Ero lì per uno dei miei servizi; penisola di Valdes, Patagonia.
La penisola delle balene. Ma quel giorno ero in pausa lavorativa.
Era uno di quei giorni spigolosi in cui mi aggiravo inquieta tra la luce e l’ombra dell’esistenza e avevo bisogno di nutrirmi di profondità, di solitudine. Di pienezza.
Le distanze in questa terra estrema si annullano, divergono, vanno oltre l’immaginazione. Paesi, villaggi, immersi nella desertica steppa in una latitudine abbagliante di colori, immemore di spazi, annichilita di silenzi...
Da: frisby <Livia_Rossetti> Data: giovedì 12/08/2005A: MarcoCapitani@internet.freeOggetto: Le balene d’agosto
Qui al confine della terra, amore mio, dove l’estremo sud tocca con le dita i ghiacci polari, ti scrivo questa mail che probabilmente arriverà in Italia prima del mio ritorno.
Da quando sono arrivata mi distrae continuamente questo cielo denso, azzurro come i tuoi occhi, un pasto aggrovigliato di nuvole che sembrano volerti precipitare sulla testa. E’ incombente questo cielo rarefatto, pare un disciolto turbinìo di veli, una danza tribale di teli blu e bianchi. Avvisaglie opaline, lattescenti tra foschie e attorcigliati nembi.
Lo so è davvero un paradosso che io ti scriva da qui, in capo al mondo, dal mio fedele portatile con cui vivo una simbiosi che hai sempre detestato.
Sono le 6 di mattina e sono sola su questa spiaggia di Valdes, io e il vento …
Dio, questo vento. E io che ascolto il vento da una vita…e questa nuova voce della Patagonia che ti fa pizzicare la pelle in una morsa di struggimento simile al sottile vibrare di un violino che in sottofondo accordi le distanze e le dilati, questa nuova voce viene ossessivamente a sommarsi col suo timbro roco ad altre voci indimenticabili che ho ascoltato. Che ho dentro.
La natura sceglie strani interlocutori, quasi riconoscesse nella selvaggia molecola umana il confine empirico per esprimere tutta la potenza del suo verbo.
E di quel verbo ho imparato a tessere follìa. Di quel verbo ho imparato l’assonanza e i suoi confini.
Gli occhi sembrano spezzarsi su questo fazzoletto di spiaggia che taglia il cielo al confine nel suo ruvido profilo, come un colpo d’accetta inciso.
Osservo le mia dita nervose che battono questi tasti grigi per dirti, per dirti che ...ah, struggimento del cuore, questo “dirti che”.. Questo dirti, troppo pieno di te troppo vuoto di me.
E allora, meglio se continuo a scriverti…
…questo vento sfuria i miei pensieri, Marco, e non è perché il vento mi agita per natura, come un lupo che lo sente arrivare da lontano, ma perché del lupo ho conservato la suo impronta più autentica. Quella specie di istinto ancestrale che lo fa sentire vivo, denso, feroce, guardingo e solitario. E che io sono così, tu lo hai sempre saputo. Un lupo civilizzato che stenta alla mira del contadino quando caccia sulle sue terre per frodo e per fame. Con quel mezzo pelo intirizzito alle carezze del branco. Ma alle tue mi sciolgo come un cucciolo perdendo identità e fattezze.
E forse tu mi ami proprio per questo. Per questa immensità dimezzata e torbida divisa e condivisa tra dolcezza e violenza. Il grigio esiste nei contorni, non può essere che una velata mistificazione fra bianco e nero. Ma di tutti gli altri colori conosco le radici le foglie e i semi e i frutti. Alberi dei sentimenti ramificati. Dei tuoi pensieri, lucide cime sotto il sole; dei miei pensieri, corteccia scorticata di rami labirinti...
Non se ne va questo dannato mal di testa che mi pulsa da un’ora sulle tempie. Somiglia al groviglio delle rughe di un vecchio, troppo perso nei ricordi, troppo perso in ciò che ha perso…un orologio di sensazioni già battute. E sono spilli pungenti, sono dita che ti parleranno di me attraverso una tastiera, e sono piccoli deliri. Nel fogliame indistinto …itinerari possibili. Ma non più.
