica che si sviluppa il mito del mistero della vita, legato alla “grande madre”, la cui sacralità consisteva nel potere di generare, . Col tempo però, con la divisione  dei compiti e dei ruoli, anche la capacità generativa è stata attribuita dalla società all’uomo, espropriando la donna  di questo suo potere  

Questo passaggio ,sostiene Engels,è  presente nella tragedia di  Eschilo ”Oreste” che si macchia di matricidio nei confronti di Clitemnestra, che aveva tradito il marito e per questo viene tormentato dalle Erinni, le quali lo inseguono per mari e monti senza dargli pace perché difendono i diritti delle madri. Oreste invoca Apollo affinchè venga giudicato da un regolare tribunale divino a cui appartengono tutte le divinità maschili, tranne Atena che essendo nata dalla testa di Zeus è estranea ai diritti delle madri.

La sentenza sancirà la subalternità del potere delle madri rispetto a quello dei padri: Oreste è innocente  perché non ha infierito sul principio della vita, ”ma ha solo colpito il corpo, che conservava […] servilmente il seme del padre” che è il vero artefice della vita. Le Erinni si sottometteranno alla volontà divina e si trasformeranno in divinità minori benefiche, le Eumenidi.” È sempre e solo il seme del padre che crea la vita”.

Nella tradizione religiosa cattolica anche la paternità di Dio ha necessità di avere come  custode della sua essenza divina il corpo di una una umile contadina

Che diviene l’eletta consacrata al Signore, perchè porta in grembo il suo

 Unico Figlio Unigenito.

Tutta la cultura classica mediterranea ed europea risente di due grandi stereotipi sulla donna: la sacralità della madre e la Eva tentatrice, che sconvolge l’ordine costituito, perché, essendo più vicina alla natura, la donna è infida, mutevole, pericolosa.

Difatti numerose sono le citazioni riportate dalla Maraini che dimostrano quanto diffusa sia stata la misoginia nel mondo culturale sia religioso sia laico. Ad esempio uno dei mottetti del Belli diceva “la donna è come la castagna: bella de fora e dentro ha la magagna “,  Honorè de Balzac sosteneva  che “Le donne vanno trattate come schiave persuadendole di essere regine” o addirittura il poeta Charles Baudelaire affermava “mi sono sempre stupito che alle donne permettessero di entrare nelle chiese. Che conversazione possono mai avere con Dio?” Anche Aristotele, il più importante filosofo dell’antichità, era  convinto che le donne fossero dei maschi sterili, “nel senso che non hanno abbastanza forza vitale per creare il seme da cui nascerà l’uomo”. “La scintilla divina che accende l’intelligenza , la consapevolezza e la parola […] si trovano nel seme maschile”. Per questi  filosofi  il “logos”cioè il pensiero è una prerogativa

Maschile e non femminile.

 Forse queste forme di misoginia nascono  da un lato da paure ancestrali, dall’altro dalla volontà di dominio del maschio.

Di certo una donna che legge, studia, scrive, ed esprime sempre il proprio pensiero non è tollerata, non solo dai fanatici maschilisti ma anche da altre donne  che assumono gli stessi schemi fuorvianti. Difatti a pagina 160 dell’opera si legge: “Introiettando in profondità l’idea della propria inferiorità, le donne spesso si sono fatte le peggiori nemiche  di se stesse  e delle altre donne”.

È vero che nel campo dei diritti ci sono stati dei progressi  riguardo all’ emancipazione della donna, ma è pur vero che gli stereotipi di genere permangono.

Ancora  oggi quando le donne  denunciano gli atti di violenza subiti, vengono ritenute loro stesse colpevoli di aver prima sedotto il presunto stupratore e di essere state consenzienti: tale convinzione  arcaica risale agli antichi Romani, i quali ritenevano che “Vis cara puella”. Questa  è purtroppo una discriminante per le donne che non sono rispettate nella loro dignità e autonomia.

E peggio ancora se tentano di imporre le loro scelte anche a livello familiare sottraendosi a maltrattamenti, ricatti, violenze di ogni genere, rischiano di morire per mano dei loro compagni, che diventano i loro aguzzini.

È comunque una prerogativa femminile quella di donare affetti e cure agli  altri, soprattutto ai propri figli. Sono significativi a tal proposito i profondi sentimenti dell’autrice  verso questo figlio immaginario, espressi nell’ultima pagina del libro, quando pensa a che tipo di uomo sarebbe potuto diventare: «Perdu si è innamorato di una ragazza di qualche anno più grande di lui. Ha attraversato le pianure della grazia. E poi le gole della gelosia. E quindi si è arrampicato sulle rocce dell’amore vero, quello che aspira alla conoscenza e al bene dell’altro. Si è trovato in cima a una montagna scoscesa da cui non sapeva come scendere senza sfracellarsi … Ma quando si è alzato in piedi ha compreso di essere diventato un altro. Un uomo. E non abitava più nel corpo di sua madre, ma in un mondo pieno di pericoli e di strazio, ma anche di tenerezza e di comprensione. E da lì mi ha teso la mano».

Giusi Bosco


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