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Carla de Falco

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 10/05/2013 00:05:12

[ Intervista a cura di Maria Musik ]

 

 

M. Ho letto una tua nota biografica. Mi ha colpita subito la decisione di lasciare una carriera più remunerativa in favore dell’insegnamento. Come si collega questa scelta con la tua attività di scrittrice? Che nesso c’è, secondo te, fra poesia e didattica?

 

C. Per molti anni, in effetti, sono stata una “donna in carriera”. In quel tipo di vita non c’era lo spazio, né il tempo per la scrittura. E, in definitiva, non c’ero io. Sono stati anni di grande prestigio sociale e di immensa frustrazione personale. Quando ho lasciato l’azienda per la scuola, che ho sentito da sempre come la mia missione, è arrivata anche la scrittura. Tra poesia e didattica c’è un nesso di fondo: entrambe non scoprono nulla, ma aiutano a rivelare il segreto che è potenzialmente in ognuno.

 

 

M. Cosa significa per te essere poeta? In base alla tua esperienza, l’essere donna ha costituito un ulteriore ostacolo rispetto ai tanti che già incontra chi si avventura sulla stretta strada della poesia in un contesto civile che non concede il sufficiente spazio ad arte e bellezza?

 

C. Essere poeta è farsi brace ed ustionare anche le coscienze più indifferenti. Come molti incendi, la poesia nasce in limine, tra arbusti dimenticati e – diciamo così – fuori controllo. È poeta oggi chi sa difendere un’idea, la dignità di un sogno e le emozioni, rinunciando ad ogni centralità sociale. L’essere donna, in tal senso, paradossalmente aiuta. Ahimè.

 

 

M. E cosa pensi di un “mercato editoriale” che sembra negare le possibilità di successo a quanti non si pieghino ad omologarsi a quello che spesso si disvela come un furbo dilettantismo?

 

C. È un mercato miope, che ha perso il senso del futuro. Dopo la mercificazione della cultura, siamo decisamente alla “fase due”: la culturificazione della merce. La “cultura” in cui siamo immersi sa di sballo e frastuono, di centri commerciali e format televisivi, induce alla fruizione (ed incoraggia la produzione) di libri costruiti ad arte per toccare le corde più vulnerabili di lettori sempre meno consapevoli e per vellicarne  sentimentalismi pigri e stantii. Siamo sommersi da libri che vivono una sola stagione, testi ai quali non si chiede di essere reinterpretati e riletti dalle generazioni, come Calvino sosteneva dei classici, ma di diventare gadget. Interessanti quanto un portachiavi in polistirolo.

 

 

M. “Il soffio delle radici” è la tua prima silloge, dopo numerose pubblicazioni su antologie. Hai, anche, partecipato a diversi concorsi e premi letterari. Ti reputi una poetessa esordiente o ritieni che questo libro sia l’espressione di una raggiunta “maturità”?

 

C. L’idea di fondo che informa di sé la mia esistenza è che io non mi sono mai “raggiunta”, non auspico porti definitivi, amo solo gli arrivi che sanno di ripartenza. Allora non sono né esordiente né matura: sono in transito. Perennemente alla frontiera tra due orizzonti possibili.

 

 

M.  Come è nata questa opera? Quanto tempo ti è occorso per arrivare a considerarla “matura” per la pubblicazione? E quanto è stato difficile trovare un editore che la apprezzasse?

 

C. Il soffio delle radici nasce come trascrizione di un dialogo aperto tra me e l’esistenza. Non credo la mia poesia abbia verità da proporre né risposte da dare, ma  piuttosto per intuizione, approssimativamente, ricostruisce i messaggi di un contemporaneo franto e scomposto, in una sorta di transito di frontiera tra un passato tradito ed un futuro decisamente incerto. Ho provato insomma a dipingere, in un mosaico di versi, la bailamme dei rumori del presente, dei tipi umani, degli affetti scarnificati, delle nevrosi e delle crisi contemporanee (individuali, generazionali e sistemiche). Trovare un editore che apprezzasse il testo non è stato difficile, ma in vari casi le proposte sono state di pubblicare con contributo, anche minimo. Ho rifiutato. Poi, quasi per caso, è arrivata l’opportunità giusta, quella nella quale l’editrice (Laura Capone, Milano) ha assunto su di sé tutto il rischio imprenditoriale. E ho accettato. Per vedere nascere Il soffio delle radici, in definitiva, c’è voluto più di un anno di lavoro tra scrittura, labor limae e ricerca dell’editore giusto.

 

 

M. Nella prefazione, Simone Camassa, pone molto l’accento sulla sfera emozionale quale “motore primo” della tua poetica, fil rouge che collega le quattro sezioni che compongono il libro. Condividi questa lettura? Cosa vorresti aggiungere?

 

C. Scrivo per esigenza di dialogo e parlo prevalentemente di emozioni. Camassa ha colto e sottolineato questo, credo. Scrivo perché mi sento libera di vivere la poesia come arte “inutile”, l’unica che consenta di mettersi alla ricerca di particolari apparentemente muti che sussurrano piccole verità ai margini delle strade percorse da tutti, da sempre.

