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la felicità al tempo della globalizzazione

Argomento: Psicologia

di Silvana Sonno
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Pubblicato il 09/01/2016 21:30:33

Quanto segue è l'ultimo capitolo del mio libro F come Felicità, uscito per Cittadella editrice, nella collana Alfabeti per le emozioni



[...]

Nei capitoli precedenti ho messo in gioco – dando loro risalto nelle pagine - molte differenti parole: parole-chiave, le ho chiamate nell'introduzione, come ciottoli di fiume lanciati a disegnare la superficie levigata di un corso d'acqua, che diventa metafora del punto zero del ragionamento a cui mi sono dedicata. Il punto zero di una ricerca intorno alla felicità. Ma le parole – come si sa – modificano il loro contributo comunicativo nel variare dei contesti e dei referenti, sono relazionali e dunque relative a un ambito, ad un discorso, a una narrazione. Per questo è tanto importante accordarsi sul senso che diamo alle parole che scegliamo e usiamo nei dialoghi quotidiani, dentro e fuori di noi.
Così, desiderio, attesa, ricordo, vicinanza, piacere,incontro, libertà … e tutto quanto sono andata dipanando fin qui,si ridefinisce continuamente e continuamente sfugge dalle rete di rimandi che ho cercato di annodare, per aprirsi a nuovi rapporti, ad altri contesti di significato – altri link, secondo il linguaggio dell'informatica - .
Sento pertanto il bisogno di disegnare – sia pure in modo approssimativo - lo scenario che contiene oggi la nostra comunicazione e a volte fa sì che non ci si fermi il tempo sufficiente – su un pensiero, come anche in un luogo della casa o della città o solo su un programma della televisione, senza saltabeccare da un canale all'altro : siamo sempre in movimento – per sentirci veramente sicure/i di aver ben espresso e compreso quanto le intenzioni dichiarate promettevano all'apertura del dialogo. Chi scrive e chi legge partecipano, infatti, di un patto d'ascolto che responsabilmente si affida alla condivisione del linguaggio e degli interessi postulati.
Dunque il contesto. Come ben sappiamo la nostra è “la società dei consumi, ma è bene intenderci su ciò che significa per noi questa definizione. Io credo di poter dire - e anche qui penso si possa concordare, per esperienza condivisa - che si tratta di una condizione sociale in cui ogni individuo è chiamato – fin dall'infanzia – ad impegnarsi nel ruolo di consumatore. Più che a diventare un serio lavoratore, uno studioso, un cittadino eccellente – e questo vale per uomini e donne, nonostante l'ambiguità della lingua – la priorità che viene oggi indicata ad ognuna/o è quella di volere e saper consumare. Questa particolarità del periodo che stiamo vivendo è così precipua che molti studiosi la definiscono con una terminologia nuova e specifica, per distinguerla dalle caratteristiche del periodo immediatamente precedente, che era centrato soprattutto sulla produzione dei beni per il consumo. Oggi produzione e consumo debbono essere richiamati invertendo l'ordine, anche se evidentemente continuano ad essere fortemente collegate. Che si tratti di uno stadio“tardomoderno”,“secondomoderno”,”surmoderno”o “postmoderno”,come sottolinea Bauer, il mutamento dell'enfasi su uno dei due termini:consumo, “determina una enorme differenza pratica, per ogni aspetto della società, della cultura e della vita individuale”, su scala mondiale.

