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Esercizi di concentrazione

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 30/01/2018 20:24:24

 

 

Esercizi di concentrazione,

 

una novelletta

 

Leggevo disteso nella penombra della mia camera quando mi accorsi d’essermi distratto osservando salire in alto il fumo della sigaretta, e disperdersi lassù in informi nebulose.
  • Che cosa poteva avere di interessante? – mi chiesi.

Il fumo saliva diritto nell’aria calma azzurro e luminoso come sempre – ma, davanti ai vetri della finestra, ecco il mistero: contro lo sfondo chiaro del cielo in lontananza il fumo si stagliava opaco e rosso-bruno.

Lungamente indugiai con lo sguardo sulle mutazioni di colore di quel fumo prodigioso.

La narcosi di mutevoli fantasticherie mi afferrava pian piano. E la coscienza si assopiva osservando il colore che muta, quando passa dall’oscuro alla chiarità solare.

E mi sembrava che qualcosa di me, qualche pensiero della consistenza di un arabesco di fumo, prendesse solidità.

Tralasciai di leggere, completamente indifferente a tutto. Non mi scossi neppure quando ebbi sentore che dovevano avere bussato alla porta.

Era l’uomo dalla lunga toga.

E non era un’allucinazione e nondimeno non era reale. Ma è strano che sia sempre il primo a venire quando, per l’orrore che s’accompagna sempre alla solitudine, e specialmente quando la si ama, sembra che nella mente qualche animale bisognoso di compagnia si diverta ad evocare fantasmi.

Un tempo l’uomo entrava senza preavvisi, quando eravamo in maggiore dimestichezza. Ora ostenta un certo distacco.

È un vecchio amico, di quelli che se ne hanno a male quando s’accorgono che preferite altri a lui. Ma si sa come succede: chi ci fu caro un tempo, a lungo andare, se si mantiene sempre lo stesso senza mostrarci via via lati nuovi e interessanti della personalità, finisce con l’annoiarci.

Era entrato per inveterata abitudine. Non sono io che lo cerco. Lui viene lo stesso, e perché m’accorga che non mi serba rancore, ogni volta bussa.

Ha una grande toga nera, sul petto una corazza, il volto coperto di bende; al posto degli occhi due cavità, buie. Dentro è tutto cavo: l’ho guardato.

La gente non ardisce di fissarlo in viso, per quell’orrendo vuoto. Ma lo ascolta volentieri, perché è alla mano, e ha buoni consigli per tutti.

Ma in quella cavità buia par davvero di dover sprofondare e morire. Io l’ho visto. Lo conosco. E per provare gli ho anche messo le mie dita sottili negli occhi, nel vuoto. Non c’è proprio nulla. Però la voce ha un timbro simpatico, suadente.

In genere i fantasmi riescono meglio nella voce, anche se molti di loro hanno la debolezza di volerla far risultare cavernosa a tutti i costi. Bisogna riconoscergli che non ha il cattivo gusto di farlo.

  • Mi hai chiamato? – chiese.

Non gli dissi di no: dispiace sempre l’offesa diretta.

  • Stavo appunto osservando – dissi – il fumo che sale…

  • e che prima ‘sembra’ azzurro e poi ‘sembra’ rosso?…

  • Sì. E non so più perché, mi son messo a pensarci su.

Si sedette, o meglio si afflosciò in un ammasso informe. Non potevo ridere, così dovetti distogliere gli occhi. Non era sdraiato né stava appoggiato sul dorso; la stoffa leggera della toga avvolgeva la corazza come una coperta sinuosa che nessun occhio riusciva a penetrare. Quella via di mezzo tra forma e ammasso era ripugnante a vedersi. Disse, con tono di rimprovero:

  • A pensare per ore? e su sciocchezze del genere? Ah, una volta tu non eri così.

  • Una volta ti preoccupavi di spiegare, e basta: non facevi il moralista.

  • Lasciamo perdere…– disse con voce nasale – se t’interessa saperlo – e prese quel suo fare distinto – ex cathedra – quel che hai osservato non è che il fenomeno ottico dello «spettro d’emissione» e dello «spettro d’assorbimento»; per cui un gas o vapore di colore, poniamo, azzurro, diventa, interposto come un filtro a luce più intensa, di colore opposto. Vi è altro? A che pensi?… Oh, non ti pare sufficiente? Che altro cerchi? Beh, scusami se ho troncato le tue fumose elucubrazioni…

Era trionfante.

Avrei voluto dirgli: sei uno spettro. Dissi:

  • Ah! è così? Grazie.

Desideravo vivamente che se ne andasse. Così lasciai perdere le risposte che avrebbero potuto diventare i pericolosi prodromi di una discussione. Mi feci forza e non gli dissi quello che pensavo.

Detestavo i suoi discorsi da quando avevo scoperto che erano privi di una briciola di buon senso. Umanamente non valevano nulla. Erano ripugnanti alla mia filantropia. Nulla valevano quando bisognava applicarli alla prassi quotidiana.

Lui non potrebbe capirlo.

Vive solo in mezzo alle sue speciali ‘categorie’ – non ne conosce altre.

Fu di nuovo lui a rompere il silenzio.

  • Scusami – disse – se devo andare via. Ma ho un lavoro troppo interessante da finire.

Lo guardai mentre si allontanava tra i cipressi foschi del giardino.

Il giorno svaniva lentamente.

  • Se sapesse la verità – pensai – di certo non potrebbe sopravvivere.

Dal mozzicone nel portacenere si alzava sempre il tenace filo di fumo.

  • Dovrei accendere la luce – pensai. Ma non mi andava d’alzarmi.

  • Devo uscire da questo cerchio – mi dissi – sì, devo uscirne, ma senza schivarlo.

E mi levai in piedi.

 

© Paolo Melandri (1997 ca.)


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