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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Una conversazione con Wil Hansen

Argomento: Libri

di Antonio Piscitelli
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Pubblicato il 21/08/2013 22:47:51

Amsterdam, estate 2013

 

UNA CONVERSAZIONE CON WIL HANSEN

(da Martin Šimek a Roberto Saviano, passando per il mondo)

 

In Italia quasi nessuno lo conosce, a parte quei pochi che possono ricordarlo come atleta. Qui invece è noto, non solo per essere stato una gloria internazionale del tennis negli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta del secolo scorso, ma anche perché conduce programmi radiofonici e spesso appare in televisione come opinionista esperto di cose italiche. Quando qualcosa accade in Italia e vogliono un giudizio sull’evento del momento, chiamano lui.

Non è Olandese, non di origine almeno, ma dell’Olanda ha la cittadinanza e parla e scrive una lingua perfetta. È nato a Praga nel 1948 ed è stato Cecoslovacco fino al 1968, l’anno, qualcuno ricorderà, della “Primavera”. Martin, allora ventenne, alla primavera crede e forse ripone grandi speranze nella rinascita del suo paese e nella possibilità di sottrarsi al giogo sovietico. Questi sogni, i sogni di un ventenne ampiamente condivisi da gran parte della gioventù di allora, si infrangono sui carri armati russi che invadono la capitale. Non regge alla sconfitta. Raffazzona un bagaglio alla meno peggio, saluta frettolosamente i genitori e, approfittando dei disordini del momento, riesce a passare il confine austriaco.  Quando mette piede a Vienna, si sente libero, sente di poter vivere alla luce del sole; non gli basta, evidentemente, non può bastare a un ventenne la sola aria della libertà. La libertà non è sufficiente a dare piena dignità a un esule, benché volontario. La dignità presuppone che tu abbia mezzi di sostentamento sufficienti, che tu ti collochi in un posto che riconosca la tua identità, che la rispetti, che la tuteli. Questo posto è l’Olanda. Vi si reca, ne ottiene l’asilo politico, prodromo della futura cittadinanza. Qui può proseguire i suoi studi. Si iscrive alla facoltà di economia dell’università di Amsterdam, dove conseguirà la laurea. Negli anni universitari si fa conoscere come eccellente giocatore di tennis: diventerà un campione e un motivo d’orgoglio per la patria d’adozione. Ora ha una nuova nazionalità, una nuova identità, un’identità di elezione evidentemente. È Olandese!

«No hay patria, no hay matria che nos proteja», scrive Lydia Cacho nel suo Memorias de una infamia. L’ho citata, in esergo, nella mia più recente pubblicazione perché mi sembrava rappresentare in maniera efficace i temi del romanzo. E tuttavia un po’ devo contestarla, se non altro per la storia personale di Martin Šimek. L’Olanda lo ha accolto, gli ha riconosciuto il diritto di esistere e di manifestare le sue idee. Un vizio storico probabilmente. Se devo aggiungere un motivo alle ragioni per cui questo paese mi piace da sempre, la vicenda personale del tennista ceco ne è uno eccellente. Per chi ne pratica la lingua può leggerla nel libro in cui Šimek si racconta e ci ricorda un drammatico spaccato della recente storia europea, emblema, per certi versi, dell’affermazione di quel sistema di valori fondanti di un’Unione dalla quale l’Italia è sempre più lontana: “De vuurvliegjes achterna: een vlucht naar de vrijheid” (Seguendo le lucciole: una fuga verso la libertà), edizione De Bezige Bij.

Nel 1984 Martin scopre l’Italia, ne è affascinato e non l’abbandona più. Sì, vive in Italia, per la precisione in Calabria, una regione della quale è come invaghito. Le dedica la sua seconda opera, “Bloedsinaasappel – Leven in Calabrië” (Arance rosse – Vivere in Calabria), sempre per i tipi della De Bezige Bij.

