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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Le profondità dell’amore

di Daniela Bigottà
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Pubblicato il 10/03/2008

LE PROFONDITA’ DELL’AMORE
Come aveva spiegato egli stesso nel tramonto di una tranquilla sera d’inverno e di un’esistenza per buona parte inquieta, era stata la necessità ad averlo sospinto laggiù, in quel paese di marinai profumato di pesce e di cedri, roso dal sole e dall’acqua del mare. Gli ci erano voluti degli anni e l’intercessione del cielo perché rivivesse nella memoria la prima volta in cui aveva percorso quelle strade fatte di polvere e spesso deserte, il riccio del violino che gli spuntava dal tascapane e un silenzio rotto soltanto dal rumore del suo bastone che batteva il terreno.
Prima di allora aveva volutamente abolito molti ricordi, e il fluire metodico delle giornate era l’anello di una catena che lo teneva ancorato alla sua isola inesplorata e silente, mai spazzata dal vento né assediata dalla tempesta. Un’isola fatta di niente, ma dove tutto aveva un disperato bisogno di esprimersi.
Nell’inconsapevole attesa della rivelazione, i suoi pensieri sembravano aleggiare tra le note delle sue composizioni barocche ma, al calar della notte, i sogni irrompevano nella sua mente in un tamburellare sempre più vorticoso e i ricordi assumevano parvenze inquietanti, si imbrigliavano gli uni con gli altri fino a guidarlo nel labirinto da cui era fuggito allorché, solo e sconfitto, s’era incamminato verso un mondo diverso.
Era sulla spiaggia di quel mondo in declino, fatto soltanto di ventisette casupole, una chiesetta e un cimitero che, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, se ne stava a guardare la plaga del mare infagottato nel bozzolo dei suoi cento stracci che lo facevano somigliare ad un blocco d’ardesia. Tale rimaneva finché c’era della luce nel cielo e dentro di sé ma, prima di rincantucciarsi sul solito brano di spiaggia o tra le rovine del vecchio castello, brandiva il bastone posato lì accanto e, raggiunta la riva, lo intingeva nella sabbia bagnata ricamandovi strani arabeschi, frasi apparentemente sconnesse. Intanto, la sua faccia ossuta da cane acquistava un’espressione di velata follia in cui sembravano fiammeggiare sentimenti diversi che solo il mare, muto al suo cospetto, poteva capire.
Si destava all’alba tra i gridi dei gabbiani e il canto ostinato dell’unico gallo e, senza nemmeno riassettarsi le vesti, andava ad osservare la sabbia levigata dalle acque del mare, dove nulla era rimasto di quello che aveva tracciato. Lui ormai tutto sapeva della rosa dei venti, del movimento delle maree, del loro interagire con la pressione dell’aria e conosceva il momento preciso in cui l’onda più impertinente di tutte si sarebbe appropriata dei suoi messaggi per trascinarli verso un ipotetico mondo di cui nulla sapeva. La verifica mutava colore ai suoi occhi, li rendeva febbrili, sembrava che i voli dei gabbiani vi si riflettessero sotto forma di una pioggia di piccole lacrime trattenute a fatica. Si trattava di qualche momento e, quando il suo sguardo s’impoveriva di quel luccicore, si metteva a perlustrare la sabbia in cerca di una conchiglia grande e lucente, che poi scagliava tra le onde del mare. Per il resto della giornata, eccezion fatta per qualche pausa necessaria, le note del suo violino sembravano inanellarsi tra i flutti, si rincorrevano lungo le vie, volavano nei recessi del cielo e, il suo sguardo, altrimenti inaccessibile come un mare d’inverno, emanava un bagliore nostalgico.

Nessuno era mai riuscito a capire chi fosse e da dove provenisse quel vecchio logoro e ombroso, piegato dal freddo e ferito dal sole, che disdegnava saluti e parole, persino un tozzo di pane.
Per giorni e per mesi, il borgo scontroso dove non succedeva mai niente, sembrava essersi rianimato d’incanto. Il decrepito caffè della piazza s’era ripopolato di marinai consunti dalle bizze del mare che, guardandosi intorno con circospezione, tessevano le trame più suggestive, certi ogni volta di aver afferrato il bandolo della matassa che li avrebbe condotti nel regno dello sconosciuto tra principi dannati, assassini prezzolati e sontuosi balli di corte. Ma, appena lo si vedeva comparire all’orizzonte con il suo mistero celato negli occhi e nei suoi cento strati di stracci, si faceva un silenzio da lutto e si sentiva soltanto il rumore del mare e quello di un bastone che batteva il terreno.
