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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Paolo Ruffilli

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 16/07/2008 17:11:16

DOMANDA.
Come si presenterebbe a persone che non la conoscono? Chi è Paolo Ruffilli?

RISPOSTA. Un cercatore.

DOMANDA.
Lei è un poeta, chi è stato a dirglielo?

RISPOSTA. Eugenio Montale, nel 1978, recensendo il secondo mio libro. Riconosceva una mia “traiettoria sghemba” rispetto alla tradizione e, in quella, indicava la mia originalità e la mia vocazione, scommettendoci.

DOMANDA.
Che cosa caratterizza la sua scrittura? Quali sono il filo conduttore e l’aria ispiratrice che fin dai primi versi degli anni Settanta l’accompagnano?

RISPOSTA. La critica ha parlato di incisività, leggerezza, poesia di pensiero, immaginazione, a partire dall’autobiografia ma senza fare autobiografismo, alla ricerca delle ragioni profonde della vita e del suo mistero. Sono indicazioni in cui mi riconosco, come pure per la definizione data da Luigi Baldacci che la mia è una “vocazione alla pura partitura musicale”. In effetti, per me in poesia la musica è tutto.

DOMANDA.
Come avviene il processo di scrittura? Lei scrive di getto oppure rivede i suoi testi, sia nella forma che nei contenuti? Come ottiene la notevole musicalità dei suoi componimenti?

RISPOSTA. A trascinarmi è sempre un’ossessione profonda da cui mi lascio guidare, trascrivendo quello che mi gira per la testa. Poi, ci torno sopra, a più riprese e nel tempo. Rileggo a voce alta centinaia di volte, finché l’orecchio non mi dice che la musica funziona.

DOMANDA.
Quest’anno ha pubblicato, per Marsilio, la raccolta poetica “Le stanze del cielo”, dall’ultima del 2001, “La gioia e il lutto”, sono passati sette anni, come mai tanto tempo? Nel frattempo, nel 2003, ha pubblicato il libro di narrativa “Preparativi per la partenza”, ci racconta le vicende che uno scrittore deve affrontare negli intervalli che intercorrono tra una pubblicazione e l’altra?

RISPOSTA. Pubblico raramente, a distanza di anni, quello che scrivo (che, dunque, rimane molto tempo nei cassetti a stagionare). Ma scrivo di continuo, lavorando contemporaneamente a cose diverse: narrativa e poesia. Scrivo perciò cose nuove che finiscono nel cassetto e ne tiro fuori di vecchie da rileggere e rivedere. Continuamente. Per me, la letteratura è sempre una prova di scrittura. Senza la scrittura non c’è letteratura. Come può immaginare, non apprezzo perciò la politica dei nostri editori che privilegiano gli “scriventi” e gli “scrivani” rispetto agli scrittori. Ci vogliono anni per scrivere un libro appena discreto…

DOMANDA.
Ci parla del suo ultimo libro “Le stanze del cielo”? Come è nato? Su questo stesso sito è stato recensito e consigliato agli autori/lettori che vogliano leggere poesia attenta a tematiche socialmente rilevanti come la profonda crisi esistenziale che attanaglia la vita di un detenuto e la piaga della droga; lei, in qualche modo, ha avuto possibilità di avvicinare questi due mondi oppure ha lavorato di pura invenzione e informazione?

RISPOSTA. “Le stanze del cielo” è nato come gli altri miei libri, dietro a un’ossessione profonda: quella della perdita della libertà. Non serve finire in prigione o nel laccio della droga per accorgersi di come non siamo veramente liberi… Ma, spesso, ce ne accorgiamo solo in queste situazioni estreme. Per me la poesia è sempre metafora: si dice una cosa per intenderne un’altra. Il libro è appunto la metafora della libertà che perdiamo continuamente, imponendoci catene e vincoli che ci impediscono di essere liberi. Per il resto, c’è naturalmente l’esperienza della mia vita: il fatto che ho avuto amici caduti nella tirannia della droga e con problemi anche di carcerazione. Ma per me scrivere è usare sempre l’immaginazione. Se non posso immaginare, non scrivo. Perché la così detta realtà è sempre al di là di quello che chiamiamo “realismo”. Se non usi l’immaginazione, non arrivi al cuore e ti fermi all’abbaglio dell’evidenza.

DOMANDA.
Perché tanti lettori trovano difficile la poesia? Che cosa ne pensa? Quale è la responsabilità dei poeti, quale quella degli editori, quale quella dei lettori?

RISPOSTA. La poesia è una pratica esoterica, cioè di ricerca profonda dell’identità. Dunque, non è divagazione o intrattenimento, cioè non è consumo. In questo senso, non è “facile” e tuttavia non è affatto vero che sia difficile. La poesia pretende un’adesione totale, cioè una scelta di campo, fatta la quale tutto diventa necessario e sufficiente. Se uno è spinto autenticamente a ricercare, non si ferma dinanzi a niente.

DOMANDA.
Lei è consulente editoriale e dirige la collana di poesia delle Edizioni del Leone di Venezia, quindi riceverà in visione molti testi, quali sono i criteri che utilizza per “valutare” se una raccolta di poesie è pubblicabile o meno? Dà indicazioni per la revisione dei testi?

RISPOSTA. Il primo criterio è quello dell’autenticità. E’ autentico ciò che era necessario da scrivere per l’autore. Questo si capisce al volo leggendo. Poi, naturalmente, dentro l’autenticità ci sono vari gradi di qualità letteraria. Il massimo di qualità letteraria è il massimo di originalità creativa personale, cioè la libertà più assoluta dagli schemi e dagli stereotipi anche letterari. Le indicazioni sono sempre generali, perché è l’autore che deve scegliere le soluzioni espressive.

DOMANDA.
In tutta libertà e sincerità che cosa pensa di siti, quali larecherche.it, che danno la possibilità di pubblicare testi online ad autori altrimenti sconosciuti?

RISPOSTA. Sono un’occasione sempre importante, appunto di ricerca, indipendentemente dai limiti e dalle contraddizioni che caratterizzano comunque i siti, come pure del resto le riviste cartacee, i premi e le altre iniziative relative alla scrittura.

DOMANDA.
C’è qualche cosa che vorrebbe dire agli autori/lettori che frequentano larecherche.it?

RISPOSTA. La cosa importante da capire, relativamente al proprio scrivere, è perché si scrive. Se si scrive per vendere quello che si scrive, si entra nella logica del mercato (delle mode, dei generi di consumo, dell’intrattenimento…) e si punta, consapevolmente o no, all’idea dello scrittore professionale. Niente di male, si intende. Ma chi cerca se stesso non fa della propria scrittura una professione. La ricerca non scende a compromessi con la logica del mercato. L’importante è sapere cosa si vuol fare.


Il sito ufficiale di Paolo Ruffilli è www.paoloruffilli.it

(Intervista a cura di Roberto Maggiani)

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