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Fogli/e d’Autunno 6

Argomento: Musica

Articolo di Giorgio Mancinelli (Biografia)

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Pubblicato il 22/10/2017 17:30:17

“Fogli(e) d’Autunno 6”
(letteratura, poesia, narrativa, libri, editori, concorsi, con uno sguardo all’arte in fatto di mostre, cinema, teatro, musica e viaggi.)

“musica” (GioMa inedita)

arpeggio d’autunno
melodia di colori
sussulto pacato dell’anima
sulle note insinuanti
orchestrazione d’archi e di fiati
il timpano
rompe l’adagio con moto
in allegro con brio
violini di vento
a ondosità di ricordi
ritorna la mente
cambia in novelli accordi
della stagione
per un altro amore
il ritornello ripete
l’accordo antico
sulla musica iniziale
rubata al silenzio

Ɣ – Proseguendo sulla tematica musicale, a un certo punto della discografia dedicata, abbiamo incontrato “Soiree Satie” in cui Paolo Poli (voce) e Antonio Ballista (piano) (LP FonitCetra 1982), su testi e musiche dello stesso Satie, si lanciano (si fa per dire) nella dinamica ‘futurista’, cioè in quella dimensione letteraria che trasforma la singola esecuzione musicale in una ‘lettura-sinfonica’ a se stante, quasi cacofonica. Come una piccola guache senza forma, che pure in astratto, in quanto astorica diventa oggettiva di un certo modo espressivo, quindi ‘altra’ musica diversa da quell’epoca che verosimilmente la contiene. Una rivelazione che non può sfuggire, in quanto la musica di Erik Satie fa da trait-d'union tra il passato e il presente della storia della musica ed è certamente quella più vicina a noi moderni. Necessita allora e, a maggior ragione, un riascolto attento delle parti selezionate in questo disco-spettacolo per assaporare le ‘sottigliezze’ vocali-esecutive di Paolo Poli alle prese con i testi di Satie tradotti in italiano da Ornella Volta, a sua volta ripresi da i “Quaderni di un mammifero” (Adelphi 1980) e, infine, apprezzare l’equilibrismo ‘jazzistico’ di Antonio Ballista che accompagna i brani …

“L’artista deve dare una regola alla sua vita..”, così ha inizio ‘La giornata del musicista’ di Satie inclusa nell’album, oltremodo ‘assurda’ per i suoi contenuti da ‘divertissement’.”

“Se rido me ne scuso con affabilità”; “Repsiro con precauzione per paura di strangolarmi”. In quanto al fumare: “Fumi, fumi, fumi pure amico mio, altrimenti qualcuno fumerà al posto suo!” (Erik Satie)

Ecco che dopo quasi un secolo e una vita costellata di grandi ’follie’ da vero ‘protagonista’ di innumerevoli spettacoli che hanno contribuito a scrivere la storia del teatro italiano, Paolo Poli ha dovuto lasciarci con grande rammarico di tutti noi, per aver perso un ‘artista’ e un ‘amico’, capace di interpretare o, re-interpretare se volete, in modo originale quanto unico non solo i suoi personaggi più originali, ma anche tutti quelli ordinari, diversi e pur sempre nobili, che siamo o non siamo noi. Per quanto sia possibile attribuire al suggerimento più di un significato, ovviamente non è tutto qui, molto divertenti sono inoltre: “Je te veux”, “Les fleurs”, “Cose di teatro”, “La Diva de l’Empire”, “Sport e Divertimenti” di Erik Satie tutti inclusi in questo raro album registrato dall’artista.

Io voglio ricordarlo così, col magone in gola, quando sul finire di “Al cavallino bianco” (RAI Teche 1960), nelle vesti dell’irresistibile Sigismondo Cogoli, canta: “È Sigismondo il più elegante e il più giocondo di quanti al mondo fanno il nobile mestier …, ed è quello il 'mestiere' di un artista davvero unico.

Ɣ – “Parade” il cui monumentale ‘sipario’ è in mostra a Roma, al Palazzo Barberini che lo ospita per le sue enormi dimensioni, è forse il ‘pezzo forte’ ma direi più la ‘meraviglia’ della grande Mostra “Picasso tra Cubismo e Classicismo 1915-1925” in scena dal 22 Settembre al 21 Fennaio 2018 alle Scuderie del Quirinale - Roma. Nato come ‘sipario’ per il balletto in un atto di Léonide Massine e musicato da Erik Satie, su ‘one-act scenario’ di Jean Cocteau, con i costumi e le scene realizzate da Pablo Picasso. “L'opera venne rappresentata dai Balletti russi di Sergei Diaghilev il 18 maggio 1917 al Théâtre du Châtelet a Parigi. Gli interpreti principali furono Léonide Massine, Maria Chabelska, Lydia Lopokova e Nicolas Zverev diretti da Ernest Ansermet. L'argomento rievoca una parata come si vedeva un tempo ad ogni teatro della fiera (leggi ‘La piazza universale’ articolo su questo stesso sito).