Con il susseguirsi delle stagioni e di quei passi sempre più strascicati, la domanda che aveva turbato il cuore di tutti aveva smarrito ogni interesse e ci si era arresi all’idea che lo straniero fosse soltanto un marinaio ancora irretito da quel mare che gli uomini dei paese avevano amato ed odiato e che avevano infine sepolto nel mare interiore della dimenticanza.
“S’illuderà di udire il canto delle sirene” era stata la sintesi accompagnata da delle risa dapprima sommesse e infine sguaiate.

Era sopraggiunto l’inverno fuori e dentro di lui e la stanchezza che aveva preso ad intorpidirgli i sensi e la mente non gli permise di accorgersi che non era più solo, su quel lembo di spiaggia. Due occhi blu scuro punteggiati di un pulviscolo d’oro come una notte trapuntata di stelle, lo stavano osservando da dietro uno scoglio. Due occhi puliti e cerchiati d’azzurro, incastonati in un viso smunto e lentigginoso, incorniciato da una cascata di riccioli biondi.
Solo per Taro lo straniero continuava a rappresentare un universo inviolato di cui voleva assolutamente far parte. Allevato da parenti e da amici, o da parenti dei propri parenti, aveva rincorso stagione dopo stagione l’odore dei cedri del suo paese domandandosi quanto povera di denaro e di cuore fosse sua madre per averlo confinato nel borgo di Chissadove quando aveva soltanto due anni e lei e suo padre s’erano lasciati per sempre. Ora era un giovanetto relegato nella fantasia e nell’introversione, racchiuso in una fortezza interiore cementata con la linfa dei suoi tanti dolori.
Era trascorso un mese da quando sua madre l’aveva richiamato a sé per farne un marinaio che l’aiutasse a campare con un po’ più di decoro ma, non avendolo più visto da quand’era bambino, s’era stupita nel trovarsi di fronte un figlio così diverso dai membri della sua razza, un giovanetto efebico e biondo, senza vigore, la statura esigua, la magrezza diafana.
Taro voleva studiare, diventare sacerdote oppure maestro. Ma poiché i libri costavano, si trastullava componendo canzoni da menestrello oppure intrecciava ghirlande di carta per la pallida madonna del borgo e, la notte, leggeva il vangelo.

Nonostante il freddo fosse in agguato, Taro passava le ore ascoltando le interminabili sviolinate del vecchio, lo guardava arabescare la sabbia e raccattare conchiglie che poi gettava tra la schiuma del mare. Intanto la sua mente scivolava indietro nel tempo, raggranellava i frammenti dei pomeriggi in cui, rannicchiato sulla sabbia sottile di Chissadove, fissava la linea che divide il cielo dal mare cercando di indovinare la sua terra d’origine. Non l’aveva mai vista ma, in un’occasione, gli era sembrato di percepire l’odore dei cedri e s’era detto sicuro che fosse stata la clemenza della mareggiata ad averlo sospinto sin lì per dirgli che il suo paese non aveva mai smesso di esistere e non era neppure lontano.
Era dicembre e, anche se il freddo era pungente, Taro continuava a spiare ogni movimento del vecchio e, seppur ne ammirasse il carattere ostico, che rappresentava per lui qualcosa di eroico, non vedeva l’ora che si spogliasse delle sue tante corazze. Conoscendo pressoché tutto delle sue abitudini ma non la loro fonte d’origine ecco che, una mattina, mentre attendeva che si svegliasse, posò poco distante da lui una conchiglia dai riverberi viola, il solo ricordo dei tre lustri vissuti nell’infame patria di Chissadove. S’era appena voltato quando tornò sui suoi passi e, preda del batticuore, s’inginocchiò sulla sabbia e vi impresse il suo nome.
Al canto del gallo il vecchio sbarrò gli occhi di colpo e, percependo ogni minima alterazione del colore e dell’odore del mare, lo sentì prossimo alla burrasca. Ma, come si sollevò per afferrare il tascapane che aveva usato come cuscino, bloccò il movimento e, fissata la conchiglia posata a qualche spanna da sé, la credette un regalo del mare. Molto turbato e persino commosso, la raccolse con un gesto furtivo e al tempo stesso solenne e, mentre la perlustrava più da vicino, i suoi occhi si fecero attenti come quelli un compratore di pietre preziose. Stava per riporla nel tascapane quando vide la sabbia segnata da una processione di impronte e da quattro lettere che componevano un nome.
Che si trattasse di un giovinetto lo comprese d’acchito e fu proprio per questo che non si sentì defraudato della sua solitudine ma, anzi, venne sedotto da una curiosità che si fece ben presto invasiva. Era tale la sua impazienza che nemmeno ricordò di ripulirsi le vesti sporche di sabbia e s’avviò verso il paese ispezionando le vie, gli anfratti, i cortili, i balconi, ogni finestra. Non vide nessuno.
