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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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’Jazz oltre confine’ - eventi e novità

Argomento: Musica

Articolo di GioMa 

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Pubblicato il 04/08/2019 04:35:18

Samuele Strufaldi «Confine»

(Auand piano series AU3018, distr. Pirames International - 8031697301844)

Il “Confine” della coscienza in un piano solo
Samuele Strufaldi in una ricerca sul senso dell’errore

Il primo piano solo di Samuele Strufaldi diventa un nuovo tassello digitale della collana Auand Piano Series. Registrato dal vivo presso l’istituto di Cultura Europea di Vienna il 7 maggio, è il risultato di una residenza artistica in cui Strufaldi ha voluto approfondire il concetto di errore dalla prospettiva dell’improvvisazione.

“Questo lavoro – spiega il pianista – prende spunto da una ricerca in campo psicologico sul valore e il bilanciamento fra territori consci e inconsci. È nato dalla necessità di dialogo con l’errore e con i limiti del controllo. In un contesto sociale in cui tutto deve essere perfetto e sottoposto al giudizio dell'intelletto, avanza la necessità di arrendersi e dialogare con l’ombra, in totale umiltà e onestà, alla ricerca di materiali grezzi e originali, nati dallo scontro e dall’interazione tra conoscenza e ignoranza”.

In una riflessione che Strufaldi porta avanti da tempo anche in campi non musicali, il titolo di “Confine” rappresenta proprio “questa avventura nelle terre selvagge, dove la conoscenza non serve a dimostrare o ad affermare, ma al contrario a esplorarsi. E anche a riuscire a spogliarsi del proprio ego e dei percorsi abitudinari”.

L’improvvisazione diventa allora un rito, una modalità per avvicinarsi sempre di più a una sorta di zona buia: “Permette di accedere a qualcosa che sta oltre la musica, oltre il linguaggio. Evocare un territorio, senza aspettative, senza intellettualismi: il territorio dell'imprevedibile da esplorare in condivisione con il pubblico”.

Biografia
Classe 1989, studia pianoforte fin dall'infanzia. Durante il suo percorso di studi è guidato dalla pianista classica Anna Clemente, poi Alessandro Galati, all'Accademia Musicale di Firenze; in seguito, continuerà gli studi privatamente con il pianista fiorentino Simone Graziano. Si laurea in jazz al Conservatorio P. Mascagni di Livorno, dal quale esce con il massimo dei voti nel 2012, sotto la guida del maestro Mauro Grossi. Nel 2016, dopo la registrazione di 3 album di composizioni originali con tre differenti formazioni in trio e quintetto, si laurea alla Goldsmiths University of London in un master in composizione sotto la guida di Roger Redgate. Nel 2018 Collabora come compositore e pianista con la scuola Oltrarno di Pierfrancesco Favino, scrivendo le musiche per due spettacoli in replica al teatro Goldoni di Firenze con regia di Juan Carlos Martel Bayod e Serdar Bilias. Collabora in numerosi progetti di composizione, sia per colonne sonore originali, video, performance teatrali e di danza, che per esibizioni concertistiche che lo portano a viaggiare, nel corso degli anni, anche all'estero (U.S.A, Francia, Danimarca, Romania, Gran Bretagna). Da sempre focalizzato principalmente sulla composizione e sull'improvvisazione, sviluppa un linguaggio molto personale in ambedue i campi, militando in svariati progetti con formazioni tra le più disparate, dal solo, alla big band passando per la sperimentazione elettronica e audiovisiva e per varie esperienze nel campo di linguaggi etnici tradizionali (musica cubana, africana e indiana).

Come di consueto, il promo digitale può essere ascoltato sul portale IJM cliccando
www.ijm.it; su questo portale trovi i promo di oltre 20 etichette italiane indipendenti.


ISRAEL VARELA plus RITA MARCOTULLI: Martedì 6 agosto live dedicato a FRIDA KAHLO

L’incantevole omaggio a Frida Kahlo di Israel Varela in concerto al Belvedere di Sabaudia
per il Festival “I Suoni del Lago”.
Special guest la pianista Rita Marcotulli e la pittrice Federica Turco impegnata in un live painting.

