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Nazario Pardini - Qui gli Austriaci [...[ (2015)

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Una poesia ampia, densa, ipermetrica, razionalmente guidata, ma emotivamente sorretta, quella di Ivan Pozzoni; dove il verso tende a concretizzare le tante questioni di un mondo che viaggia al contrario; in cui la borghesia, che aveva soffocato le istanze sociali di un proletariato una volta intento ad andare sulle barricate per far valere i suoi principi (rivoluzione francese del 1848), ora continua il suo predominio creando una struttura materialista, liquida, affarista dove prestanomi di multinazionali decidono delle sorti dei popoli:

 

Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni,

la Merkel tuona da Bruxelles minacciando risoluzioni

del Consiglio Europeo, in cui siedono retribuiti in modo sovranazionale

i vari prestanome dell’una o dell’altra multinazionale,

indecisi, con rigorosità scientifica tutta teutonica,

se far fallir la Grecia o un’azienda agricola della Valcamonica (Qui gli Austriaci sono più severi dei Borboni).

 

Un “Poema” concreto, che va al sodo, e con cui l’Autore si schiera sia politicamente che esteticamente, facendo della sua scrittura uno strumento d’impegno; uno strumento che tende a evidenziare le aporie e le ingiustizie di una umanità malata; indifferente, dacché “siamo troppo lontani dai moti del 1848,/ ora l’intera nazione tira a arrivare alla mattina,/  sognando di incassare un ambo o una cinquina”. E dimostra, l’Autore, in questo suo linguismo articolato e aduso ad una solida cultura, di avere a cuore una tematica storico-sociale, ma di non disdegnare argomentazioni che costituiscono il sale e il pepe dell’essere e dell’esistere: l’amore, il rapporto della nostra vicenda umana col tempo, la precarietà dell’esser-ci, le piccole cose della quotidianità, la poetica, i correlativi oggettivi di stampo eliotiano, o di anceschiana memoria lombarda … Il tutto espresso con una crudezza anticonformista; con un lessico volutamente scabro, con intendimenti estetici avversi a tutto ciò che riguarda la nostra più verace tradizione letteraria. Tanto è vero che le rime baciate inserite nelle composizioni, come  in quella che si pone come momento incipitario con valore eponimo, evidentemente, sono poste là, in bella vista, con propositi ironici nei confronti di un certo lirismo. Qui tutto è anti, dal metro ai contenuti, dalla cifra lessico-fonica ai risultati. Si va e si vuole andare controcorrente; è l’ora di cambiare; è l’ora di finirla con quella poesia tutta fiorellini e languidi baci; tutta armonia e espansioni liriche. Come a dire che sono finiti i tempi di Puccini, o di Mascagni, di Bellini o di Leon Cavallo; per entrare nel campo musicale che poi tanto lontano non è da quello della poesia, visto che, per un’altra corrente legata alla tradizione,  ambedue i generi dovrebbero tener di conto della melodia, del ritmo, e della musicalità, considerando che l’uomo, da quando è nato, ha sentito dentro di sé il bisogno di esprimere i suoi stati emotivi accompagnandosi col battito di legni su altri legni; o seguendo il ticchettio ritmato della pioggia sugli alberi. Le parole "Mostrano il loro legame con la musica... La parola nasce dal ritmo, come la musica. La poesia utilizza il ritmo in modo letterale e la filosofia, che non canta, si muove sulle tracce del ritmo e attraverso di esso vede. Vede il Ritorno. Vede l’Enigma" (Carlo Sini). Se si vuole però considerare che l’Autore si propone di sperimentare o di continuare su un modus dicendi tutto nuovo, si deve pur apprezzare il suo odeporico coraggio dove la ben guarnita fecondità esplorativa trova posto in un ductus poetico solido e sicuro; in una plurivocità di generosa estensione significante; in cui, spesso, si ricorre a parole e a modi di dire che farebbero rabbrividire i buon pensanti, ma che, non per questo, non si può dire che non rappresentino uno stile nuovo e mordace: l’officina dei morti di fame; il gatto Keats da una parte, e bollette, stipendi, quadri aziendali dall’altra; il Vate vobis: “il sacerdote di Masera ai vespri della sera/ senza rilevare sociologicamente, facendosi un minimo di mazzo, / sa a costoro dell’impresa artistica interessi un cazzo”…  Anche l’amore, sì, proprio il sentimento dei sentimenti, quello che gioca con la vita, con gli esseri umani, facendo di loro pedine da giostrare, artefice di odî, risentimenti, trasalimenti, sperdimenti, avvilimenti, gioie, e tormenti; proprio lui è trattato con personalità direi tutta pozzoniana:

 

(…)

Però Ambra è uno splendore di ragazza, e mi ama, anche se assomiglio davvero a Bukowski:

mezzo butterato, mezza vita trascorsa nei magazzini, mezzo amore regalato a troie senza cervello.

Mi mette a dieta, volontà di farmi sopravvivere ai miei 90 kg, scrive cose bellissime,

che ricordano Paolo Nori, o Aldo Nove, , o Peppe Lanzetta, o Ivanovijc Pozzoni,

mi conduce con un guinzaglio d’amore alle mostre d’arte moderna, Pollock o Pollon non ricordo,

e quando piscio fuori dal vate – come tutti i maschi mediterranei – e mi difendo artisticamente

affermando il mio diritto ad una oxidation painting wartholiana sul pavimento non si arrabbia troppo,

è una donna post-moderna, col terrore della muffa e della noia, con uno splendido culo

(…) (Santo cielo, perché assomigli a Bukowski?).

 

Assonanze, consonanze, rime interne, rime baciate; insomma tutta quella melodia, quella euritmica soluzione verso cui Pozzoni vuol dimostrare, con sarcasmo, la sua avversione; e con cui vuole creare un ossimorico gioco, fra il  buono e il bello della vita e i “cazzi amari” da ingoiare:

 

(...)

col pubblico attaccato alla canna del gas

autori imbecilli, che vi sentite Dumas,

fallita ogni forma di microeditoria sotto i colpi dell’imu,

inquilini di case fallite, come co-intestatari,

vi divertirete a subire la T.a.r.i,  

e saran cazzi amari (Scacco alla scacchiera).

 

[recensione a Qui gli Austriaci sono più severi dei Borboni, Limina Mentis, 2015, sul blog Alla volta di Leucade]

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