Quando raggiunse la piazza inghirlandata di luci, si mescolò a una torma di gente che rincasava da messa ma, per quanto a lungo guardò da tutte le parti, vide soltanto una moltitudine di volti indistinti.
Le strade s’erano appena svuotate quando un’improvvisa tempesta di neve scompaginò la sceneggiatura, richiamando il popolo alle finestre.
Fu allora che il vecchio intuì, oltre un uscio dischiuso, un primo piano un po’ biondo che si confondeva con l’oscurità retrostante. Fermo a guardare con la mano poggiata al bastone, stava cercando di imprimersi la fisionomia nella memoria quando la porta si chiuse di colpo. Riprese allora a il cammino tra il turbinare dei fiocchi e, strada facendo, s’avvicinò a un bidone e frugò tra i rifiuti. Trovò quasi niente e, mentre il gelo gli intesseva cristalli tra la barba e i capelli, s’avviò verso la plaga del mare. Le acque erano gonfie e agitate e avevano ridotto la spiaggia a un nastro ondulato e lucente. Intanto, il sibilo del vento si mescolava al fragore dei marosi, rendendo indecifrabile ogni altro rumore. Stanco e infreddolito, si raggomitolò nel cantuccio di sempre e cominciò a cibarsi degli avanzi che aveva riposto nel tascapane, miseri tozzi di pane raffermo che gli si sbriciolavano tra le dita che l’età aveva reso tremanti e indecise. Intanto, il suo umore pareva rispecchiare quello del cielo e, nonostante i suoi occhi avessero assunto un’espressione inquieta, sembrava non vedessero nulla. Quel malcontento aveva una causa legittima: ogniqualvolta il tempo si faceva inclemente, per evitare malanni che temeva fatali, si costringeva a passare la notte nella tetraggine del vecchio castello, quattro mura sbocconcellate e decrepite, per buona parte a cielo scoperto dove, per un sano meccanismo della natura, cresceva tutta la vegetazione del luogo.
Stavano calando le tenebre quando si raggomitolò in un anfratto muschioso ma, stentando a prendere sonno, ascoltò i cani abbaiare nel buio e attese che la follia del vento scemasse. Invece, il vento fischiò tutta la notte e lo costrinse in quella nicchia fino al mattino.
Verso le sette le onde del mare si riappropriarono di un movimento pacato e, nonostante spirasse un venticello brumoso, l’aria era impregnata di un vapore logoro e giallo, che non prometteva niente di buono. Non s’era ancora accorto di nulla quando percepì un rumore simile ad uno stropiccio e il suo istinto gli disse che non si trattava di un brusio della natura, ma di qualcuno che lo stava osservando.
Turbato e incuriosito, si risollevò poco alla volta e, senza sapere il motivo, si ravviò barba e capelli e si riassettò sommariamente le vesti lanciando d’intorno una serie di occhiate apprensive. Preda di un’emozione che non provava da tempo, si chinò per radunare le sue povere cose ma, come si rialzò, rivide quel primo piano un po’ biondo incastonarsi nella sola finestra risparmiata dal tempo: un volto simile a un dagherrotipo virato in seppia e vagamente nebbioso. In quel momento fu come se il passato si sovrapponesse al presente in un formicolare bruciante di ricordi e ciò che gli si affacciò alla memoria fu un’immagine ritoccata dalle mani del fotografo per rendere riconoscibile un volto su cui aveva versato così tante lacrime che i colori s’erano stinti, lasciando visibile nient’altro che il volto di uno sconosciuto, un volto contraffatto. Capo e collo dentro la sua apocalisse, chiuse gli occhi e si premette i palmi sulle orecchie, cercando di respingere l’assalto dei ricordi ma, risollevando le palpebre, s’accorse che la finestra incastonava soltanto un ritaglio di cielo zolfigno graffiato dai rami dei rovi. In quel momento si domandò se l’età non gli avesse giocato un tiro mancino ma, mentre raggiungeva l’uscita, pronto a rimettersi in marcia, su uno spuntone di roccia scorse un foglio di carta da zucchero dov’era posata una pagnotta croccante. Subito, sentimenti diversi fecero ressa nella sua mente senza riuscire a trovare un’intesa, una sana alleanza. Sebbene comprese la gentilezza del gesto, era sempre vivido in lui un certo sussiego, lo stesso che lo tratteneva dall’accogliere ogni elemosina. Lui, che un tempo era stato un musicista inquieto e controcorrente, ma anche un uomo di belle maniere che