L'universo poetico, opposto alla brutalità del mondo moderno, costituisce qui, come già allora, un tocco di leggerezza. Si può restare sbalorditi alla sua presenza, o meglio schiacciati sotto le volte del’immenso Salone di Parata che pure a mala pena lo contiene: “Parade”, infatti, è anche il termine che coglie il significato profondo dell’invenzione di Picasso e insieme il senso del dialogo metaforico, imprevedibile quanto sorprendente, con la spettacolare scenografia del fastoso salone affrescato da Pietro da Cortona. Dopotutto, non era stato concepito anche questo come il ‘salon de parade’ destinato ad accogliere i visitatori del palazzo e ‘introdurre’ gli ospiti dei Barberini?

Picasso gioca sul tema dell’effimero e dell’illusionismo teatrale, facendo apparire sul sipario – sulla soglia che divide ma anche congiunge lo spazio reale e quello immaginario – il retroscena o addirittura il fuori-scena dello spettacolo, ciò che non si dovrebbe vedere, che ‘smaschera’ e ribalta il meccanismo stesso della messinscena. Tutti motivi d’avanguardia, ma nondimeno tipicamente barocchi, che diventano infatti suggestiva esperienza vissuta nella straordinaria allucinazione spaziale della volta propria dell’architettura del Bernini. Non a caso, anche Bernini – di cui Picasso aveva potuto ammirare e apprezzare le opere romane – si era cimentato personalmente col genere teatrale, in particolare nella commedia ‘L’impresario’ che, è appunto la messinscena di una messinscena, lo spettacolo della creazione scenotecnica di una finzione, che come l’opera di Picasso, fonde insieme sublime e volgare, mescola serietà e ironia, evoca l’illusione per subito disfarla (dentro la realtà).

A quanto pare, la prima concezione di “Parade” fu ispirata a Cocteau dalla sfida lanciatagli da Djaghilev: “Stupiscimi!”, che è in fondo la stessa sfida raccolta dagli artisti barocchi di Palazzo Barberini, se è vero che come ammoniva Gian Battista Marino giusto due secoli prima di Djaghilev: “..è del poeta in fin la meraviglia, chi non sa far stupir, vada alla striglia!”. Oggi possiamo anche chiederci perché la musica per il balletto fu affidata ad Erik Satie, e a chi altro? Stando ai supposti intenti dello ‘stupore’ chi più di Satie per la parte musicale, e del coreografo Massine per i numeri di balletto, e Picasso per le scene e i costumi, avrebbe potuto mettere assieme una sì opera geniale. Del resto Cocteau si era ben espresso a riguardo allorché scriveva “Parade”:

“Io e Picasso – scrive Satie nel 1916 – lo stavamo a guardare (ignorando tutto, naturalmente). (…( Ma Cocteau mi adora … Lo so (anche troppo) … Ma allora perché mi dà dei calcetti sotto il tavolo?”

“L’autore di Parade, spiegava appunto (per la millesima volta) le sventure che lo prostrarono, straziarono, gonfiarono, spetinarono, raschiarono mentre scriveva quest’opera di tre righe … (notare la sottile ironia della frase finale). Tutti i presenti piangevano (dal ridere) … Tutto a un tratto, senza preavviso, il signor X (tanto noto per la sua perspicacia) si alzò e dichiarò freddamente: ‘Abbasso Satie!’, facendo ridere tutti”. Ma ben presto Cocteau gli chiede di inserire dei rumori meccanici nella partitura di “Parade” e si adopererà a sostituire ‘le relazioni fluttuanti della musica’ con i ‘rumori’ che ritiene indispensabili. Dal canto suo Satie terrà a ristabilire le distanze tra la musica e l’ ‘Arte dei Rumori’ diffusa da Russolo quale manifesto della sua adesione al Futurismo marinettiano, con un vero rifiuto (che poi in parte ricapitolerà).

È più probabile invece che si debba proprio all’influenza, sia pure indiretta, dei futuristi, l’integrazione di un certo numero di rumori meccanici nella partitura di “Parade”. Va anche detto che se Satie non è mai stato futurist, nulla permette di supporre che preferisse, come i marinettiani, il frastuono dei tranvai o di altre macchine al canto dell’usignolo. (…) Si sa invece che deplorava l’abitudine, che stava già allora prendendo piede, di “…sostituire, con della cattiva musica, il dolce ed eccellente silenzio”.

Insomma, Satie polemizzava con tutti, amici e non, era nel suo stile di ‘dandy povero’ l’ostinazione a dire ciò che spettava a ognuno, e lo faceva di buon grado. Accadde così che “Parade”, fin dalla prima esecuzione del 18 Maggio 1917 al Théatre du Chatelet a Parigi, scatenò un vero ‘scandalo’ etico-morale-culturale di cui si parlò ancora per lungo tempo. Ciò, per quanto Apollinaire, avesse coniato per il balletto “Parade” la parola ‘surrealiste’; da che il ‘surrealismo’ si è poi affermato come corrente artistica tout-court. Ma le polemiche non finirono alla sua messinscena del 1917. Nel Juournal di Gide del 1948, si legge a proposito di una ripresa di “Parade” del dicembre 1920:

“Cocteau si aggira tra le quinte, dove lo trovo invecchiato, teso, dolorante. Sa benissimo che le scene e i costumi sono di Picasso e la musica di Satie, ma è convinto che Picasso e Satie siano stati fatti da lui”.