Ma fa di più nel nostro paese. Apre e dirige un centro sportivo a Carbognano, in provincia di Viterbo. Qui allena e avvia alla pratica tennistica un nutrito gruppo di giovani provenienti da tutta Europa. Non male per un esule!

Della personalità attiva e intraprendente di Martin Šimek ammiro la tenacia con cui ha combattuto la sua battaglia e, sembrerebbe, l’ha vinta. Cosa c’è di più dignitoso che far leva sulle proprie forze, sulle proprie attitudini, sulla propria solida cultura per raggiungere una meta che coincide esattamente con la libertà, de vrijheid, come dicono qui. Dal bisogno in prima stanza, poi da un’ideologia fatta passare per religione di stato a vantaggio di pochi burocrati futuri trafficanti di armi e droga, infine di estrinsecazione di sé attraverso la letteratura. Per la verità, mi viene da confrontare questo percorso di successo alla maniera italica di raggiungere, non dico la libertà, una parola che non compare nel dizionario della nostra lingua, ma quell’affermazione sociale a cui i veri talenti giustamente ambiscono. Parlare in Italia di talenti è come bestemmiare. Cosa sono, alieni? Il talento da noi si misura in denaro contante, in protezione politica, in corruzione. Ecco cos’è il genio italico!

Chiedo a Wil Hansen, che qui è il suo editor, come ha conosciuto Šimek. Non lo ha conosciuto, pare, se non dopo aver dato l’ok al suo primo libro. Ne ha letto il manoscritto, gli è piaciuto, ha ritenuto vi si narrasse un’esperienza esemplare.

-          È stato sufficiente? – domando.

-          No. Il libro era ben scritto.

Già! Non basta dire. Occorre anche saper dire. È una regola di fatto che  certa editoria di casa nostra pare ignorare e così capita che proponga libri illeggibili, purché siano scritti (scritti?) da personaggi di chiara fama, capaci di fare audience, più o meno come in televisione. E succede che la sora Checca (per carità, una simpaticona!) conquisti lo Strega, con buona pace dei compianti Maria Bellonci e Guido Alberti.

Sia detto per inciso, pare che la sora Checca sia tra le maggiori sostenitrici di Silvio Berlusconi, innegabilmente uno dei più autentici talenti italici. Tale per cui, qui in Olanda, ma so per certo anche in altri paesi, continua ad essere il “fenomeno” del momento. Se ne occupano giornali, televisioni, editoria. Martin Šimek ci ha fatto il suo bravo libro, Silvio, stessa casa editrice, stesso editor, Wil Hansen.

-          Com’è?

-          Buono.

-          Non mi basta.

-          Neutro: riferisce fatti più che sparar sentenze.

-          E i lettori?

-          Deducono.

So cosa deducono. Lo leggo nello sguardo, tra l’incredulo e il canzonatorio, degli amici che vogliono da me delucidazioni. Abbozzo, non posso fare altro. Io ho sempre preferito tacere sul “fenomeno” di casa nostra, per il semplice motivo che la chiacchiera, per informale e occasionale che sia, enfatizza una vicenda sulla quale sarebbe meglio stendere un velo pietoso, fatti salvi i doveri della magistratura. Non so se ci avete fatto caso, il nostro “fenomeno” scambia le pernacchie per applausi, anzi fa molto di più: utilizza le pernacchie per mettersi in mostra e fare audience. Non è forse vero che la pubblicità è l’anima del commercio? Nel nostro caso pernacchie e applausi si equivalgono davvero, garantiscono la presenza costante sui media. È ciò che conta per un narcisista sedicente salvatore della patria, che non vuole finire nel dimenticatoio di una Storia che, lo sa bene, nessuno studierà più. L’hanno persino cancellata dalle materie scolastiche. Martella oggi, martella domani, alla fine tu quel prodotto te lo compri, pardon!, lo voti.