Mi manchi e mi mancherai…dio quanto mi mancherai… ma come posso arrivare a te, per dirti ciò che nemmeno io so spiegare a me stessa ?
Davanti a questa immensità sono frastornata, stordita, non sento fluire le parole giuste.
Perché ?
E’ colpa di questa grandiosa terra, potrei dire “notturna” che mi fa pensare all’inferno di Dante nelle illustrazioni di Dorè.
Questo immenso circoscritto è pura latente fantasia coi suoi verdi boschi, i laghi, le cascate, i ghiacciai, gli spazi sconfinati battuti da un silenzio selvaggio che stinge in aromi quasi mistici.
Ma…dove sono le balene ? Sì, ora riprendo il filo delle parole. Mi perdo sempre tra me e me, sono una randagia dei miei sensi, e lo sai.
…corteccia scorticata di rami labirinti. So che ti sembrerà assurdo ma sono qui, avvolta in un poncho argentino coi gli occhiali da sole su naso ad aspettare le balene. Le balene d’agosto…c’è un film che porta questo titolo, non so di chi sia , ma una delle attrici era Bette Davis, me lo ricordo. Mi sento tesa, nervosa. Arriveranno da un momento all’altro. Deve essere emozionante…vengono qui da luglio a novembre per riprodursi e partorire. Coi loro piccoli si fermano abbastanza per abitare questi luoghi desertici ai confini estremi della terra.
Il vento dell’Atlantico continua ad infilarsi prepotente tra i capelli e l’alba è già spuntata da un po’. Fa freddo. E io immagino le tue mani, Marco. Il tuo calore, il tuo odore, la tua pelle che sa di buono, di lozione dopobarba. La tua pelle che scotta sulla mia…
Rabbrividisco al tuo ricordo.
Prima della partenza abbiamo fatto l’amore in modo selvaggio, possessivo. Una specie di punto di non-ritorno. Una istintiva paura reciproca fatta di fragilità e tormento. Un desiderio di marchiarci a vicenda per non cedere al distacco imminente. Come se potesse essere l’ultima occasione insieme, e poi …poi mai più. Ma subito dopo era subentrata la dolcezza, il ritmo delle nostre mani sulla pelle nuda nuovamente eccitati e il brivido carnale e vertiginoso dei nostri corpi sudati e uniti, fluttuanti nel piacere e nell’ansito dei respiri. C’è sempre stata una densa e potente intesa sessuale fra noi. Probabilmente l’unica cosa davvero potente.
Strizzo gli occhi su questa immagine, vorrei cancellarla dalle mie vertigini, così posso continuare questa mail cercando di non pensare alle tue mani avide, alle tue labbra invadenti. E’ uno strappo troppo forte. Abbacinante come questo cielo basso.
Mi sto distruggendo. Mi sto distruggendo da sola. Ma va bene…va bene così.
la tua pelle che scotta sulla mia…e la magìa di quei momenti.
Non ho con me l’attrezzatura fotografica, non l’ho volutamente portata sulla spiaggia. Voglio osservare le balene, libera da ogni costrizione professionale. Domani. Domani tornerò qui con Ramòn e lavoreremo al servizio ma oggi è una cosa tutta mia, oggi è il lupo che evade dalla tana alla ricerca di spazi e territori vergini da perlustrare, da conquistare…
Tu mi conquistasti praticamente con quella tua aria da fanciullo triste. Chissà perché a me sono sempre piaciuti i taciturni dagli occhi tristi. Quelli scorbutici e con parecchi più anni di me.
Forse perché nella mia allegria c’è sotto-sotto una specie di desiderio di serietà, di pacatezza, di sobrietà che posso solo ricevere dallo scambio di opposte simmetrie. O forse perché mi sono semplicemente piaciuti da subito i tuoi occhi chiari. O probabilmente era la mia bastarda irrequietezza che inconsciamente ti cercava.