dava ospitalità agli emarginati, ora che era diventato uno di loro, non riusciva a liberarsi dai suoi pregiudizi, a far proprio uno stesso contegno. Pensò tuttavia che una sua reazione d’indifferenza avrebbe ferito il ragazzo e, all’orgoglio, subentrò una qual sorta di struggimento. Pur provando vergogna, quasi un senso d’umiliazione profonda, diede un morso alla pagnotta, poi un altro, un altro ancora, finché raccattò le briciole che gli si erano impigliate nella barba e nelle pieghe delle sue palandrane. S’incamminò poi verso il paese e, mentre percorreva la strada maestra, si voltò d’improvviso ma, non vedendo nessuno, si nascose dietro il tronco d’un albero e attese. Finalmente lo vide e, anche se era ancora lontano, lo intenerirono la gracilità dell’aspetto, le vesti consunte, lo sguardo smarrito. Teso e impacciato, sgusciò dal nascondiglio e, come Taro si seppe scoperto, andò a sostare a pochi passi da lui, tossicchiando di una tosse stizzita e voluta. Stava ancora tossendo quando il vecchio lo guardò il tempo necessario per dirgli: “Non dovevi privarti del cibo a te destinato”
Nell’udire quelle parole lo sguardo di Taro divenne così luminoso che il disagio del vecchio si moltiplicò a dismisura e, d’improvviso, rivide se stesso con le scarpe ben lucidate, il colletto inamidato, i capelli lucenti di brillantina. Nonostante il confronto attizzasse in lui la pena del privilegio, non riuscì a far uso del garbo appreso a suo tempo e, tutto ciò che dedicò al ragazzo, fu uno sguardo fugace che, comunque, molto diceva di quel che andava provando. In risposta ebbe un sorriso incerto, che lo disarmò fino al più oscuro recesso e, senza più guardare niente e nessuno, puntò l’indice ossuto verso la plaga del mare e attese che lui lo seguisse. Procedettero entrambi tra lo stormire del vento finché si sedettero l’uno accanto all’altro senza che nessuno si decidesse a parlare. Restarono in silenzio interi minuti e, quando Taro capì che il vecchio non era assente ma che aveva solo bisogno di essere liberato dall’agitazione, si armò di coraggio e gli domandò:
“Che fai, al paese?”
Lui gli riservò un’occhiata un po’ laterale e, compiendo uno sforzo tremendo, rispose:
““Viene un momento, nella vita, in cui ti accorgi che devi procedere e non retrocedere, in cui comprendi che devi consegnarti al tuo inconscio e a quello del mondo, di modo che non ti tocca più decidere niente”.

Non udendo commenti, si voltò verso Taro e, essendosi accorto che lo stava fissando con l’espressione di chi nulla ha compreso ma non osa dichiararlo, cercò di chiarire. Ma, da troppo tempo disabituato al dialogo spiccio, complicò ciò che era abbastanza complesso:
“C’è bisogno di comprendere la verità ma, spesso, quel che si considera verità, si rivela un errore. E’ dunque meglio soprassedere”.
“Eri un pirata?” domandò Taro, che voleva sapere qualcosa di più efficace.
“No” rispose il vecchio, con del fastidio nel tono della voce.
“Dunque, quei segni che fai sulla sabbia non sono le mappe di qualche tesoro?”
“Davvero no!” fu la risposta.
“Cosa sono? - insistette Taro - Non mi sono mai permesso di osservarli così da vicino”
“Sono stralci di poesie, note musicali, frasi, parole. Parole forse inutili, forse necessarie.Ma perché un tale interesse?”
“E’ da poco che sono tornato qui, da mia madre – spiegò Taro – Ciononostante mi sento più solo di prima. Forse un po’ come te”
“Io non mi sento mai solo” replicò il vecchio, con voce ruvida.
Tarò arrossì e, indicata la linea dell’orizzonte, cominciò a raccontare:
“Mia madre mia aveva mandato oltre questo pezzo di mare perché era povera e non poteva badarmi. Ma i miei parenti erano più poveri di lei e mi badavano ancor meno. Non sapendo come trascorrere il tempo, mi procuravo dei libri all’oratorio e andavo a leggerli sulla sponda del mare”
“Siamo rimasti seduti l’uno di fronte all’altro per chissà quanto tempo” mormorò il vecchio, cominciando a riconciliarsi con le parole.
“Tuo padre, che fine ha fatto?” chiese persino.
“Lo ricordo a malapena - spiegò Taro – Era un marinaio ma, dopo che, per ammainare la vela di una barca in tempesta, s’è fracassato la schiena, mia madre l’ha cacciato da casa”
“Pover’uomo!” commentò il vecchio, fulminato da quelle parole.
