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LA PRIMA MACCHINA PER SCRIVERE

Argomento: Storia

Articolo di Gian Mirola 

Proposta di Lorena Turri »

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Pubblicato il 31/03/2008

LA PRIMA MACCHINA PER SCRIVERE FU COSTRUITA IN GARFAGNANA.

“Divagazioni di Gian Mirola (Giannotti Almiro) su “LA GARFAGNANA” n° 6/1979


L’inventore della macchina da scrivere è, per acquisita fama enciclopedica, l’avvocato Giuseppe Ravizza, da Novara, morto oscuro e deluso a Livorno il 30 ottobre 1855. Citazione erudita inutile in quanto tutti i miei lettori lo sapevano. Ma prima ancora un’altra macchina (come dire: un’antenata di quella del Ravizza) fu inventata da un Garfagnino, Pellegrino Turri da Castelnuovo. E di lui nessuno sa quasi nulla.
Umberto Dallari ne dissertò su “LA LETTURA” del 1908. “Un fascicolo di lettere” egli scrisse, “ battute sulla macchina del Turri verso i primi dell’ottocento si trovano nell’Archivio di Stato di Reggio Emilia”. Bene. Ed ora vi racconto come quel famoso archetipo s’insinua nella storia.
Il Turri che era uomo colto e non mancava d’ingegno pratico, volle rendersi utile ad una amica cieca, Carolina Fantoni, nipote del poeta fivizzanese, Giovanni Fantoni, in Arcadia “LABINDO” (1755 – 1807).
Come il Turri e la contessina Fantoni si fossero conosciuti non è ben noto. Si sa che il garfagnino faceva parte delle Guardie dei Nobili del Duca di Modena col grado di Brigadiere; si sa che Donna Carolina era nata in Fivizzano, il 3 marzo 1781 e che diventò cieca, nel fior degli anni, dopo una grave malattia.
Impietosito dal caso disgraziato, il Turri volle mettere a disposizione le sue cognizioni di meccanica per la costruzione di un ordigno, il quale avrebbe servito alla povera cieca per comunicare con gli amici lontani, senza bisogno di intermedi. La Fantoni definì, nelle sue lettere, l’invenzione del Turri “ una preziosa stamperia” ed anche più semplicemente “La tavoletta”.
Quest’ultimo nome potrebbe far supporre che la macchina fosse alquanto simile a quella usata dalla marchesa Du Deffand e consistesse, cioè, in un telaio rettangolare, di legno o metallico, nel quale, a conveniente distanza l’uno dall’altro, fossero disposti tanti fili metallici rappresentanti le righe di scrittura.
Supposto che il telaio avesse le stesse dimensioni del foglio sul quale si doveva scrivere e che le lettere e gli spazi fra le parole fossero costituiti da piccoli sigilli, distinguibili al tatto per segni speciali esistenti sul manico, la Fantoni non avrebbe avuto che disporre il telaio sulla carta e, seguendo i fili, stampare secondo questi le lettere desiderate, con l’avvertenza, dopo impressa una lettera, di sostituire al sigillo il dito della mano libera per appoggiare contro di esso il sigillo della lettera successiva.
Questa spiegazione se armonizza la parola “tavoletta” coi caratteri stampati, non è per nulla soddisfacente perché non vengon fuori un congegno ed un procedimento che non avrebbe mai consentito di ottenere una scrittura regolare. Con tutto ciò, siccome la versione ufficiale è questa, io l’ho accettata e ritrascritta. Esaminando, però, il fac-simile di un brano scritto che il Dallari riporta a corredo del suo articolo ne’ “LA LETTURA” si può notare che i caratteri, privi di apostrofi e segni d’interpunzione e tutti maiuscoletti, appaiono a distanza regolare e uniforme, salvo gli evidenti errori commessi dalla scrittrice, che non sono diversi da quelli di una dattilografa attuale poco esperta.
Regolare, meno un rigo un po’ troppo spostato in basso, appare, invece, l’interlineatura.
Nel brano riprodotto si deduce poi che con la macchina di cui si parla si poteva stampare usando inchiostro o carta nera. In che modo non è facile a dire.
Il congegno doveva avere una forma alquanto embrionale, ma esso certamente rappresenta un antenato, in linea molto diretta, delle attuali macchine da scrivere.
Viene il fatto di chiederci: cosa ne avvenne poi?
Ed ecco quanto se ne sa. Nell’ottobre del 1808, la contessa Madre, Maddalena Fantoni, scriveva al Turri pregandolo di adoperarsi per trovare un marito alla figlia. Se ne deduce che la macchina da scrivere, per quanto utile e dilettevole, non le bastava più.
“Le basterebbe un uomo”, scriveva la contessa, ”passati i quarant’anni, ben mantenuto, che non le faccia mancare da mangiare, né da vestire, senza fare sforzi e che fosse di bona morale; non occorre poi tanta nobiltà, non importerebbe neppure in Reggio, ma anche in quei paesi circonvicini. Lei desidererebbe questo marito: io desidero che riesca a trovarglielo, ma non so se neanche con questo pole essere contenta, benché il mio cuore lo desideri vivamente”.
Il marito fu trovato nella persona del trentenne Domenico - Ravani Pollai di Ribola, conoscente del Fantoni e del Turri; le nozze ebbero luogo a Fivizzano il 23 ottobre 1809.
Pellegrino morì diciannove anni dopo, cioè nel 1828; Carolina il 9 gennaio 1841, in Reggio, lasciando parecchi figli, i quali, due giorni dopo la sua morte, regalarono in segno di riconoscenza la macchina da scrivere al Giuseppe Turri, figlio di Pellegrino. E ciò accadeva quattordici anni prima che a Novara si costruisse l’altra, quella del Ravizza.
E, dunque, è bene che si sappia, la prima macchina da scrivere fu costruita in Garfagnana , non a Novara.
Senza voler togliere nulla al novarese, cui va tutta la nostra ammirazione, abbiamo inteso dare a Cesare quel che è di Cesare.

Gian Mirola.”

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