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Crepuscolo e temporale notturno

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 16/05/2019 13:00:21

Inchiodato dai ragazzi al portone del granaio, lo sparviero si torceva orribilmente incontro alla notte che sopravveniva. Eusebio, il maggiore di quei ragazzi, fermo nell'ombra fissava l'uccello, mentre si dibatteva a morte ai chiodi di ferro che gli trafiggevano le ali. Dall'aria che si faceva buia piombò allora la femmina; con stridi laceranti tracciava come impazzita piccoli cerchi vertiginosi, si librò poi immobile con le ali distese e gli occhi di brace e all'improvviso si gettò in alto, indietro, incontro alla parete del monte, scomparendo, riapparendo, in folli voli selvaggi. I suoi stridi dovettero attirare il temporale nerissimo che, sospeso nel cielo, col bagliore soffocato dei lampi illuminava a tratti il proprio corpo, e trarlo con cerchi magici sopra il villaggio. A fatica il ragazzo riusciva a tenersi in piedi, l'orrore lo afferrò alla nuca, e non ardiva girare la pupilla. Ma quando, al guizzo silenzioso di un lampo, tutto il granaio balzò livido, e, cacciato da un colpo di vento, alla sua destra sbucò fuori da una fenditura del muro il caprimulgo barbuto, per infilzare uno scarafaggio, e alla sua sinistra passò barcollando il pipistrello, egli dovette voltarsi e fuggire giù verso il paese coi denti che gli battevano. Qui un nuovo lampo gli scoperse proprio di fronte il muro del cimitero con tutte le sue commessure abitate dalle scolopendre; sotto la luce improvvisa le croci parvero allungare le braccia e sulla tomba di un bambino morto l'anno prima si squassò il cespuglio che per fiori aveva cuori rossi, appesi a fili. Ma quando il lampo si spense e l'oscurità calò pesante come un lenzuolo, dalla finestra di dietro di una piccola casa una striscia di luce scivolò obliqua sul muro del cimitero. In quella cameretta dormiva la figlia del macellaio, la più bella ragazza del paese; e una volta uno dei ragazzi più grandi, lo sapevano tutti, in quel punto, mentre ella si spogliava, aveva potuto vedere continuamente l'ombra delle sue mammelle sulle tendine, fino a che la ragazza non aveva spento il lume.

Così Eusebio si rannicchiò sotto una tettoia tra cataste di assicelle; e il cuore gli batteva in modo differente da prima. Di fronte a lui pendeva con la testa riversa il vitellino che aveva visto condurre al macello quel pomeriggio; dal muso morbido pareva emanare ancora l'alito caldo. Qui il ragazzo in agguato non avvertiva il passare del tempo; non udiva i quarti d'ora battere quasi sopra il suo capo e rimbombare nell'aria soffocante. Non si curava dei lampi che scoprivano crudamente le campane nella loro cella; sentiva soltanto il vitello, lo riempiva la certezza che la ragazza era là dentro e poi nella sua camera si sarebbe messa a letto. Ora lei girava per l'osteria, c'erano ai tavoli due o tre che bevevano, il macellaio mesceva il vino dell'annata.

Ora si avvicinarono alla casa due figure scure; erano servitori della gente in città, che aveva le sue case di campagna intorno al paese e sulle falde dei monti; uno era in livrea con i calzoni al ginocchio, l'altro era vestito da guardaboschi. Uno di loro rimase indietro e l'altro lo precedette ed entrò nella mescita. Allora, dall'angolo buio presso una fontanella fragorosa una donna s'avanzò verso colui che era rimasto e cercò di afferrargli il braccio. La parte inferiore della sua figura era di una ampiezza informe ed Eusebio seppe subito che era la serva dell'oste della Corona, una giovane di fuori via, che lui e gli altri ragazzi guardavano di nascosto quando con il suo corpo pesante si inginocchiava a sciacquare i panni presso la gora del mulino: perché tutti loro sapevano che era incinta. Ora il servitore si scosse di torno la donna implorante, che si dovette appoggiare con una mano sull'orlo della fontana. In quel momento l'altro servitore si fece sulla soglia con la bella figlia del macellaio, e quello in livrea, voltandosi a mezzo verso la serva ferma nel buio, alzò subito la voce, dando alle sue parole un particolare tono ricercato.

Quello era l'anno scorso” replicava forte “e ora ne corre un altro. E con ciò amen!”.

E poiché quella con un “Giuseppe, Giuseppe” che le prorompeva dalla bocca angosciosamente spalancata, cercava nuovamente di farsi vicina, quegli le gettò in faccia con parole taglienti, tali da fermarla impietrita, che una donna nel suo stato doveva vergognarsi di girare per la strada e davanti alle osterie, e che rimpiangeva il tempo perso l'anno scorso con lei, e anche ora avrebbe rimpianto ogni minuto di più, ché aveva di meglio da fare che starsene lì con lei.

Al ragazzo nel suo nascondiglio quelle parole taglienti passarono l'anima con una specie di voluttà crudele. Il modo disinvolto con cui il servitore pronunciò le sue parole e poi, fischiando tre battute, scomparve senza voltarsi nell'osteria, lo turbò non diversamente di quando lo sfioravano le vesti delle donne e delle ragazze di città; si sprigionava da esse un profumo sottile e inebriante, che lo riempiva di un sentimento contraddittorio: aspirandolo si sentiva mancare mollemente, sottomesso, e allo stesso tempo qualcosa si inalberava in lui con violenza. Questo doppio sentimento si impadronì nuovamente di lui, quasi gli si schiudesse davanti, come una porta nel buio, la segreta magnificenza della vita della gente in città e dei suoi servitori, e lo spingesse a seguire la serva che, gemendo fra sé, una mano sulla bocca, si allontanava vacillando con il viso disfatto, e a continuare a tenerle dietro furtivamente, giocando con la donna inconsapevole a un gioco crudele. Ella camminava in mezzo alla strada, immersa in una sorda disperazione; egli scivolò di fianco tra le siepi che si piegavano nella tempesta, sotto gli alberi che la tempesta squassava, lungo i granai che gemevano nelle loro impalcature. La tempesta notturna gli cacciava polvere e pula negli occhi spalancati; non vi badava: aveva perduto la coscienza della propria forma, per un minuto era piccolo come una donnola, come i rospi, come tutto quello che striscia e si acquatta sulla terra tremante, l'attimo dopo era gigantesco, si allungava fino agli alberi, ed era lui che afferrava le loro cime e le faceva piegare cigolando; era il Tremendo che sta in agguato nel buio e balza fuori ai crocicchi, ed era in lui la timidezza di un capriolo impaurito, e si sentiva correre giù per la schiena tutti i brividi da lui stesso suscitati. La donna che avanzava barcollando davanti a lui era interamente caduta in sua balia; egli era un signore di città e di quelle ne aveva parecchie; due donne le aveva rinchiuse in casa sua e ora cacciava questa a raggiungere le altre; era il macellaio che appostava una bestia fuggita per menarla a morte, ma la bestia era una bestia stregata; era quella donna là davanti a lui. Egli si rannicchiava quando il vento taceva, e balzava in avanti a ogni nuova raffica; vi era una stretta concordanza tra il respiro del vento e la sua caccia selvaggia e segreta; il vento era in lega con lui e i grandi lampi illuminavano la strada con i solchi dei carri, gettavano la loro luce sui muri bianchi delle case e tra le macchie, rischiaravano il bosco e scoprivano le radici degli alberi, e tutto per mostrargli continuamente la sua preda, se quella volesse sfuggirgli nel buio.

 

© Paolo Melandri (16. 5. 2019)


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