Ma la felicità?
E' evidente come i protagonisti del nostro scenario socioeconomico: i beni, i servizi, la comunicazione sociale, per imporsi e vincere la reciproca concorrenza hanno bisogno di suscitare sempre nuovi desideri, creare aspettative e “saziarle” nel brevissimo tempo che fa scadere l'attesa a questione di un battito, quello del cuore meccanico del mercato globale che sempre vigila a che niente si consolidi abbastanza da diventare un'abitudine, e nessun dubbio intervenga davanti al grande richiamo di esplorare sensazioni nuove, nuove terre, nuovi cibi,nuovi abiti, nuovi orizzonti del pensiero, nuovi incontri … tutto nuovo, senza limiti di soddisfacimento. Siamo alla svolta paradossale che a lamentarsi delle rinunce a cui devono sottostare sono più spesso i ricchi, per i quali l'orizzonte dei consumi è evidentemente più vasto, che i poveri – essendo la povertà una delle costanti “abitudini” della storia e dunque per niente nuova -.
Non c'è riposo nel passare da attrazione ad attrazione, da seduzione a seduzione, nessun limite di natura etica o culturale, essendo anche l'etica e la cultura assimilate a merci rese disponibili alla scelta, sotto forma di pacchetti preconfezionati a misura dei diversi gusti: all'odore di oriente o dei buoni sapori di una volta , tanto per fare un esempio. Tutto avviene dentro una società che si autocandida ad essere campione massimo di libertà rispetto ai modelli precedenti, definita proprio in virtù del grandissimo ventaglio di scelte di cui noi cittadine/i possiamo disporre. Tranne, naturalmente, la rinuncia a scegliere.
Dentro una vita all'insegna delle sensazioni molti dei percorsi che ho tracciato appaiono impraticabili e non a caso prevale tra i più - e soprattutto tra i/le giovani - l'idea che la felicità condivida con ogni altra esperienza di consumo la fragilità, la fuggevolezza, la mobilità, la leggerezza, ed è riconosciuta come tale soprattutto quando si caratterizza di tali attributi e non diventa assimilabile a niente che possa interrompere la trionfale marcia verso ciò che avanza con i caratteri del già atteso, perché non inaspettato – la roboante voce della pubblicità sempre a riempire ogni intervallo di silenzio nel nostro vivere -. Con l'animo aperto ad accogliere l' impressione del desiderio, dell'incontro, del dono, della bellezza, come anche dell'amicizia, dell'amore, della relazione, delegandone la concreta realizzazione alla “madre di tutte le rappresentazioni”, la società dei consumi, che ci protegge e si protegge dal nemico numero uno dell'odierno stile di vita: l'appagamento. Solo se possiamo continuare a sentirci “vuoti” l'imperativo “consuma e saziati” può avere seguito, ma se non riusciamo ad interrompere questo perverso consenso il riflesso del consumismo – sotto le folgoranti sembianze – sarà sempre e comunque la melanconica condanna ad un “assoluto presente”, in cui lo spazio e il tempo si riducono ad essere scenari di cartone intorno al palcoscenico delle nostre azioni,condannate alla noia della continua tentazione e all'indifferenza del giorno per giorno. Ecco che ne è della felicità, a queste latitudini.