Il lavoro prese corpo proprio a Roma, dove Cocteau e Picasso si trasferirono per qualche mese in cerca di ispirazione. Picasso disegnò i costumi e le scene, contribuendo anche a definire il ruolo e la fisionomia dei personaggi, nella sua forma ‘cubista’, un’espressione cui aveva dato un forte impulso di originalità a tutta l’epoca e che trovò molti seguaci. Inoltre dipinse l’enorme sipario da palcoscenico che avrebbe introdotto visivamente gli spettatori all’azione del balletto vero e proprio. Un’opera altamente innovativa che oggi definiremmo ‘multimediale’, che incarna appieno quell’ideale dell’ ‘esprit nouveau’ che, come scriveva proprio nel 1917 il poeta sodale di Picasso, Guillaume Apollinaire, mirava a “..consumare la sintesi delle arti, della musica, della pittura e della letteratura”.

In vero, si resta abbagliati davanti al sipario creato da Picasso per “Parade” al punto che non si può smettere di guardarlo, e non solo con gli occhi. Il perché è spiegato nella didascalia che l’accompagna (e dal ‘foglio’ di consultazione della mostra), dove è detto: “..confonde provocatoriamente altri registri artistici e concettuali canonicamente diversi: il linguaggio aulico del classico e la cultura popolare, il teatro e il circo, la scena e il retroscena, la verità e la finzione. Tuttavia, permettetemi una digressione poetica: “… “Parade” equivale a un sogno, uno di quelli che si fanno da bambini, e dal quale non si vorrebbe mai uscire; piuttosto sentirsi chiamare per entrare a far parte del quadro, dentro la scena di quel teatro ‘fuori del mondo’ cui, per una ragione astrusa che non comprendiamo, tutti vorremmo potervi accedere per l’eternità”. Allor…

“quando” (GioMa inedita)
..quando parlare non ha senso
piani e dirupi della memoria
pensieri di nulla
attendono

gli alberi spogli del parco
tanti corpi nudi
una foresta di pazza gente
attonita in silenzio

l’angolo buio dove nascondere il viso
è nel bosco della solitudine
. . .
quando si ha voglia d’assoluto

“Picasso. Tra Cubismo e Neoclassicismo: 1915-1925” che si tiene alle Scuderie del Quirinale dal 22-09-2017 al 21-01-2018 porta in mostra indubbiamente le opere migliori del periodo , ed offre inoltre la possibilità, con un lieve sovrapprezzo di visitare il Museo di Palazzo Barberini con le sue pregiate opere d’arte , nonché lo starordinario spazio espositivo che ospita il sipario di Pablo Picasso creato per “Parade” di Jean Cocteau su musiche di Eric Satie, che ‘da solo’ vale il tempo speso della vostra visita.

Sitografia:
Le Scuderie del Quirinale sono un palazzo di Roma. Situate davanti al Palazzo del Quirinale, anch'esse di proprietà della Presidenza della Repubblica, sono sede di mostre ed eventi culturali: Via Ventiquattro Maggio, 16, 00186 Roma RM .
www.scuderiedelquirinale.it, info@scuderiequirinale.it
Galleria Nazionale d'Arte Antica Palazzo Barberini /Corsini
Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13 - 00186 ROMA
www.barberinicorsini.org


Ɣ – All’Autunno (1572) e alle altre stagioni si è ispirato Giuseppe Arcimboldo, del quale, per la prima volta a Roma, alla Galleria Nazionale d'Arte Antica a Palazzo Barberini dal 20 Ottobre 2017 all'11 febbraio 2018. Di Giuseppe Arcimboldo 1526 –1593, "pittore raro e in molte virtù studioso ed eccellente, così nella pittura come in diverse bizzarrie" (Paolo Morigi) La Mostra offre un’occasione eccezionale per ammirare una ventina di capolavori autografi, disegni e dipinti, di Giuseppe Arcimboldi meglio noto come Arcimboldo, provenienti da Basilea, Denver, Houston, Monaco di Baviera, Stoccolma, Vienna, Como, Cremona, Firenze, Genova, Milano, anche per la difficoltà di ottenere i prestiti delle sue opere, organizzata dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica e da Mondo Mostre Skira, vedi catalogo, a cura di Sylvia Ferino-Pagden, una delle maggiori studiose di Arcimboldo e già Direttore della Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum di Vienna, e con la direzione scientifica delle Gallerie.