“Vorrei consigliarti…” soggiunse. Ma, non riuscendo ad introdurre un discorso che si preannunciava penoso, s’imprigionò nel mutismo e guardò il mare agitato da un’altra tempesta. Stava ancora guardando quando le parole gli sbocciarono dalle labbra senza che se ne accorgesse.
“Non ti ha mai cercato, in questi anni?”
“Mio padre? – chiese Taro, vivamente sorpreso - Dopo quel che è successo, è costretto su una sedia a rotelle e nessuno mi ha mai detto dove si trovi. Ma ora dimmi… perché te ne stai ogni giorno al cospetto del mare?”
Il vecchio ebbe un lieve sobbalzo e, mentre le lacrime incalzavano, si posò le mani sugli occhi. Neppure lui sapeva quale pena stesse piangendo e, quando scostò le mani dal volto, c’era della tempesta, dentro i suoi occhi, un cataclisma violento. Fu allora che prese a parlare di getto, con una voce cupa e disperata, che sembrò risuonare nell’anfiteatro dei cielo.
“Laggiù – cominciò a dire, indicando la distesa del mare - Laggiù, tra quelle onde che sembrano chiacchierare fittamente tra loro, scambiandosi chissà quali segreti, è… è imprigionato mio figlio Lauro, che non ho più visto dal giorno in cui tornai a casa e trovai un biglietto, sulla tovaglia… il primo e l’ultimo che scrisse mia moglie per dirmi che s’era stancata dei miei silenzi, del suono del mio… maledetto violino. Maledetto... scrisse proprio così! Aveva trovato il suo principe azzurro, faceva sapere, e se n’era andata a vivere nella sua reggia ai confini del mondo insieme a nostro figlio. Lui aveva sedici anni, era biondo, bellissimo….. Ma perché tutto questo m’è tornato improvvisamente alla mente? Erano anni che m’ero convinto di vivere in una specie di inespugnabile limbo…”
Taro si fece improvvisamente pensoso, poi cercò di rincuorarlo dicendo:
“Forse ti sbagli. Non ho mai sentito parlare d’altro, all’infuori della tempesta che ha devastato mio padre”
“Nient’affatto! – reagì il vecchio, tenendo la testa piegata in avanti, la barba che gli ricadeva sulle ginocchia – E’ successo vent’anni fa. Tu non eri nato. Ora ricordo che mia moglie neppure si premurò di rendermi partecipe della disgrazia… Non mi aveva mai considerato né marito né padre, per lei ero nessuno. Ma, dopo un mese passato senza ricevere una sola delle lettere che Lauro era solito scrivermi, chiamai il preside della sua scuola e venni a conoscenza del dramma. Seppi dunque che Lauro era partito con degli amici randagi e inconcludenti al pari di lui… Voleva fare il giro del mondo sulla barca a vela che gli aveva regalato quel principe affinché non gli fosse troppo d’impiccio. Un viaggio che s’è concluso a un miglio da qui, tra le acque del mare”.
“Non… non lo si è neppure trovato?” domandò Taro.
“No – fu la risposta – Ora lui appartiene ai misteri del mare e penso di non sbagliarmi quando dico che, navigando a bordo di chissà quale meravigliosa conchiglia sospinta dalle correnti subacquee, ha finalmente concluso il giro del mondo cui tanto anelava. Il secondo lo farà insieme a me” aggiunse, osservando Taro con sguardo di chi rivela una verità inespugnabile.
“Lauro amava molto il suono di questo violino – seguitò a dire, pizzicando una corda – Voleva componessi un brano intitolato a lui solamente. Quello che ho fatto in questi ultimi anni senza neppure rendermi conto.”
Taro, che non aveva mai smesso di fissarlo con espressione stordita, sentì un groppo alla gola che impediva alle parole di salirgli alle labbra. Ciononostante gli chiese:
“Dunque… le onde dell’alta marea catturano i messaggi che imprimi sulla battigia e li trasportano a lui. Più o meno quel che fa il vento con le note del tuo violino”
Il vecchio annuì.