L'uscita da questa triste spirale può essere consentita solo dal ripensare ogni momento della nostra esistenza all'insegna della separazione del vivere dal consumare e, come non è sano vivere per lavorare, appiattendo la vita e i suoi bisogni sulle esigenze del lavoro le cui regole non contrattiamo, se non in minima parte, tanto più nessuna merce può dare senso ai bisogni profondi che per fortuna spesso ci trattengono dal consegnare ad altri la “nostra”ricerca di felicità , che è sigla di un “altro” stare nel mondo e per il mondo. Se riusciamo a smascherare, in primo luogo dentro di noi, l'universo di immagini dietro cui si celano- privatizzate - la precarietà,l'incertezza,l'insicurezza,la solitudine, che sono le reali condizioni a cui ci assoggetta questa società, possiamo provare a combattere i sentimenti di rassegnazione se non di disperazione che hanno molto a che vedere con la sociopatologia della depressione e che si diffondono a macchia d'olio nel paese dei balocchi che la macchina della globalizzazione ha costruito, rendendo invisibili - ma non per questo meno inquietanti - quanti premono ai suoi confini, costretti dentro l'etichetta del “diverso”, dello “straniero”.
La felicità a cui giustamente tendiamo apre alla necessità di credere che un altro mondo è possibile;un mondo dove è consentito distinguere valore da disvalore – che è il suo contrario -, il primo da preferire e scegliere in virtù dell'esercizio, come ci ricorda il filosofo Giovanni Gentile, della libera volontà, senza la quale “ non c'è bene che si distingua dal male, né vero che come tale si contrapponga al falso”. Ma questo può essere praticato se riusciamo a combattere l'opinione imperante che ogni esperienza di contatto col mondo esterno si riduca in definitiva ad essere esperienza tra l'essere umano e se stesso, dove il dubbio e il risentimento occupano il posto una volta colmato dalla gratitudine e dallo stupore, ma anche dalla rivolta nei confronti della realtà – oggi sempre più vasta e articolata - su cui sentiamo di non avere potere. Senza fiducia nella propria ragione e nei propri sensi, volti a conoscere e rendere praticabile il contatto con l' “altro”, la volontà diventa uno strumento per evitare l'incontro con tutto ciò di cui non disponiamo, acquista cioè potere d'annientamento. E così, pur nel gran daffare che ci accomuna come cittadini e cittadine del mondo globale, in realtà finiamo per non fare esperienza di niente altro se non delle nostre frustrazioni. L'invito a riconquistare un atteggiamento di apertura “curiosa”, oltre gli schemi predefiniti che neutralizzano l'evidenza concreta del reale in divenire, riducendone il mistero ad impressione paurosa e spingendo a scegliere al suo posto un simulacro di realtà, non è una sterile utopia, ma il doveroso riconoscimento dell'irriducibilità della coscienza individuale ad una generalità conformista e manipolata da meccanismi di potere, sempre meno comprensibili e controllabili.
“Osservate quanti uomini sono necessitati ad una regolare e stabile infelicità, a malattie, a morti, a schiavitù (o gratuita e violenta, o mercenaria) a disastri, a miserie, a pene, a travagli d'ogni sorta, per proccurare agli altri uomini questo mezzo di civiltà, e preteso mezzo di felicità. Ditemi quindi se è credibile che la natura abbia posta da principio la perfezione e felicità degli uomini a questo prezzo, cioè al prezzo dell'infelicità regolare di una metà degli uomini.”
Questo scrive Leopardi nello Zibaldone e chi,osservando il mondo contempo- raneo, si sentirebbe in grado di confutare la sua affermazione di una radicale impossibilità degli esseri umani ad accedere alla felicità – una vana illusione negata dalla realtà “naturale”della condizione umana -, a patto di sostenere che questo bene spetta a pochi eletti e non all' intera specie.?
Ho il sospetto che qualcuno lo pensi e agisca di conseguenza, ma si può invece pensare che, se si libera la società dalle pastoie dei complicati intrecci di potere su cui si basano tutte le relazioni, sia nella sfera del privato sia nella gestione della cosa pubblica,se si ha come obiettivo il riconoscimento dell'uguaglianza sostanziale di tutti gli esseri umani, si può lavorare per allargare - non in senso geografico, ma degli spazi di libertà - la “società stretta”, come la definisce il poeta nel lontano 1821, perché “una società stretta pone necessariamente in contrasto gl'interessi degli individui, rende necessario alla soddisfazione dei desideri degli uni, il male degli altri; alla superiorità, ai vantaggi, alla felicità degli uni, l'inferiorità, gli svantaggi, l'infelicità degli altri; desta il desiderio di beni che non si possono conseguire senza il male degli altri, di beni che consistono nel male altrui,che corrispondono per lor natura ad altrettanti mali degli altri individui ...”. Allora si può recuperare la felicità, non tanto dentro i piani che fin da principio la natura avrebbe posto in essere, come destino per le sue creature, quanto dentro un progetto tutto umano che si è venuto sviluppando e precisando dentro i lunghi secoli – più spesso tormentati e bui – dell'evoluzione della civiltà umana, di cui è forse il prodotto più entusiasmante.
Dobbiamo però ricercare i fili di questo progetto - che forse abbiamo smarrito tra la confusione di oggetti che tengono in ostaggio le nostre vite - e riprendere a dipanarlo insieme.

Lo dobbiamo a noi stesse/i , e agli altri e alle altre come noi .








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