Torniamo alle cose serie, va’! Chiedo a Wil se “De Bezige Bij” (significa “L’ape operosa”), uno dei colossi dell’editoria olandese, possegga anche delle televisioni. Mi guarda scandalizzato, ma la mia era una domanda retorica, giusto per sentirmi dire che no, certamente e ovviamente questo non sarebbe possibile. Per consolarmi, insomma, della circostanza che esistono paesi in cui l’informazione è ancora sufficientemente libera, pluralistica.

La conversazione è piacevole, distesa, varia e illuminante. Avviene attorno alla deliziosa cena preparata da un amico comune. Mi riporta con la mente ai convivi e ai simposi di letteraria memoria. Wil Hansen è un perfetto trilingue, così traduce dal tedesco e dall’inglese. La sua più recente fatica è stata la traduzione del libro di Khaled Hosseini, E l’eco rispose (qui: “En uit de bergen kwam de echo”), pubblicato in Italia da Piemme. Il libro è apparso in Olanda contemporaneamente agli Stati Uniti. Ho letto gli altri due, mi propongo di leggere questo terzo. Chiedo a Wil di darmene un parere. Mi dice che è il migliore dei tre. Hosseini vi dimostra un talento da letterato col patentino. Mentre “Il cacciatore di aquiloni” e “Mille splendidi soli” facevano leva sullo sdegno mondiale per la tragedia afghana, indulgendo al sentimentalismo, in “And the Mountains echoed” la struttura e la lingua mirano alla pluralismo prospettico e alla prosa d’arte. Insomma, secondo il suo traduttore olandese, lo scrittore dimostra di possedere buone qualità letterarie. Mi fido di Wil e senz’altro leggerò il libro. Pare che questo terzo romanzo di Hosseini riscuota meno successo dei primi due, come a dire che non sempre qualità e mercato marciano allo stesso passo. Se è vero ciò che il traduttore olandese afferma, leggo l’evenienza come indice del gusto medio. Un fatto come un altro. Non ne deduco nulla.

Il mio amico mi riferisce che tra un paio di mesi uscirà anche la traduzione dell’ultimo di Saviano, Zero zero zero, Feltrinelli, come i lettori di queste note sapranno (“Gomorra”, non meno che altrove, qui è stato un successo). Mi chiede se ho letto il libro e che opinione me ne sono fatta. Le dolenti note! Taccio quasi sempre su questo tema. Pesa su di me, come un ricatto, la condizione dell’autore: sotto scorta, una cosa che mi suona simile agli arresti domiciliari, a una galera meno rigorosa, ma pur sempre a una galera. E mi sento in colpa, perché vivo da uomo libero in un paese libero. E penso che sia meraviglioso essere quasi invisibile in una città che aborre l’eccesso di visibilità, almeno nel comune sentire. Che poi alcuni siano più visibili di altri, data l’enfasi dei media, questo è inevitabile. E tuttavia ti può anche capitare di incontrare al supermercato noti personaggi pubblici, persino la coppia reale e, fino a qualche mese fa, prima del passaggio di consegne a Guglielmo Alessandro, l’amata Beatrice. In questo paese la monarchia, a parte inevitabili dissidenze e qualche polemica, continua a godere di buona fama. Gli Orange-Nassau sono sempre stati fedeli alle loro  origini, hanno difeso e in parte sottratto alla rabbia nazista la loro patria. Gli Olandesi non dimenticano. Giuliana, a guerra finita, memore dell’esilio canadese e dei modi semplici e informali in cui aveva allevato le figlie in quel paese, scese dal trono e si mischiò alla gente comune, al suo popolo.