“La conchiglia che raccogli e che ti porti all’orecchio è destinata a trasmetterti le parole che Lauro ti invia dalle profondità degli abissi…”
“Penso di sì. - confermò il vecchio, all’apice della disperazione – Ero senza famiglia, ero senza mio figlio, ero impazzito. Avevo perso gli amici, il lavoro. Non riuscivo a mangiare, non riuscivo a dormire. A dire il vero non avrei neppure voluto dormire per non privarmi dei ricordi appartenuti a noi due solamente, della presenza di Lauro, che percepivo dovunque: in uno scricchiolio dei mobili, in un barbaglio di luce che si metteva a danzare sull’anta di un mobile, in un’ombra che compariva all’improvviso sulla parete. Annaspavo, non riuscivo a reggermi in piedi, faticavo a respirare, ero prigioniero di un dolore feroce, un dolore che rosicchiava, che dilaniava. Un mostro invisibile mi si era annidato nel cuore e non potevo combatterlo, nemmeno riuscivo a difendermi. Ero vissuto per quel figlio e mia moglie me l’aveva sottratto per appagare i suoi capricci, le sue smanie da libertina. Neanche ha impedito che si avventurasse in un viaggio che si preannunciava insidioso e che s’è poi rivelato fatale. Se fossi rimasto dov’ero, l’avrei cercata dovunque… e penso che l’avrei uccisa”
Detto questo, tirò un lungo sospiro e così proseguì:
“Ma una sera mi addormentai quasi di colpo e il sogno che feci, aprì uno spiraglio nel buio che mi invadeva la mente. Mi trovavo in un bosco senza rumori e che pure palpitava di vita, il cielo era d’un blu misterioso e la luna vi ritagliava un cerchio perfetto. Stavo chiedendomi perché mi trovassi in un luogo così incantevole quando, tra i tronchi degli alberi, vidi profilarsi una luce che prese ad espandersi fino a tramutarsi in una sfera infuocata che prese a vorticare attorno a se stessa. Poi, d’improvviso, in mezzo a quel gran balenare, si delineò l’immagine di un cavallo al galoppo guidato da un cavaliere avvolto in un ampio mantello che si gonfiava e sgonfiava alle folate del vento che s’era appena levato. Non compresi di chi si trattasse, cosa stesse accadendo, eppure non mi lasciai travolgere dalla paura. Al contrario, provai un senso di strano benessere che divenne presto entusiasmo, una condizione di gioia assoluta. Continuavo a guardare senza riuscire a spostarmi, mi sentivo parte di un magnifico tutto e provavo una sensazione di appagamento imminente. Intanto il cavallo galoppava nella mia direzione con un portamento maestoso, senza neppure badare alle fiamme che lo avvolgevano e che sembravano dover incenerire anche la volta del cielo. Quando si fermò poco distante da me, le fiamme si affievolirono fino a diventare effluvi di luce turchina destinata a irradiare soltanto lo spazio che ci racchiudeva. In quel momento seppi, con una certezza che mi proveniva dal cuore, che quel cavaliere era mio figlio. Non aveva volto, sotto il cappuccio, non pronunciò una sola parola, eppure compresi. Si chinò verso di me e mi afferrò un polso con un gesto veloce eppure leggero, sembrava stesse sollevando una piuma. Quasi senza accorgermene mi ritrovai sulla groppa di quel cavallo con un orecchio posato sulla schiena di Lauro, il battito del suo cuore che s’accompagnava al mio battito. Trascorse del tempo...forse un giorno, forse un anno, forse addirittura un minuto e Lauro mi abbandonò su un territorio inesplorato e pieno di luce, con una spiaggia che sembrava perdersi nell’infinito, tra il profumo dei cedri e quello dei pesci... un paese raccolto, molto simile a questo. Ero sbalordito, avrei dovuto dire qualcosa eppure tacevo, cercavo di individuare il volto di Lauro tra le pieghe del suo cappuccio e non vedevo nient’altro che un piccola conca piena di buio. Intanto, il cavallo s’era messo a scalpitare, anche Lauro sembrava impaziente ma, prima di continuare la corsa verso chissà quale luogo, mi disse: ‘Ti attenderò nelle profondità dell’amore’. In quel momento lo vidi prendere la direzione del mare e scomparire tra i flutti insieme al suo destriero color della notte. La mattina, quando mi alzai, un violento desiderio di fuga si stava impadronendo di me e, nel giro di pochi minuti, presi la mia decisione. Tolsi dall’armadio i miei pochi indumenti, l’indossai l’uno sopra l’altro, staccai il violino dalla parete e m’incamminai verso questo territorio straniero, l’unico che avevo visitato con Lauro tanti anni prima e di cui conoscevo lingua ed usanze. Due mesi a percorrere le strade misteriose del mio mutamento, giorni in cui ho sguazzato nel fango, ho percorso i sentieri più infidi, coi sassi che mi bucavano i sandali, il sole che abbaglia, la pioggia che infradicia persino le ossa, la notte che crepita di mille rumori, rumori che non sai decifrare. Via dallo stordimento, dall’alienazione. E’ stata la necessità, ad avermi sospinto in questo villaggio dove il dolore è stato cancellato dalla dimenticanza e la dimenticanza è stata cancellata da una consapevolezza fatta soltanto d’amore”.