Il ricordo più immediato va a un’altra Mostra intitolata “Effetto Arcimboldo” tenutasi a Palazzo Grassi in Venezia e all’esauriente catalogo (Bompiani 1987) in cui si sviluppava, nella visione del pittore, la trasformazione del volto in chiave re-creativa basata sulla natura. Formatosi alla bottega del padre, nell'ambito dei seguaci di Leonardo da Vinci, Arcimboldo, pittore, ma anche poeta e filosofo, è celebre soprattutto per le famose "teste composte" di frutti e fiori. Grazie alle sue ‘bizzarrie’ e alle sue ‘pitture ridicole’ (ma anche poetiche), è stato uno dei protagonisti della cultura manierista internazionale, esponente di una corrente artistica, scientifica, filosofica e umanistica lontana da quella classicheggiante dell’epoca.

Apprezzato dalle corti asburgiche di Vienna e Praga, al servizio di Ferdinando I, Massimiliano II e Rodolfo II, Arcimboldo guadagnò persino il titolo nobiliare, rarissimo per gli artisti, di "Conte Palatino". Riscoperto negli anni Trenta del Novecento, l’artista venne considerato il più importante antesignano del Dadaismo e del Surrealismo, per l’appunto tema della suddetta Mostra che ha lasciato un segno indelebile nella memoria di quanti hanno avuto la fortuna di misurarsi con il pittore per la prima volta.
La Mostra Barberini articolata in sei sezioni, si apre con una sala introduttiva che mostra il celeberrimo Autoritratto cartaceo, dove Arcimboldo si presenta come scienziato, filosofo e inventore, nell’ambiente dei letterati e degli umanisti milanesi (Giovanni Paolo Lomazzo, Paolo Morigia, Gregorio Comanini), che furono promotori e diffusori della fama dell’artista. La prima sezione della mostra raccoglie una serie di opere religiose di artisti, piú o meno suoi contemporanei, fra i quali alcuni Leonardeschi come Cesare da Sesto, in dialogo oppositivo con le personificazioni delle stagioni Estate, Inverno. Molte anche le opere di arte applicata (cristalli, armature, arazzi e vetrate, queste ultime su disegno di Arcimboldo) a testimoniare una città che in quegli anni era uno dei massimi centri di produzione di oggetti di lusso.

Si prosegue poi con la sezione delineante il periodo in cui l’artista divenne il ritrattista della corte asburgica: il ritratto dell’Arciduchessa Anna, figlia dell’imperatore Massimiliano II, testimonia la sua abilità nel co-gliere le personalità dei soggetti, tramite effetti luministici e accortezze com-positive. In mostra anche gli studi per le feste e le manifestazioni di corte da lui ideate. Tra le opere più significative, realizzate durante il periodo viennese, altre personificazioni delle stagioni Primavera, Estate, Autunno, Inverno in dialogo con gli Elementi: Acqua, Aria, Fuoco, Terra, quest’ultima mai vista nelle esposizioni degli ultimi venti anni.

Un capitolo a parte è riservato agli Studi naturalistici e Wunderkammer, nella terza sezione, di cui i sovrani asburgici si fecero promotori, alla ricerca di pezzi da collezione per impreziosire le loro Wunderkammern: molti oggetti, considerati “meraviglie della natura”, come zanne, coralli, oggetti curiosi, e alcuni dipinti raffiguranti gli “irsuti” (uomini ipertricotici che venivano portati di corte in corte come divertissement e intrattenimento). Notevole il Ritratto di Antonietta Gonzalez di Lavinia Fontana.

Si passa poi alle cosiddette Teste reversibili, immagini di nature morte, di raffinata ambiguità visiva, che, ruotate di 180 gradi, assumono una confor-mazione del tutto diversa (L'Ortolano e Il Cuoco), in rapporto con il nascente genere della Natura morta, che si andava affermando nella Milano di fine Cinquecento - inizio Seicento.

La quinta sezione mostra veri e propri paradossi iconici e analizza il metodo del composito in vari contesti culturali: busti che a un primo sguardo appaiono del tutto naturali, ma che in realtà sono costruiti attraverso il sapiente incastro logico di forme diverse, naturali o artificiali. Le teste composte e quelle ‘reversibili’ suscitano inevitabilmente sorpresa e stupore, costringendo chi le osserva a studiarle con grande attenzione: guardando la testa da lontano l’osservatore ne coglie la forma complessiva, spesso mostruosa.

Solo quando si avvicina inizia a notare la resa accurata dei singoli oggetti che la compongono. Ognuno di essi – fiori, frutti, pesci, animali vari, ferri per caminetto, segnalibri, fasci di fogli, cannoni – contribui-sce al significato della rappresentazione, che si tratti della caricatura di un individuo o dell’allegoria di una professione, di una stagione, di un elemento naturale, di una testa “reversibile” o di una natura morta. Ognuno di questi oggetti si intreccia o si sovrappone, gareggiando con gli altri per ottenere un ruolo preciso all’interno del dipinto e accentuarne l’impatto complessivo.