La mia è poi una silloge tutta in minuscolo. Con questo, voglio affermare che la poesia non “significa”, non va a capo, non inizia, non termina, non interrompe mai il proprio incessante dialogo interiore con le generazioni. La poesia solca. Il soffio delle radici è una sorta di breve percorso di donna, dentro questo solco. Nella mia poesia il femminino è fecondità e, nel mistero della procreazione, si sottrae al divenire, è fonte del tutto, pura incorruttibilità, fiamma e semina. L’archetipo, quindi, di ogni radice. 

 

M. In apertura, citi Charles Bukowski. È una dichiarazione d’intenti che fai tua, per comunicarci con forza la tua scelta di campo o c’è qualcosa di più che ti lega a questo autore?

 

C. Adoro Bukowski. La citazione iniziale è un tributo al segno che egli ci ha lasciato nel messaggio autenticamente rivoluzionario che non tutti siamo nati poeti e che nessuna speranza abbiamo di diventarlo se dello scrivere ci manca un bisogno nervoso, sanguigno, morboso, ossessivo.  Alla poesia bisogna saper sacrificare ogni cosa. Altrimenti resterai sempre solo uno che scrive versi, senza essere mai divenuto poeta.

 

 

M. C’è ne “Il soffio delle radici” una poesia che prediligi e una che, a pubblicazione ormai avvenuta, desidereresti riscrivere? E, se sì, perché?

 

C. Ne prediligo diverse.

seduta e la passante, forse, sono quelle che meglio mi rappresentano, evocando sin dal titolo la dicotomia irrisolta tra il bisogno di radicamento e l’irrinunciabile desiderio di erranza a cui tutta la silloge, fin dall’ossimoro del titolo, si ispira.

commiato per un’amica è invece un grido di dolore, per un’amica morta di cancro qualche mese fa. La riscriverei, perché nel turbamento del dolore, ho dimenticato di dire quanto dolci fossero i suoi sorrisi, anche nella sofferenza.

O forse non desidererei riscrivere nessuna delle poesie già scritte e pubblicate, perchè so che, molto più di esse, amerò la prossima che scriverò.

E’ stato così sempre, da sempre.

 

 

M. Napoletana, da quarant’anni…”. Biografia e silloge pongono l’accento sull’appartenenza alla terra. Quanto appartieni a Napoli? Oppure ti riconosci con un Sud più ampio, un Sud “del mondo”?

 

C. La terra d’origine è per tutti i poeti una fonte d’ispirazione, anche – diciamo così –simbolica. Ciascuno di noi porta con sé nella vita il bagaglio di ciò che è stato prima di lui: le sue origini, le sue radici. Si tratta di luoghi, colori, tratti, certo, ma anche di elementi primigeni, che condizionano la nostra identità diciamo così “umana”. Sono l’amore, l’odio, il desiderio, la violenza, la passione, la rabbia, il dispetto, la speranza, la paura, la nostalgia. E di queste “radici” canta anche la mia poesia.

Le mie origini biografiche invece sono nel sud profondo, in Calabria e a Napoli, come dicevi. Radici dolorose, perché affondano in una realtà in cui quel po’ che sopravvive sembra offeso per sempre. Talvolta mi fermo ad osservarlo, il relitto capovolto di questo mio sud. Ad ascoltare se ancora respira.

Su Napoli… che dire? A volte, gli stessi aspetti che me la fanno odiare, me la fanno poi anche amare. Fondamentalmente, Napoli non è mai neutra o “scenografica”. Non se ne sta lì a farsi guardare o disprezzare, amare o detestare. Lei ti entra dentro, ti turba, ti disgusta, ti incanta e ti cambia. Ti scuote, sempre, rimanendo immobile nella sua indolente resilienza. Lei resta uguale, sei tu che cambi.

Mi capita di uscire di casa serena e di dover affrontare poi l’ordinaria giornata napoletana con tutti i suoi “disguidi”, con tutti i suoi ostacoli. Ero serena e. dopo un quarto d’ora, Napoli mi ha già fatto incazzare. Al contrario, però, mi capita anche di essere triste. Di immergermi nel magma della città, feroce ed infernale, e di fluire in esso. Una scena, un dialogo, un sapore o un profumo … mi cambiano l’umore ed il senso della giornata in positivo. E torno allegra.

Napoli influisce su di me, profondamente, come un’amante. Per questo non la sopporto. E non posso smettere di amarla.

 

 

M. Vuoi lasciare un tuo messaggio a quanti, scrittori e lettori, si confrontano su questo sito?

 

C. Intanto voglio ringraziare La Recherche per lo spazio che mi concede. Molte delle mie poesie sono nate qui, dal confronto con tanti poeti e lettori, alcuni dei quali, negli anni, sono divenuti veri e propri amici. Sarebbe ingeneroso citarne alcuni e forse anche superfluo. Perciò non lo farò.

 

Per quel che riguarda il messaggio, credo che oggi il poeta sia rimasto in coda alla fila. Non ha più messaggi da dare, sta cercando, ultimo tra gli ultimi, solo di ascoltare ancora la bellezza vera, quella che resta, con tutta la sua ossimorica inutilità. Proprio per questo, però, il poeta riesce ancora a sentire con integra consapevolezza la vita, con tutte le sue piaghe aperte e con le sue frontiere esposte ad invasioni ed incertezze. In un tempo come questo nostro, è davvero poco difficile, per me, rappresentarmi come “bottiglia” con dentro il suo bel messaggio.

 

 


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