Al Belvedere di Sabaudia grande protagonista del festival “I Suoni del Lago…oltre il giardino” – manifestazione a ingresso gratuito con la direzione artistica di Pietro Cardarelli - sarà il batterista, compositore e vocalist messicano Israel Varela, artista internazionale che ha suonato con grandi della musica mondiale come Pat Metheny, Charlie Haden, Mike Stern, Pino Daniele, Joaquin Cortez, Andrea Bocelli, Diego Amador.
Alle 21,15 salirà sul palco del festival con il suo progetto “Frida en Silencio”: un emozionante omaggio a Frida Kahlo, la celebre pittrice messicana la cui arte è intrisa di passioni, profondo vissuto e una tormentata vita amorosa. Un concerto coinvolgente durante il quale si riesce a sentire, da vicino, la vita di questa grandissima artista: a far sognare gli spettatori, i brani inediti composti da Israel Varela sui singoli episodi della vita di Frida, comprese le sue intense lettere d’amore al marito Diego Rivera.
Insieme a Varela, sul palco, la pluripremiata pianista Rita Marcotulli, da poco nominata dal Presidente Mattarella “Ufficiale dell’Ordine a merito della Repubblica Italiana” per i suoi successi musicali in ambito nazionale e internazionale. A coronare il concerto, il live painting della pittrice Federica Turco.

Euro Latin Award Winner, Israel Varela è uno dei maggiori esponenti internazionali di flamenco-jazz drumming. Ha suonato in oltre 30 Paesi con tour mondiali sui palchi dei più grandi teatri e festival jazz. La sua voce ha il potere di incantare e rendere ancora più mistico e profondo il senso della sua musica.

CONTATTI
www.israelvarela.com
Ufficio Stampa Israel Varela: Fiorenza Gherardi De Candei
email info@fiorenzagherardi.com - tel. 328.1743236



THE 20 BEST MOVIE SCORES OF THE DECADE

From Jonny Greenwood's "Phantom Thread" score to Jonny Greenwood's "You Were Never Really Here" score, here's the best movie music of the 2010s.
Film music has come a long way in the 100+ years since moving images were first accompanied with sound (synchronized or otherwise), but seldom has it ever evolved more radically or aggressively than it did over the last decade. Spurred on by digital technology and/or a general tone of cosmic dissonance, rock and avant-garde musicians like Jonny Greenwood and Mica Levi used narrative projects as inspiration to explore new facets of their genius, while more traditional composers such as Alexandre Desplat and Carter Burwell rose to the challenge by delivering the most beautiful work of their careers. Hans Zimmer went deep into outer space, while Trent Reznor and Atticus Rose plunged head-first into the abyss of being extremely online.

It was a great time to go to the movies, even with your eyes closed.
Jonny Greenwood, the supernaturally creative Radiohead instrumentalist who steers Thom Yorke’s genius and pushes the band forward, has always understood the servile nature of writing music for movies. Each of the brilliant scores he’s previously composed for Paul Thomas Anderson have been bonded to their films on a molecular level, their discordant strings sewn into the material like dark thoughts. If Greenwood’s contributions to “Phantom Thread” are the most beautiful (and self-sustaining) music that he’s ever written for the screen, it’s only because his compositions are even more inextricable from this movie than they were from “There Will Be Blood,” “The Master,” or “Inherent Vice.”
At the risk of being a bit too cute about it, you could say that “Phantom Thread” wears Greenwood’s elegantly perturbed score the way that Reynolds Woodcock hopes his patrons might wear one of his magisterial dresses, each these symphonic pieces draped over the film like a careful bit of fabric that exposes the beauty (and the violence) of what lies underneath. Building out from the movie’s main theme — a delicate whirlwind of violins that comes in four different variations, like a model being newly outfitted for each new fashion season — Greenwood’s score is a masterpiece of troubled beauty, a glass of sherry spiked with poison.

At first, in fraught pieces like “Boletus Felleus” and “Sandalwood I,” the beauty is troubling. However, by the time we get to the climactic lilt of “For the Hungry Boy,” the troubling has become beautiful. Greenwood perfectly intuits the tidal dynamics of Anderson’s perverse romance, and translates them into something that everyone can feel for themselves. Thanks to Greenwood, “Phantom Thread” would still be one of the decade’s best films if you watched it with your eyes closed.


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