Mi sento messo alle corde. Non sarebbe cortese non rispondere alle sollecitazioni di Wil. Gli dico ciò che penso, senza la pretesa di essere nel giusto. No, “Zero zero zero” non mi è andato troppo giù. L’ho trovato truculento, quasi che l’efferatezza dei crimini sia l’estetica dell’opera, a fronte dell’intenzione di fare informazione. Quell’indulgere su particolari raccapriccianti non mi pare funzionale alla cronaca, ma alla poetica cannibale del primo Ammaniti, quello di “Fango” per intenderci. Solo che, in quest’ultimo caso, si tratta di un esperimento letterario ben riuscito, mentre nel caso di Saviano mi pare un orpello fine a se stesso, senza molto aggiungere al fastello di notizie di cronaca le cui fonti vengono puntualmente taciute, anche quando queste sembrerebbero essere degli ordinari quotidiani. La contaminazione dei generi non mi convince: è il romanzo del crimine o ne è la cronaca distaccata? L’artifizio pulp serve a chi e a che cosa? Io dubito seriamente che Saviano sia stato testimone delle atrocità di cui icasticamente riferisce, dunque l’immagine che ne ricevo è molto più che mediata dalla parola, è enfatizzata dalla tecnica scrittoria. Letteratura. E finisco col pensare che la forma tolga forza alla denuncia. La prospettiva è psicologica ed è quella di un uomo costretto, suo malgrado, a guardare alla realtà attraverso la lente deformante del recluso. Il mondo è orribile, d’accordo; il crimine organizzato, che abbia come terreno di coltura il Messico, la Russia o Israele, l’attanaglia in una morsa mortale, d’accordo anche su questo; ma siamo davvero tutti così invischiati e, in qualche misura, complici, tali da minacciare la sicurezza dell’intero pianeta? Siamo davvero prossimi al collasso generale? Se qualcuno dei miei lettori ha qualche risposta convincente, me la passi, gliene sarei grato.

Per altro verso, le pagine migliori del libro sono quelle in cui l’autore denuncia la sua nuda umanità, l’amara consapevolezza di essere condannato a una condizione disperante, per lui ovviamente, ma per tutti quelli che hanno perso, a tempo indeterminato, il diritto sacrosanto alla libertà. Sono davvero dolorose le pagine conclusive del libro. Quando l’ho finito, avrei avuto voglia di abbracciare Saviano. Idealmente lo faccio in queste note.

Ecco ciò che ho detto a Wil!

Mi dice che probabilmente “Zero zero zero” neppure qui bisserà il successo di “Gomorra”. La crisi, si sa, costringe al taglio delle spese voluttuarie. Il libro sarebbe un genere accessorio. Beato chi riesce a farne a meno!

Tutte le cose gradevoli paiono finire più presto delle altre. Sono le dieci di sera quando ci separiamo, dopo oltre quattro ore di chiacchiera rilassante, alla quale non abbiamo sottratto qualche amenità salottiera. Non ho mai capito se il cibo buono alimenti la buona conversazione o questa faccia apprezzare anche pietanze mediocri. Nel mio caso, direi che la combinazione è stata perfetta: cena raffinata e convitati stimolanti. Che voglio di più? Mi sento in pace con me stesso e col mondo.

Fuori il clima è mite. Le ultime balugini del giorno, che d’estate dura più che in Italia, denunciano un ulteriore crepuscolo denso di cobalti. Mi piace lo spettacolo degli azzurri, lo trovo confortante. Uno spicchio di luna occhieggia tra i rami degli alberi e sembra accendere la notte di un biancore lanuginoso. Torno a casa a piedi, tanto non è lontano. Mi permette di attraversare quasi tutto lo Jordaan, il quartiere in cui vivo. Stradine strettissime s’intersecano a placidi alvei dalle acque tranquille. Il cielo vi si riflette e ti dà l’impressione d’essere sospeso nell’aria. Questa città è tutto cielo. Le piccole case basse sono come coltri protettive della lussuria celeste: non la nascondono, l’ammantano di un velo di verecondia.