Oh…eccole, eccole là ! Mi alzo in piedi, assalita da un repentino fremito di eccitazione. Del resto la mia “curiosità” mentale è sempre stata colorita di scarlatte emozioni. Per qualsiasi cosa. La piattezza non mi è conforme.
E adesso mi sento battere il cuore come una bimba.
C’è un branco di cetacei a poca distanza. Solcano il mare con grande abilità, un ammasso d’azzurro spugnoso, appena più scuro delle onde. Sono creature giganti, circa 14 metri, ma le vedi ondeggiare con un’agilità sorprendente, quasi scivolassero sull’olio come sospinte da un leggero soffio di brezza. Invece il vento è ossessivo e il mare barcolla di spuma salata. Il chiarore del sole accomuna nella magìa, l’idea di quella loro natura selvaggia. Forte e fragile e densa in quel perfetto tagliare la cresta dell’acqua, come forbici su orli di seta.
Un branco di nove balene e sei piccoli. E’ probabile che stazionino qui da maggio e provengano dal sud-est. Chissà magari qualcuna di loro è gravida e se ne andrà via a novembre col suo piccolo.
Il periodo di gestazione dura più o meno un anno e i primi cuccioli cominciano a nascere a partire da Giugno fino a metà di Ottobre.
Sono più vicine ora, c’è fascino nei loro movimenti, sinuosità, avanzano con la bocca socchiusa mantenendosi parzialmente in superficie. Il loro falciare le onde provoca schiocchi d’acqua vaporosi, spettacolari. Alcune, con scatto improvviso si tuffano letteralmente fuori dall’oceano. Danzano.
Questi esseri così mastodontici…danzano !
Un volo acrobatico di trasparenza cristallina, spumosa. Un puro canto di libertà e guizzi di spume, sprizzi d’azzurro, energia vigorosa contratta in una potenza quasi metafisica.
Stranamente mi avverto nella magìa del personaggio. Come se mi guardassi da fuori.
E’ forse patetico e romantico, forse nemmeno letterario, questo sguardo obliquo che mi accarezza la mente, ma mi sento in balìa di quel movimento come se a fluttuare fosse la mia parte più emotiva.
La natura libera che mi possiede che non conosce il morso delle catene canta un inno celeste e nella mia leggerezza umana mi sento addosso la danza delle balene. Queste splendide balene d’agosto.
In questa “io” che sa danzare l’acqua e il vento, in questa “io” racchiusa in uno spazio sconfinato di pensiero ho come la sensazione di tornare a casa dopo un lungo viaggio. E’ solo un breve momento. Intanto loro se ne vanno, indifferenti al mondo.
Negli occhi resta il tramortito stupore della levità.
Un intuizione. Sì, la certezza di un’intuizione. ..che in questa solitudine, che nella mia stessa solitudine fatta di spazi immemori esiste un unico posto di vedetta.
E gli occhi, a guardarsi., anche in “quel di fuori” di patetica romantica, gli occhi, non potrei rubarli a nessun’altro, nemmeno a te Marco…e non è gioia questo stordito ritrovarmi, è solo un’amara pienezza. Uno stridìo di ossa al brivido tangibile di non poter scegliere di essere diversa. Accettazione di ciò che si è.
E non è frustrazione, e non è gioia, è solo una colma amara compiutezza.
Purezza accecante, questa terra…senza mediazioni. E io resto nuda dentro me stessa. Di questa nudità essenziale che non vuole vestiti su misura, o stringhe troppo strette.
So che in futuro guarderò a queste “mie” balene d’agosto con gli occhi arrossati del pensiero, con questo frammento di cuore decomposto nella sua interezza che si struggerà nell’ululato di un lupo. Un piccolo lupo che nelle notti di penombra piangerà sommesso alla luna.
Non riuscirei a maledirmi un attimo di più di quanto non possa fare, quando penserò a te. A noi… e’ un addio Marco. E’ il mio addio. E tu, tu, sai perché.
Con tutto il mio immenso amore
Frisby
(racconto immaginario)
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