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Pubblicato il 21/05/2018 12:00:00

 

Operazioni matematiche

 

È una vita che addiziono insieme ai giorni

un numero incredibile di cose,

ed ho le spalle stanche,

la mente ingombra come un ripostiglio.

È ora di levare ‒ mi dico ‒ assottigliare,

lasciare finalmente questa stanza senz’aria

dove non so più volare.

Sì, è ora di gettare via tutti i rancori

quelli che mi hanno arrugginito il cuore,

e i pensieri stonati, i sentimenti storti.

Che mi restino soltanto la poesia

ed un amore grande come l’amore, 

buono come la luna

che più la divorano le notti dei millenni

più lievita e cresce come un pane tondo.

Sarò una moltiplicazione

per tutti quelli che vorranno mangiarmi 

sarò mille sorelle e mille amanti,

una galassia di stelle, un labirinto di gioia.

E quando resterà di me l’ultima briciola,

minuscola come l’impossibile,

la dividerò tra i passeri affamati.

Senza peso, finalmente, naufragherò

nel niente dove più non ci sono

il bene e il male e però

dallo spazio-tempo

vi giungeranno ancora

le onde gravitazionali del mio amore.

 

 

 

Benedetto sia il Tempo

 

Benedetto sia il tempo, padre-amico-amante,

che mi è rimasto devotamente accanto

anche nelle notti che mi seppellivano

anche nei giorni che troppo vacillavano.

Benedetto il tempo che mi ha cresciuta,

imboccandomi con cucchiaiate di dolore

e mi ha tenuta stretta anche quando

avrei voluto disperatamente andare.

Che mi ha cullata e avvolta

nelle bende della consolazione,

che mi ha usata fino alla consunzione,

fino a fare della mia pelle

una mappa di costellazioni,

una trama di trine, una lastra sottile

sui fiumi bluastri delle vene.

Quello che adesso mi sbiadisce i capelli

e mi stanca ed ammacca le ossa.

Benedetto il tempo

che segue ancora i miei passi

nel viaggio fantasioso e fecondo

della mia vita nella vita del mondo.

E più benedetto quello che verrà  

ad insegnarmi l’ultimo commiato

per fare di sé, di me e di tutto il passato

l’effimero canto che si ripete.


 

 

L’ultima bugia

 

Affettuosamente mi tieni

–  più esile dello stelo di un fiore –

sulle tue ginocchia, le mani

dure e umide di sudore.

Non mi stanco mai di guardare

– noi due nella luce d’oro –

le nostre ombre ondeggianti

insieme alle spighe di orzo giovane.

Per me inventi l'ultima favola:

«Una grande nave bianca e blu

ti porterà lontano lontano

scivolando sulle acque del mare...»

Immagino un paese solitario,

e una casa fatta di gelo

che non smette mai di tremare.


 

 

Mezza bambina

 

La domenica era un rito il bagno

nella pila grande di legno,

la stessa del bucato,

lo stesso sapone di marsiglia.

Lei mi lavava con ferocia

come volesse sgusciarmi

dal mio breve passato:

solo un nudo gheriglio

senza pellicola e mallo.

E se dicevo «La mamma di prima

m’immergeva nell’acqua del fiume:

era così bianca, così bella»,

lei mi sfregava con più ardore

come un vestito da smacchiare,

ripetendo «È stato solo un sogno,

un sogno vano, o figlia»

E quando l’acqua sembrava uno stagno

lattiginoso di scaglie di sapone,

io dicevo «Guarda, mamma,

sono la tua mezza bambina».

E lei, allora, recitava Dante

dalla cintola in su tutto 'l vedrai

con un sorriso dolente

che galleggiava tra i fumi del vapore.

 

 

 

Voglio l’erba voglio

 

Sì, io voglio, voglio.

Voglio per me, mai così golosa

di corpi caldi come pani sfornati,

di vita che trabocca.

Vado a zonzo, guardo, tocco.

«E mai prima, oh, ricordati!

– diceva serissima mia madre –

mai per primo il piacere.

Tu devi, devi!»

E al diavolo i proverbi,

le perle di saggezza datele ai porci.

Che me ne vado, sapete,

me ne vado con me,

non posso più, pazienza zero.

Adesso datemi tutti i verbi proibiti:

eccedere, delirare, suonare forte

come un cembalo, urlare che sono viva,

slegarmi i polsi, le caviglie, il cuore:

ma che orgia il mondo, che colori!

 

 

[ da Elogi, Giuliano Ladolfi Editore ]

 

 


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