Vengono esposte al pubblico circa un centinaio di opere: si va dai capolavori più noti di Arcimboldo - dalle Stagioni agli Elementi, dal Giurista a Priapo (Ortolano) al Cuoco – i ritratti, l’arazzo di Como e le vetrate del Duomo di Milano, ai suoi preziosissimi disegni acquerellati per le feste di corte, in dialogo con dipinti e copie arcimboldesche, oltre a una serie di oggetti delle famosissime wunderkammer imperiali, delle botteghe numismatiche e di arti applicate milanesi e non solo, fino a disegni di erbari, frutta, animali, di cui all’epoca si faceva gran studio al fine di incrementare serre, serragli e giardini ma, anche e soprattutto, la conoscenza scientifica. È questa sezione che conclude l’esposizione: Arcimboldo fu un maestro del gioco e dell'ironia, proseguendo la tradizione leonardesca e lombarda della caricatura, come nelle personificazioni dei mestieri, come appunto quelli esposti in mostra, autentici capolavori come Il Giurista e Il Bibliotecario.

Noi ci lasciamo coinvolgere (un poco meravigliati, un poco spaventati) dall’Autunno che ci viene incontro sulla parete della Mostra che vale la pena di visitare, tenendo a mente le parole di Paracelso, alias Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso (1493 – 1541) medico, alchimista e astrologo svizzero, una delle figure più rappresentative del Rinascimento:

“Tutto ciò che si trova all’interno si può conoscere grazie all’esterno. Dio non ha voluto che tutto quanto ha dato all’uomo come proprio e per il suo profitto rimanga nascosto (…) E se ha dissimulato certe cose, ha impresso a ciascuna un marchio visibile dell’esterno tramite segni particolari: come chi abbia seppellito un tesoro e per poterlo ritrovare ne segni l’ubicazione. Noi uomini, scopriamo tutto quanto nasconde una montagna grazie a segni esteriori e attraverso corrispondenze; e troviamo nello stesso modo tutte le proprietà delle erbe e ciò che si trova all’interno delle pietre. Non c’è nulla nelle profondità del mare, nulla nelle altezze del firmamento che l’uomo non sia in grado di scoprire. Nessuna montagna è così casta da dissimulare agli occhi degli uomini ciò che racchiude. Tutto è rivelato da segni (…) nello stesso modo, tutto ciò che l’uomo racchiude può essere visto dall’esterno, e così, osservando l’esterno, si può conoscere l’interno..”.

Tutto ciò ch’è dentro di noi e fuori di noi, tutto ciò che nell’armonia e nella bellezza del creato.

“Vi sono molti aspetti – nelle creazioni pittoriche di Arcimboldo – che consentono di rilevare parallelismi con la natura. Uno implica appunto l’armonia: tutto quanto, frutta,verdura, animali e altri oggetti sono armoniosamente congiunti in ogni testa, così come elementi e stagioni coesistono a dar forma alle figure, ognuna con la sua rilevante personalità. Un altro è dato dalla rispondenza di una immagine all’altra: così, l’Estate e l’Inverno sono rivolte verso destra; la Primavera e l’Autunno guardano a sinistra; l’Aria e la Terra sono rivolte a destra, l’Acqua e il fuoco a sinistra.

Analogamente ogni stagione trova rispondenza nell’elemento appropriato. È così che la congiunzione armonica delle stagioni si richiama al ciclo perpetuo; la natura esiste sempre nella combinazione perenne dei quattro elementi tradizionali (esoterici). Devo dire che la visita protratta della mostra mi ha messo una certa fame, anche se non sono proprio certo di voler mangiare. Il dubbio è forte: non sia mai che venga mangiato dal piatto che ho davanti. È una ipotesi indefinibile che non scarterei a priori … sarà per l’ “Effetto Arcimboldo”? Meditate gente, meditate!

Sitografia:
Galleria Nazionale d'Arte Antica Palazzo Barberini / Corsini
Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13 - 00186 ROMA
www.barberinicorsini.org

Ɣ – Ma anche l’arte, e soprattutto l’Arte direi, si rinnova nel modo che defluisce da un epoca e confluisce in un’altra, anche se non sempre con i medesimi propositi, in senso di ‘meraviglia’. Ciò non di meno l’evoluzione dell’arte tout-cout ha segnato più di un punto fermo nella storia dell’evoluzione, più spesso coinvolgendo forme diverse dalla sua espressione millenaria. Fino a giungere a noi contemporanei in chiave di ‘progettualità artistica’, dando luogo a commistioni un tempo verosimilmente impensabili. Il riferimento alla ‘visual-art’, ‘street-art’, ‘light-art’ non è casuale, e mi permette di introdurre qui un Progetto Letterario-Figurativo’ denominato Street-Art presentato da Concorsiletterari.net dall’Associazione Culturale Caffè delle Arti.

