José Ortega y Gasset, filosofo spagnolo del ’900, ispirandosi principalmente a Nietzsche e a Bergson, elabora una concezione del mondo definita come razio-vitalismo.
La vita è realmente tale quando è slancio vitale creativo in continua estensione: l’uomo realizzerà il proprio destino quanto più sarà degno di forgiare se stesso nel corso del tempo.
Nel 1930 pubblica il saggio La Ribellione delle Masse, la cui indagine è dedicata al fenomeno della vita politica e sociale europea: per Ortega si tratta del fenomeno più importante del XIX secolo e della prima metà del XX secolo.
Ortega ci parla di un periodo rivoluzionario, ma non bisogna intendere in senso marxista e politico del termine – sovvertimento dell'ordine esistente –, quanto piuttosto per il fatto che pose l'uomo medio – la massa sociale – in condizioni di vita radicalmente nuove.
La rivoluzione consiste in un ordine che sostituisce quello precedente, un ordine inedito che rovescia quello tradizionale.
Al centro dell’analisi non c’è più l’esperienza di una folla eterogenea, come per Le Bon e Freud, poiché mette in luce le caratteristiche che assume l’uomo nell’odierna società di massa.
"Le masse avanzano" annunciava con tono apocalittico Hegel.
Le masse non possono dirigere la propria esistenza, giacché mosse da stimoli e desideri esterni, e per questo non possono nemmeno presiedere un governo, talché sarebbe fin troppo pericoloso per le sorti di uno Stato.
La massa non si delinea come una classe sociale in ascesa, bensì è un modo di essere – una categorizzazione – dell’uomo contemporaneo, contrapposta alla minoranza, ossia quell’insieme di individui qualificati, dotati di un immenso sforzo intellettuale volto al perfezionamento del mondo e di sé stessi.
Nella prospettiva di Ortega, “La società è un’unità dinamica di due fattori: minoranze e masse”.
Le prime sono un agglomerato di persone non qualificate; l’esatto opposto delle minoranze: l’élite.
Massa è sinonimo di mediocrità – uomo medio –, e in questo modo si supera l’analisi eterogenea di Le Bon e Freud, poiché da una mera quantità – la moltitudine atomizzata – si passa ad una determinazione qualitativa e individuale: gli esseri umani non si differenziano tra di loro, tendono a riprodurre una medesima tipicità.
Le passioni individuali si annullano a causa della perfetta coincidenza tra la formazione di una moltitudine e i desideri, le idee e il modo di essere degli individui che ne fanno parte.
Gli uomini diventano così umili che, non possedendo una singola essenza, sentiranno imperversare la propria volgarità.
La divisione non è sociale ma individuale, questo perché all’interno di ogni classe sociale – che sia ricca o povera – è presente una massa e un’autentica minoranza.
Il predominio del volgo sancisce la sconfitta della cultura, giacché la massa penetra nella vita intellettuale – che per sua essenza presuppone una certa capacità di giudizio – provocando la vittoria di inqualificabili idee: questo pseudointellettualismo è inaccettabile.
Il tarlo morale che intende negare Ortega è l’iperdemocrazia, situazione in cui la massa impone la sua visione del mondo – i suoi giudizi e le sue leggi – a causa di un insensato diritto naturale.
Queste nuove anime, per il fatto di essere mediocri, vogliono affermare il diritto della volgarità ed espanderlo in tutto il mondo.
José Ortega conclude in maniera lapidaria che:
“La massa travolge tutto ciò che è diverso, singolare, individuale, qualificato e selezionato. Chi non sia come tutto il mondo, chi non pensi come tutto il mondo corre il rischio di essere eliminato”.
Per Ortega la società umana è intimamente aristocratica, come suo sostrato: verosimilmente, con l’avvento dell’uomo massa assistiamo a un processo noto come disaristocratizzazione.
Peraltro, le masse paiono aver soppiantato le minoranze, non concedendo loro neppure un grumo di rispetto.
L’ascesa della massa coincide con un’era storica inedita, caratterizzata da un livellamento sostanziale: culturale, politico e sessuale.
Cosa ha potuto favorire la nascita dell’uomo-massa?
Senza dubbio, questo fenomeno testimonia l’accrescimento del benessere dell’Europa tra ’800 e ’900; ciò significa che la causa di tale propagazione deriva dalla diffusione di tre principi: democrazia liberale, industrialismo e scientismo.