I giorni scorrevano e i ricordi venivano a galla in modo talmente frenetico che sembrava di scorgere il corpo di Lauro danzare sopra le onde insieme agli spiriti dei marinai e dei suoi compagni di viaggio. Il violino suonava e Lauro continuava a danzare spalancando le ali alla brezza marina che gli spettinava i capelli e li faceva ondeggiare come ventagli.
Finalmente privo delle sue cento corazze, il vecchio aveva assunto il monopolio della conversazione e, mentre parlava, si riparava da un’intensa sensazione di freddo stringendosi nei suoi vestiti in disordine e scostando dal volto i lunghi capelli scomposti. Parlava di quel figlio come di un santo e, muovendo d’intorno i suoi occhi lucidi e verdi, udiva le sue parole, individuava le sfumature della sua voce, vedeva ogni mutamento dell’espressione di quel volto relegato per anni dentro l’oblio. Intanto, ubriaco di ricordi, fissava lontano, oltre la sabbia sbiancata dal sole, oltre la spiaggia interminabile, oltre i confini di quello stupefacente ritaglio di mondo. Taro, dal canto suo, lo osservava con rapimento e, quando sentiva la commozione debordargli dall’anima, gli poggiava la testa su una spalla e mai smise di farlo finché entrambi compresero che il vuoto di ognuno si era finalmente colmato aprendo una breccia di luce nell’universo.

Nonostante il tempo trascorso, a casa di Taro nessuno si era mai preoccupato di dove egli fosse, giacché ci si era dimenticati di quel figlio ancor prima che vedesse la luce. Ma chi lo scorse al fianco del vecchio, capì che quella vicinanza aveva prodotto i suoi frutti e si disse sicuro che, solo interrogando il ragazzo, il mistero rimasto sospeso per anni poteva dirsi finalmente risolto. Il decrepito caffè della piazza prese così a ripopolarsi di marinai consunti dalle bizze del mare che, osservandosi l’un l’altro con sguardo esaltato, tessevano le trame più suggestive, certi di essere approdati al regno dello sconosciuto tra principi dannati, assassini prezzolati e sontuosi balli di corte. Ma Taro mai rispose ad una delle domande che gli vennero poste e, quando il caffè abbassava le serrande e le strade tornavano a farsi deserte, andava a nascondere nel solito cesto per l’immondizia qualche fetta di pane imburrato, banane un po’ troppo mature, brandelli di pesce arrostito. Nonostante il vecchio avesse compreso la benevolenza del piccolo inganno, intuiva l’umiliazione che Taro avrebbe provato nel sapersi scoperto e fingeva ignoranza. Ma, di tanto in tanto, non resistendo alla tentazione, gli proponeva quella stessa domanda:
“Tu, mangi?”
E lui, di rimando, con l’impulso proprio della giovinezza:
“Mia madre dice che dovrei ritornare al paese poiché, a tavola, arraffo sempre doppia razione, eppure non mi spuntano i muscoli d’un marinaio”
Un giorno Taro corse verso la spiaggia mentre il vecchio lo stava aspettando fumando una sigaretta composta da una fila di mozziconi raccattati da terra.
“Ho deciso di andarmene – gli disse, fissandolo con apprensione, quasi attendesse il consenso – Se restassi diventerei un marinaio”
“Lascia perdere l’esaltazione dell’attimo che sopraggiunge e poi se ne va - consigliò il vecchio – Devi sapere che c’è un limite a tutto, sia alla sottomissione sia alla ribellione”
“Ci deve essere!” aggiunse.
Continuarono ad incontrarsi ogni giorno e, intanto, incedeva un’altra volta l’inverno. Una domenica Taro attese che lui si svegliasse e, quando il gallo cessò di cantare gli si avvicinò cautamente chiamandolo due volte per nome. Colto da un dubbio tremendo, si chinò a scrollargli una spalla ma lo avvertì rigido come un vecchio albero appena abbattuto. Oppresso e sgomento, si guardò ripetutamente d’intorno e, continuando a guardare, s’accorse che la sabbia era segnata da un rosario di solchi tondeggianti e profondi, simili alle orme lasciate da un cavallo possente. Poichè credette di stare sognando, affossò i piedi nelle impronte e per poco non si trovò a sguazzare nella schiuma del mare. Stava indietreggiando quando, poco distante da sé, vide la sabbia scarabocchiata dall’ultimo messaggio scritto dal vecchio: “Ora che mi è consentito esplorare il mare della verità, aspettami. Ti sto raggiungendo.” Fu un attimo e un’onda dell’alta marea lo lavò da capo a piedi e s’appropriò del messaggio, sospingendolo verso gli abissi.