Suddiviso in tre (3) sezioni il Concorso/Progetto si rivolge ad autori/artisti minorenni di età compresa tra i 12 e 17 anni, (previo autorizzazione dei genitori), così suddivisi:
Sezione A – “VERSI (DI)VERSI” Poesie, filastrocche, testi di qualsiasi genere musicale, con preferenza per il rap e freestyle rap… Si partecipa inviando l’elaborato in formato Word: .doc, .docx, .odt, .txt (no .PDF)
In caso di testi per canzoni inviare anche il file mp3 dell’opera, completa di base musicale, se disponibile. Non ci sono limiti di lunghezza.
Sezione B – “NERO SU BIANCO” Racconti brevi, saggi brevissimi, pagine di diario, lettere senza destinatario, ‘Storie che scriveresti sui muri’, progetti e considerazioni personali, fiabe e favole (classiche o moderne, di qualsiasi genere) … Si partecipa inviando l’elaborato in formato Word: .doc, .docx, .odt, .txt (no .PDF). Il limite di lunghezza è di circa 9000 battute, spazi compresi (4-5 pagine in formato A4).

Sezione C – “CITTA’ D’ARTE” Fotografia e Opere pittoriche (qualsiasi tecnica e dimensione), disegno, (vari generi, anche tattoo), caricatura, fumetto (anche strisce), graffiti, murales… Per graffiti e murales e per tutte le opere di grandi dimensioni: si partecipa inviando una o più immagini fotografiche, in alta risoluzione, di opere realizzate su qualsiasi supporto di grandi dimensioni (.jpg – .png – .gif -.bmp) e indicando la tecnica usata. Per disegni, caricature, fumetti, ecc… : si partecipa inviando una o più immagini fotografiche ad alta risoluzione o copie delle opere originali. La paternità delle opere andrà dichiarata sulla scheda d’iscrizione. Tutte le Opere dovranno pervenire, entro e non oltre, il 30 Dicembre 2017.

Info: (dal Bando del Concorso da scaricare dal web).
Inviare una sola copia dell’opera, stampata o in formato digitale (CD) completa di titolo e di scheda di partecipazione compilata in ogni voce e firmata dal genitore al seguente indirizzo: “Caffè delle Arti” c/o Mario Angelo Carlo Dotti, Via G. Marconi 2 – 25030 Adro (BS) Caffè delle Arti si riserva la facoltà di assegnare, oltre ai premi previsti, altri premi o ulteriori podi non espressamente elencati nel bando. Nel caso in cui le opere non raggiungessero i livelli sufficienti, la commissione si riserva di non assegnare premi per alcune sezioni.
I giovani saranno premiati da una commissione esaminatrice, appositamente creata per il progetto e che vedrà impegnati, nella fase conclusiva delle valutazioni, ragazzi o ragazze dai 18 ai 30 anni e da esponenti dei vari generi artistici. È prevista, a seguito del Progetto, la realizzazione, in collaborazione con Incipit Group, di una Raccolta Antologica delle opere premiate e di quelle segnalate dalla Giuria e, pertanto, ritenute considerevoli e meritevoli di pubblicazione. L’Antologia sarà proposta in vendita agli autori prima della Cerimonia di Premiazione: l’acquisto non è obbligatorio.
I risultati del concorso saranno resi noti sul sito internet dell’Associazione Culturale “Caffè delle Arti”: www.caffedellearti.net e sulla pagina Facebook relativa all’associazione.
Caffè delle Arti si riserva di concordare, in caso di vittoria o segnalazione, con i giovani Autori/Artisti l’inserimento, in scaletta, di brevi esibizioni da presentare al pubblico nel corso della Cerimonia di Premiazione.

Ma non dimentichiamoci dell’antica matrice della poesia e dei nostri umani sentimenti, ‘le strutture sonore non sono inventariabili in un vocabolario’ (Cano); come in questa lirica di (Karl Kraus: Laetitiae comes medicina doloris):

“Il linguaggio va a tentoni come
L’amore nell’oscurità del mondo,
alla ricerca di una perduta
immagine primordiale”.

Ɣ – Ad una qualche forma d’arte fin qui trascurata, si fa riferimento nel libro “Vite Infinite. Memorie ad Accesso Casuale di Un Videogamer” di Diego K. Pierini – (Edizioni Ultra 2017).

Gli occhi incollati agli schermi, i calli dovuti alle manopole, i mostri di fine livello e un altro gettone per continuare il gioco sognando di avere “Vite infinite”. Fari puntati sul “videogame” raccontato dal brillante autore sabino d’adozione Diego K. Pierini in un diario atipico, minuzioso e profondamente intimo che mescola impressioni, riflessioni, ricordi personali e molta ironia per parlare di uno dei più grandi fenomeni intergenerazionali dell’era moderna. Nato ad Ancona nel 1979, è la prova vivente che i videogiochi fanno male. Miope, moderatamente sociopatico, ridotto in povertà dalla passione per le consolle vintage e come se non bastasse laureato in filosofia. Ha scritto d’intelligenza artificiale, culture digitali, musica e cinema. Ha alle spalle un lungo percorso nel settore televisivo, prima come autore di Parla con me, quindi a Voyager, The Show Must Go Off e Gazebo, con cui lavora tuttora, e collabora con Synthesis come traduttore freelance di videogiochi.