Un tenore di vita stabile che decurta lo sviluppo di un insieme di individui forti e sani, e che Ortega, in ultima analisi, assimila a una condizione psicologica specifica: quella del bimbo viziato, la dilatazione sfrenata dell'appagamento dei bisogni e l'ingratitudine verso quello che gli è stato dato.
Il nuovo volgo, erede "naturale" dei grandi produttori del progresso, è viziato dal ciò che riceve senza sforzi: essi non hanno intenzione di frenare i desideri, giacché tutto gli è concesso, e sembra quasi che non ci siano doveri.
Le masse si sentono appagate grazie agli agi della vita mondana, ma tale soddisfazione si lega ad un’altra connotazione psicologica: il conformismo.
Il mondo dell'uomo nuovo lo costringe ad uno sfrenato edonismo; egli non vuole e non può limitarsi, non esistono sanzioni o veti da rispettare, obblighi e pressioni.
Viene perpetuata la speranza che aumenterà la ricchezza e il benessere, in tal modo si potrà godere spontaneamente di un accrescimento potenzialmente illimitato, assieme ad una vaga sensazione di inesauribile potenza.
A fortiori, la riflessione di Ortega prosegue dicendo che:
“Massa è tutto ciò che non valuta sé stesso mediante ragioni speciali, ma che si sente come tutto il mondo”.
Addirittura, vi si cibano preziosamente, non ne sentono l’invalidità e preferiscono riconoscersi identici gli uni con gli altri, quale che sia il motivo.
È piuttosto intuitivo dedurre che la coscienza individuale, ormai smarrita, abdica la propria funzione intellettiva in funzione del pensiero altrui – che sia per un fattore di stabilità o per una motivazione identitaria. Le ipotesi sono sempre molteplici, talvolta inverosimili tra di loro.
Si assiste, ergo, a ciò che Nietzsche definiva come “istinto del gregge”: fugge ogni problema, evita il dialogo, non ha ragioni solide che sostengano la sua idea né tantomeno un principio morale abbordabile per sostenerla – idee, queste, condivise da tutti gli altri.
Quello che diventa un fenomeno collettivo – la violenza – nell’azione diretta appare nitidamente come irrazionale, quantunque divenga norma e dimensione quotidiana.
Ortega non manca di alcune critiche a quel modello sociale – la società contemporanea – che ha favorito l’espansione di una stortura.
Egli si scaglia contro “l’ignoranza storica incredibile”, rea di aver creato individui incapaci di risolvere i problemi posti dalla nuova società tecnologica.
Eppure, Ortega non si perde d’animo; non è rassegnato, e difatti scrive che il “presente saggio non è altro che un primo tentativo di attacco a questo uomo trionfante – l’uomo massa –, e l’annunzio che alquanti europei s’accingono a ribellarsi energicamente contro la sua pretesa tirannia”.
La massa si abitua nel suo torvo stato di grottesca esistenza, tanto da non credere che vi sia qualcuno di superioriore.
Tornando alla distinzione tra nobile e umile – superiore e inferiore –, possiamo definire il primo in base all'esigenza di compiere trionfalmente se stesso – come un obbligo categorico – e il secondo come il suo inverso: non è una questione di diritti.
Ciò significa che la nobiltà di spirito è una conquista, non un dono, e i diritti in questa dimensione squisitamente aristocratica non sono mero godimento passivo. Ciò che è attivo vivifica e preserva valori.
I diritti dell'uomo medio sono passivi e transeunti, "usufrutto e beneficio", elargiti dai grandi avi e verso i quali non si richiede alcun sacrificio.
Un'antitesi personale–impersonale, come la definisce Ortega.
Nobile ha un'accezione profondamente dinamica, contrapposta alla massa anonima: valoroso, eccellente.
La degenerazione delle qualità propongono come significato il nobile di sangue; ma ciò è essenzialmente errato.
Ortega intende il nobile nietzschianamente, ossia come l'uomo coraggioso che tende sempre a superare se stesso, a raggiungere i suoi proponimenti e fini come un'esigenza incontestabile.
La vita volgare, al contrario, è passiva e chiusa in sé stessa: un essere umano siffatto è massa poiché inerte, mediocre.
Sono questi gli uomini della disciplina, per questo rarissimi, dotati di una forza aristocratica in quanto spontanea e creativa.
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