Ormai Taro sapeva che lo straniero s’era addormentato nella nicchia dei suoi desideri e che aveva trovato il tesoro che andava cercando. Una consapevolezza che, sebbene gli procurò una specie di disperato sollievo, lo fece sentire inerme, solo come non era mai stato. Inginocchiato sulla sabbia, con la testa raccolta tra le mani, disseminò nell’aria un gemito simile a quello di un animale ferito, poi un urlo prorompente, un altro ancora. Di lì a pochi momenti accorse qualche persona un po’ spaventata, altre ancora ne sopraggiunsero finché, su quel lembo di spiaggia, si raccolse l’intero paese. Fu allora che Taro spiegò ad un drappello di gente ammutolita che il vecchio non era arrivato sin lì alla ricerca del nulla come qualcuno ancora pensava, né che era il re di un regno in ascesa o in declino. Rimase poi in silenzio a testa china ma, come risollevò lo sguardo, rivelò tra le lacrime il segreto che si custodiva nel cuore, ricevendo conferma della tragedia che s’era consumata tanti anni prima nelle acque del mare.
Ci si rese così conto in ritardo di aver condiviso le strade, il litorale, l’intero paese con un uomo povero di ricordi ma ricco nel cuore e ci si rammaricò per non avere mai insistito abbastanza per sfamarlo, per riscaldarlo, per confortarlo con una buona parola. Forse, se ci si avesse pensato per tempo, quel vecchio sarebbe stato ancora tra loro. Fu Taro ad ammansire quei sentimenti di colpa:
“Voi gli avete dato quel che andava cercando: la pace”.
La domenica l’intero paese si radunò nella piccola chiesa per partecipare ai suoi funerali. L’avevano sistemato dentro la bara sbarbato e ben pettinato, con un doppiopetto di panno scuro e una camicia immacolata che faceva risplendere il suo viso nobile e ossuto. In una mano stringeva il violino, l’altra era posata sulla conchiglia che Taro gli aveva regalato e che lui aveva sempre tenuto nel suo tascapane ancora intriso dell’acqua del mare.
All’inizio della funzione cominciò a cadere una neve minuta e, mentre lo seppellivano nelle viscere del litorale, si udirono le note di un violino librarsi tra i fiocchi e disperdersi tra le onde del mare. Fu a seguito di quell’evento così prodigioso che, da quel giorno e per ogni domenica ancora a venire, una processione di gente prese a radunarsi su quel lembo di spiaggia per ascoltare una musica che tutti udivano ma di cui nessuno capiva la provenienza.

Sulla sua lapide, come s’era fatto promettere tempo addietro da Taro, forse intuendo l’incedere del suo destino, era avvitata una targa di metallo dov’era incisa una frase che molti non compresero e che altri si fecero leggere dai figli o dai nipoti, senza comunque connetterla:
””Non so come mi giudica il mondo. A me sembra d’essere un bambino che s’incanta ad ascoltare il rumore del mare, mentre il mare della verità rimane inesplorato davanti ai suoi occhi””

Taro non divenne maestro, né prete. Neppure esaudì i desideri della madre, che ancora a lungo sperò di farne un marinaio o un semplice mozzo. Come raccontò egli stesso nei suoi anni maturi, era stata la necessità ad averlo trattenuto laggiù, in quel paese di marinai profumato di pesce e di cedri, roso dal sole e dall’acqua del mare. Più nulla rammentava della volta in cui aveva percorso quelle strade fatte di polvere e quasi sempre deserte. Aveva volutamente abolito molti ricordi e, sempre più spesso, il presente si confondeva nella sua mente con il passato, al punto che aveva dimenticato i suoi anni.
Ogni giorno, neppure badando all’inclemenza del tempo, s’incamminava verso la spiaggia di quel mondo ancor più in declino infagottato nel bozzolo dei suoi cento strati di stracci che mimetizzavano l’esiguità dell’aspetto, rendendolo simile ad un blocco d’ardesia. Tale rimaneva finché c’era della luce nel cielo e dentro di sé ma, prima di rincantucciarsi sul solito ritaglio di spiaggia o tra le rovine del vecchio castello, brandiva il bastone posato lì accanto e, raggiunta la riva, lo intingeva nella sabbia bagnata ricamandovi strani arabeschi, frasi apparentemente sconnesse che solo il mare, muto al suo cospetto, poteva capire.






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