Diego K. PieriniDa vive a Poggio Mirteto e la sua carriera spazia di arte in arte, con una particolare attenzione a quella letteraria. Ha scritto d’intelligenza artificiale, culture digitali, musica e cinema. Ha pubblicato un saggio sull’intelligenza artificiale 'Noi, robot' (Bandalarga, 2010) e una raccolta di racconti, 'SubLimen' (Ensemble, 2012).

Dall’intervista apparsa in Archivio, Cultura, Index 07/09/2017 traggo alcuni passaggi che meglio rendono chiara la posizione di chi fa questo ‘mestiere’, che è poi quello che si è scelto per sopravvivere nel marasma della società contemporanea che ci colpisce, non sempre negativamente, e che per nostra fortuna, di tanto in tanto, ci regala qualche ‘emozione’. Del resto ognuno di per sé è bravo a trovarsi una via di fuga:

In: Il tuo libro è scandito sui tuoi ricordi e al centro ci sono i videogamer, più che i videogame. Perché hai fatto questa scelta?

Diego: Questo libro non è un romanzo e non è un semplice saggio, ma un diario atipico, minuzioso e a suo modo profondamente intimo che mescola impressioni, spunti di riflessione, ricordi personali e molta ironia per parlare di uno dei più grandi fenomeni intergenerazionali dell’era moderna: il videogame. Leggere questo libro significa indossare di nuovo, magicamente, i panni di un ragazzino degli anni Settanta. Uno di quelli (tutti noi, più o meno) che da un giorno all’altro si sono trovati di fronte a una sconosciuta tecnologia aliena fatta di schermi luminosi, manopole e fessure avide di monetine.
Catapultati in una dimensione alternativa ricolma di enigmi, mostri di fine livello, genitori apprensivi e vite extra, sarete protagonisti di un’avventura lunga oltre tre decenni. Il testo tutto sommato vede i due soggetti in equilibrio paritario: rivolgere agli esperti di videogames una nuova disamina sul tema mi pareva inutile, mentre mi premeva molto di più offrire un affresco più emozionale che andasse a rievocare, in chiave nostalgica ma anche decisamente ironica, l’epopea ipersatura ed entusiasmante di quei figli estetici degli anni 80 la cui psiche è rimasta tragicamente corrotta dalle ore spese tra mondi fantastici e manipolazione onanistica del proprio joystick (ma anche da Drive In e Automan).
Qualcuno doveva pur spiegare la sociopatia e il decremento della vista da cui è affetta l’ultima generazione analogica. Ciò detto, parlare del mondo dei videogiochi, più che dell’oggetto videogioco, è un escamotage per toccare argomenti molto più vari, dalla sottocultura musicale al cinema, dal rapporto con le riviste alle relazioni umane.

www.diegopierini.it,
Ufficio Stampa: Elisa Fantinel - 3358160566 – elisafantinel@yahoo.it
www.elisafantinel.it, che ringrazio vivamente per la collaborazione.

Ɣ – C’è una correlazione davvero molto profonda tra arte figurativa e arti visive non figurative, tra letteratura e musica, che fa da ponte tra il mondo che noi abitiamo e quello a noi invisibile. A voler dire, ciò che è oggettivo, concreto, che fa parte della realtà e, quello soggettivo, astratto che pure è parte del nostro ipotetico personale, impossibile da trascrivere nei termini del linguaggio discorsivo. Rilke l’ha definito: “l’albero che nell’orecchio sorge”, ‘..le cui radici affondano nelle regione oscure e caotiche della psiche e le cui chiome toccano i cieli intatti dello spirito’.

L’aforisma letterario coniato da Augusto Romano, psicanalista di orientamento Junghiano, appare in “Musica e Psiche” (Bollati Boringhieri 1999), saggio in cui l’autore affronta un aspetto insolito della dicotomia musica-psiche che sfocia nella mitica-letteraria e nell’operistica: “Il discorso sulla musica si intreccia con quello sulla psiche e sulla pratica analitica, in un gioco di analogie situato sull’arduo confine che divide ciò che è dicibile da ciò che non lo è. (…) Per questo la musica ha alimentato costantemente la produzione di miti e non solo ma, ed anche, le riflessioni filosofiche, psicologiche, antropologiche, intorno alle quali è poi cresciuta ed ha assunto, inevitabilmente, la sua consistenza mitologica.

Questo libro non si propone di idagare cosa la musica sia, quanto di seguire qualche percorso che la musica ha tracciato nell’immaginario umano e nell’immaginativa collettiva, prendendo in esame le teorie psicoanalitiche della musica e i loro antecedenti culturali nel pensiero. Così come vengono analizzati alcuni testi letterari, nei quali variamente si manifesta il rapporto tra musica, inconscio, fantasie cosmogoniche, mitologie del femminile, sullo sfondo delle nostalgie e dei disincanti della modernità. Ad esempio: si tratta di alcuni fra i più intensi racconti di Hoffmann; dei romanzi dello scrittore austriaco Thomas Bernhard; dei tragitti di Orfeo, del racconto di Ovidio agli abissali sonetti di Rilke, all’operetta di Offenbach.

