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Fedra

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 31/07/2018 19:54:04

Si era all'inizio dell'inverno, ormai il crudele Orione saliva lentamente nel cielo nero e duro, e il vento gelido e roco che scendeva dai boscosi monti della Calabria entrava in mare come in una selva, con uno strepito di rami schiantati. Ero giunto da poco a Lipari, e passavo gran parte delle mie giornate camminando lungo il mare o contemplando dall'alto del Castello d'Eolo le rive lontane della Sicilia, o, il più delle volte, sedendo all'ombra di un carrubo in un prato presso il convento dei Cappuccini. C'era lì accanto, legata per una zampa al tronco di un fico selvatico, una capra di pelo chiaro, dagli occhi di un tenero e vivo azzurro, intenta ad allattare un capretto dalle gambe stecchite, dal muso informe e bianchiccio. Il capretto mi pareva malato, non aveva neppur la forza di succhiare il latte, rimaneva lunghe ore appeso alla mammella materna, quasi dormendo, e vomitava ogni tanto gialli grumi di latte. Una mattina lo trovai morto. La madre s'era scostata per quanto le permetteva la lunghezza della corda, lo guardava da lontano come se ne avesse orrore, e volgeva di quando in quando il muso dalla mia parte, con un lamento triste che mi stringeva il cuore.

 

© Paolo Melandri (31. 7. 2018)


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