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Un luogo senza tempo

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 29/10/2018 22:07:20

Ci chiedete che impressione ci facessero gli agenti di Canopo ai tempi della Glaciazione.

Di solito veniva Giano, ma chiunque arrivasse lo faceva senza preavviso e in circostanze che sembravano casuali. Si fermava per periodi più o meno lunghi, e durante quei piacevoli soggiorni – che noi tutti attendevamo sempre con entusiasmo – dispensava consigli, ci mostrava come utilizzare le risorse del pianeta in modo più efficace, suggeriva accorgimenti, metodi e tecniche. Poi ripartiva, senza dirci quando ci saremmo dovuti aspettare di rivedere Canopo.

Gli agenti di Canopo si somigliavano tutti. Insieme ai pochi che erano stati portati su altri pianeti colonizzati per essere istruiti o addestrati in vari modi, io sapevo che gli ufficiali del servizio coloniale di Canopo si riconoscevano dall'autorità che emanava da ciascuno di loro. Questa autorità era un'espressione delle loro qualità interiori e non di una posizione gerarchica. Dopo aver capito cosa cercare, fummo sempre in grado di distinguere gli emissari di Canopo dai nativi di quei pianeti. E questo ci rese più consapevoli del contributo di Canopo al nostro pianeta, il numero 8.

Tutto quanto era stato progettato, costruito, fatto su Pianeta 8 – tutto ciò che non esistesse già in natura – era stato creato seguendo le loro indicazioni. La presenza del nostro popolo sul pianeta derivava da loro, da Canopo. Erano stati loro a portarci qui, generando la nostra specie a partire da razze che provenivano da vari altri pianeti.

Per queste ragioni parlare di obbedienza non è esatto. È all'obbedienza che facciamo riferimento quando si tratta delle nostre origini e della nostra esistenza?

O parlare di ribellione…

Una volta arrivammo quasi a ribellarci.

Fu quando Giano ci disse che avremmo dovuto circondare il nostro piccolo globo con una muraglia alta e massiccia, e ci impartì istruzioni su come produrre materiali da costruzione che a quel tempo non conoscevamo. Dovevamo mescolare in dosi precise alcune sostanze chimiche con le pietre sbriciolate della nostra terra. La costruzione del muro avrebbe richiesto tutta la nostra forza, il nostro impegno e le nostre risorse per un lungo periodo.

Gli facemmo notare una cosa: come se Canopo non lo avesse saputo! Quella fu la nostra protesta, o meglio, così la chiamammo tra noi. E fu l'apice della nostra “ribellione”. Il silenzio sorridente di Giano ci fece capire che la muraglia doveva essere costruita.

Per quale scopo?

L'avremmo scoperto in futuro, fu la risposta.

Quando il muro fu completato, coloro che erano stati bambini all'inizio dei lavori erano ormai vecchi, e io ero uno di loro; i figli dei loro figli assisterono alla cerimonia, quando l'ultima lastra nera e lucente fu posta in cima a una costruzione che superava di cinquanta volte il nostro edificio più alto, e che non era da meno neanche in spessore.

Era un prodigio, quella muraglia.

Quella cosa nera che delimitava la circonferenza del nostro globo – benché non lo facesse lungo la sua maggiore ampiezza, un fatto che ci rendeva ancora più perplessi e dubbiosi – ci tirava a sé, attraeva le nostre menti, la nostra immaginazione, ci assorbiva. Si vedevano sempre capannelli, gruppi o folle di persone in piedi sulla cima o sulle piattaforme di osservazione appositamente collocate lungo tutta la muraglia, oppure sulle alture che la sovrastavano – ma che erano a una certa distanza, perché nulla che fosse nei pressi del muro consentiva una visibilità sufficiente. Stavamo sulla muraglia il mattino presto, quando il sole vi dardeggiava sopra, e a mezzogiorno, quando il nero lucente restituiva al cielo lampi di luce e colore, e la notte, quando i grappoli brillanti delle stelle di Pianeta 8 sembravano riflettersi sul muro, come in un'acqua scura. Il nostro pianeta non aveva lune.

 

© Paolo Melandri (29. 10. 2018)


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