Come ha scritto Claude Lévis Strauus nel 1964: “..fra tutti i linguaggi, solo la musica riunisce i caratteri contraddittori d’essere a un tempo intelligibile e intraducibile”. Questa caratteristica della musica, associata alla sua universalità (non vi sono società cui il fenomeno musicale non sia conosciuto), rende particolarmente interessante il problema psicologico del significato e della funzione della musica.

“Alcuni musicologi sostengono che la musica esprime emozioni e sentimenti attraverso ‘vocaboli dotati di un preciso significato (…) nelle singole tonalità e nei singoli caratteri dei sentimenti”.

“Una terza, e più impegnativa, linea di ricerca tende a ritrovare nella musica l’impronta di quelle invarianti strutturali dell’immaginazione cui la storia delle religioni (Eliade) e la psicologia analitica (Jung) hanno dato il nome di ‘archetipi’. (…) Quasi che l’archetipo come disposizione inconscia abbia impresso una particolare configurazione al discorso musicale facendone una sorta di mitologema sonoro. Riconoscere per esempio il simolismo dell’acqua e delle tenebre, intese come matrici di tutte le possibilità, in quei casi in cui si ha una ‘sospensione temporanea delle relazioni sintattiche tra i suoni nel loro evolversi usuale’.”

Più che una spiegazione dell’importanza della musica e del suo ‘mistero’, le molte teorie affrontate in questo libro una teoria che introduce nella comprensione della musica un fattore dialettico, e la considera come uno strumento di mediazione tra il caos originario delle emozioni e il linguaggio articolato dell’intelletto musicale che svolge essenzialmente un ruolo ordinatore:

“Ci venne incontro, venne
attraverso, rappezzò
invisibilmente, rappezzò
l’ultima membrana
e
il mondo, un microcristallo
concrezionò, concrezionò”. (Paul Celan)

Ma leggiamo insieme i titoli di alcuni capitoli:
‘Musica e utopia’. ‘Il linguaggio degli Angeli’. ‘Un sogno musicale’. ‘La principessa nascosta: psicoterapia e fare poetico’, ma c’è molto di più. Anche se personalmente penso che basti così. E a voi che ve ne pare?

Augusto Romano vive e lavora a Torino, è Socio della International Associaton for Analytical Psychology (IIAP)e Presidente dell’Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica (ARPA). In collaborazione con Mario Trevi è autore di “Studi sull’ombra” (1975/1990); Collabora con ‘Tuttolibri’.

Ɣ – E se il ‘fare poetico’ rientra nel vostro particolare interesse ècco un fresco di stampa che mi piace proporvi: “La poesia italiana degli anni Duemila” (Sfere 2017), un libro di Paolo Giovannetti che si offre come ‘percorso di lettura’ dell’attualità italiana a noi contemporanea.

“Se ne scrivono ancora…”: così, negli anni Sessanta del Novecento, Vittorio Sereni esprimeva il proprio stupore di fronte alla sopravvivenza, al perdurante privilegio della poesia. Mezzo secolo dopo, dovremmo forse affermare: “Se ne leggono ancora”. Malgrado le troppe banalità intorno alla crisi della poesia italiana e alla sua scarsa visibilità, questo genere è capace di resistere e rinnovarsi. Le molte voci che inverano il poetico seguono infatti un originalissimo percorso mediale, tanto più prezioso perché realizzato dentro il mondo della transmedialità. Valorizzando la propria attitudine a confondersi con la lingua di tutti, la poesia assolve compiti forse cruciali: ricordarci la fragilità dell’esperienza estetica, e insieme reclamare lettori che sappiano entrare nei testi con strumenti diversi da quelli che la tradizione (anche del Novecento) ci ha lasciato in eredità”. (Nota dell’Editore)

Sitografia: Sfere – opere@networkeditoriale.it

Ma quale modo migliore potrei scegliere per salutarvi, sempre che siate arrivati fin qui dopo sei (6) lunghe puntate. Al massimo ne bastavano tre (3)! Ha gridato qualcuno. Ma pensando che l’Autunno, tuttosommato, è breve, ho voluto accompagnarvi per tutto il tempo, prima che l’Inverno ci assalga coi suoi ‘freddi intensi e ancor più intense passioni’ che, per quanto sia, lascia poco spazio al risveglio della Primavera, nonché alla poesia:

“La sfera della poesia non si trova al di fuori del mondo, come una fantastica impossibilità ... essa vuol essere l’esatto contrario, la non truccata espressione della verità, e appunto per ciò deve gettare via da sé l’ornamento menzognero di quella presunta realtà dell’uomo civile”. (Nietzsche)

Ɣ – per le ‘liriche’ apparse in tutti gli articoli a firma Gio-Ma – cerca nel sito giorgio.mancinelli@larecherche.it
Buon Autunno a tutti!

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