Pubblicato il 07/06/2015 17:40:48
Tutto ci che religioso scrive Kroly Kernyi (18971973) in Rapporto con il divino e altri saggi presuppone il divino, nessun elemento religioso concepibile senza la rivelazione di qualcosa di divino. Dio il prima, lorigine, il Tutto. Ed impensabile e non rappresentabile. Luomo, per ed questa la verit altrettanto luminosa e innegabile pu entrare in contatto con il divino, addirittura trasformarsi nel divino: e in tal modo superare la tragedia della impensabilit di Dio. Questo possibile attraverso il rito. Il rito (il sacrificio), il momento nel quale luomo che pensa e annaspa nel pensiero va oltre se stesso ed entra in una dimensione nella quale lo spazio e il tempo scompaiono, perch anche il rito va oltre se stesso: Verso qualcosa che pu contenere allusivamente solo come un frammento o una ripetizione di qualcosa di pi grande.
Tutto il resto limmenso corpo delle religioni e del mito il dopo. interpretazione. Racconto. Kernyi cita Martin Buber: Dio parla alluomo nelle cose e negli esseri che gli invia nella vita, e luomo risponde, proprio attraverso la sua azione nei riguardi di queste cose e di questi esseri. Ma c un pericolo, che si distacchi qualcosa dal lato umano di questa relazione e lo si renda autonomo, ponendo questo qualcosa al posto della relazione reale. Questo qualcosa cui accennano Buber e Kernyi il pericolo delle religioni: il pericolo di una narrazione che si limiti a una rappresentazione gratificante o terrificante, inquietante o consolatoria, distesa nel nostro tempo, umana in defintiva, e dimentichi il momento vero. Che fuori del tempo. Nel quale Dio la materia.
Fondamentale, per vivere il rapporto con il divino spiega convintamene Kernyi latteggiamento interiore di chi si accosta al divino. Di nuovo si pu descriverlo solo con parole comprensibili in senso figurato: il suo porsi immediato davanti allassoluto. Perch ci possa accadere, luomo deve presentarsi purificato nel suo corpo terreno, e nudo. Latteggiamento esteriore, spia di quello interiore, altrettanto importante a quel punto. Nel merito, Kernyi rilegge W.F. Otto: Il portamento umano il primo testimone del mito; compare qui non nella parola, ma nellerigersi proprio del corpo. Il significato religioso di altri comportamenti, in uso da tempo immemorabile, ci ben noto. ad esempio il caso dello stare in raccoglimento, del sollevare le braccia e le mani o, allopposto, del piegarsi fino ad inginocchiarsi o gettarsi a terra, del congiungere le mani e di tanti altri, che non occorre menzionare. Questi comportamenti non dipendono, nella loro natura originaria, da un sapere o da una fede ricompresi in parole, n sono lespressione di una indicibile commozione: sono il mito rivelato, il mito stesso.
Silenzio, raccoglimento, intonazione del canto, intonazione e intensit della preghiera, misura dei gesti, significato dei gesti e delle parole, luce e buio: la stolta, meccanica, vuota liturgia occidentale ha dimenticato da tempo immemorabile tutto ci, convinta che la liturgia debba stare al passo con i tempi e, dunque, sia quasi un suo obbligo strizzare locchio alle liturgie televisive (cos la gente, questa lidiozia sovrana, andr pi numerosa in chiesa). Per ritrovare quel portamento umano tanto povero e semplice quanto denso di significati, bisogna oggi inerpicarsi nelle montagne, attraversare la neve e il ghiaccio, e raggiungere i conventi benedettini pi sperduti e lontani. Oppure, bisogna approdare alle rive incontaminate del Monte Athos, svegliarsi nel cuore della notte e, dai lunghi corridoi dei monasteri ormai semideserti, scendere nella chiesa cos oscura che i monaci non si distinguono negli scranni.
Il sacrificio scrive Sylvain Lvi in un libro famoso, La dottrina del sacrificio nei Brahmana (Adelphi), dedicato a quanto anticamente avveniva in India e avviene ancora oggi unoperazione magica; la fede non che la fiducia nella virt dei riti; il passaggio al cielo una ascensione per gradi; il bene lesattezza rituale. Se il bene lesattezza rituale, come mai, si domanda Roberto Calasso nella introduzione al volume, molti antropologi moderni (a differenza, diciamo noi, di quanto fa Kernyi nel libro pubblicato da Bompiani) vorrebbero segretamente dimenticare il sacrificio (il rito) ed espellerlo dalla comunit degli studi? Forse scrive Calasso lo fanno per evitare di essere risucchiati nel vortice sacrificale. Forse anche perch obbliga quel vortice a pensare troppo. O, avrebbero detto i ritualisti brahmanici, a pensare tutto.
Giorgio Montefoschi
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