Adoro passeggiare lo Jordaan, che un tempo si voleva essere il più olandese dei quartieri di Amsterdam. Per gli abitanti, tutti autoctoni. Oggi non è più così, è multietnico, come l’intera città. Vi si conduce una vita un po’ bohémien, tra baretti discreti, botteghe d’antiquariato, gallerie d’arte, studi di fotografia, laboratori artigiani, tante biciclette e abbigliamento alla buona. Non vedo griffe da queste parti: i ragazzi girano con t-shirt sbrindellate e infradito di plastica, d’estate, chiaramente d’estate. Il suo nome viene dal francese “jardin” perché Francesi furono i suoi primi abitanti. Fuggivano anche loro dalla terra natale, in un tempo in cui lo spirito belluino della Controriforma provocava le prime mattanze. Erano gli Ugonotti, protestanti di fede calvinista nella prospettiva storica, eretici in quella dei loro persecutori.

Sarà suggestione, sarà la condizione psicologica di esule volontario, ma qui mi sento normale o, almeno, diverso quanto può esserlo qualsiasi uomo o donna che abbia cognizione di sé. Esiste o è mai esistito uno uguale a noi? No, siamo unici! E dunque ciascuno diverso dall’altro. Ciò che è unico non può somigliare a nessun altro. E dovrebb’essere persino prezioso! La diversità è la regola, non l’eccezione. Qui lo sanno tutti, anche i bambini e lo sanno da molti secoli.

L’Olanda spesso accoglie gli “eretici” di altri paesi. Quale la loro eresia? Essere fedeli a se stessi, a un’identità che è unica e perciò irripetibile. Capite? Ci sono paesi, e il nostro ne fa parte, in cui è vietato, o quasi, essere se stessi.  

Il mio amico, avvocato dei poveri e dei perseguitati, mi racconta un’infinità di storie, per lo più drammatiche e non tutte a lieto fine. Recentemente mi ha riferito di un giovane iraniano al quale ha cercato di ottenere l’asilo politico. Era gay e l’omosessualità, nel suo paese, è un reato che si paga con la pena capitale. Il ragazzo si è rifiutato di dichiararsi apertamente gay, dichiarazione indispensabile secondo la procedura. Si vergognava, aveva paura di esporsi, benché si trovasse in un paese disposto ad accoglierlo. È scappato, è tornato in Iran. Processato, è stato condannato a morte. La sentenza è stata eseguita. Il mio amico lo ha saputo da un’organizzazione umanitaria internazionale. Il ragazzo aveva diciotto anni. Per tutti i fondamentalismi la gioia è un reato, la giovinezza un crimine.

Il mondo è così in buona sostanza. Allora non mi si venga più a parlar di patria: le patrie ci vomitano come schifose deiezioni. Le patrie non esistono se non per la mattanza del conformismo benpensante. Poveri, dissidenti, “eretici”, eterodossi d’ogni genere migrano tra i continenti in cerca di un luogo possibile in cui vivere in pace. La maggioranza non lo trova. Le poche oasi, nel deserto dell’infamia, non hanno spazio sufficiente. I più fortunati, forse più colti e intelligenti, talvolta riescono a trovare il cantuccio in cui rifugiarsi. Gli altri restano pur sempre delle bocche da sfamare e delle vite da realizzare. Non c’è spazio per tutti.

Sono fortunato, lo so, posso ancora scegliere. Ma mi sento in colpa: la mia semplice esistenza toglie pane e dignità a qualcuno che dovrebbe godere dei miei stessi diritti. Che fare? Non so rispondere.

È notte fonda. Continuo a pensare alla conversazione con Wil, alla storia di successo di Martin Šimek, a quella affine di Khaled Hosseini, alla disperanti limitazioni di Saviano, alla mia fortunata condizione. E gli altri? Vorrei urlare alla notte, ma qui non s’usa urlare. Qui tutto è discreto e silenzioso, come questa notte d’estate traboccante di stelle, le eresie dell’Universo. E sogno per quelli che non potranno mai farlo, seguendo le lucciole: una fuga verso la libertà.

 

Antonio Piscitelli


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