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Di Alberto Rizzi
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01/02/2026 14:58:00
Michele Nigro
- 02/01/2026 15:21:00
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È come se fin dalla disposizione grafica dei versi nella poesia di Alberto Rizzi vi sia un chiaro invito a una ricerca che non ha e non vuole raggiungere una centralità statica bensì caratterizzarsi per un vagare ritmico tra incrinature e dettagli capaci di avvicinarci a verità nascoste eppure mai completamente invisibili a chi si sofferma sui particolari della quotidianità. Non è necessario andare lontano perché "loltre è solo dentro", seguendo il consiglio olistico - che allinizio potrebbe spaventare! - di portare con sé la totalità di ciò che siamo stati e abbiamo vissuto; solo così riusciremo ad "abbandonare", ovvero ad accettare e a fare finalmente nostro lenorme bagaglio esistenziale ("un po di quel tuo peso dentro"). Superando "inutili ovvietà" e puntando a un risveglio che si fa quesito escatologico: "che cosa resterà di me / del transito terrestre" per dirla alla Battiato; non senza guardarsi alle spalle, tornando a decisioni passate, a scelte, a omissioni, forse a errori. Alle assenze che stridono nonostante ci si opponga con razionalità da Homo Sapiens; assenze che in un certo qual modo fanno compagnia portando laltrove qui, in una quotidianità apparentemente immobile.
La poesia diventa strumento di ricerca ma non fornisce risposte certe, permanenti; tuttal più conferma il nostro non sapere, lo presenta sotto forma nobile, sublime. Lossessione delluomo che pensa, non certo di quello che si accontenta di volatili certezze quotidiane, è ottenere unimmagine completa del proprio esistere, di questo scorrere nel tempo chiamato vita, nonostante linattendibilità dei sensi. Linquietudine del poeta è ciò che alimenta la sua ricerca; non saprebbe e non potrebbe fare altro pur essendo consapevole del suo poco sapere. I sensi a un certo punto diventano ininfluenti perché è il grado di coscienza del Tutto a guidare occhi interiori, permettendoci di andare ovunque.
Il poeta cerca un ordine nelle cose ma ancora una volta si accorge che è nel fare vuoto che si guadagna la pienezza e quindi lordine agognato. "Nello sradicarsi del giorno", ovvero nellaccettare il passare del tempo cè la chiave per ottenere questo ordine. In contrapposizione al motto buddista "nessuna stanza è veramente vuota se la tua mente è piena!", il poeta ci invita, però, a svuotarci dalle false convinzioni suggerite dalla caducità della condizione umana che asseconda un caos in realtà inesistente (noi che siamo intrappolati "in quel bitume / dinesistente realtà"), a cercare un"acqua ferma delle emozioni". Tra sprazzi di consapevolezza il poeta non si dichiara risolto, ma si affida allidea dell"esistenza di un qualche dio"; non cerca di convincere gli altri di questa ricerca ma fa in modo di "essere già sempre altrove". Il poetare non fa prigionieri, ma rende libero chi intende liberarsi.
Tra gli obiettivi della poetica di Alberto Rizzi sembrerebbe esserci la decostruzione di un io troppo sicuro delle proprie percezioni e poco avvezzo ad accettare la verità che "non siamo mai / nel dove crediamo dessere". Questo stanarci liberatorio (dai "quattro lati / relativi ai nostri vivere") conduce a visioni dallalto, a consapevolezze superiori. Questo sradicamento da appigli terreni, quotidiani o legati a forme e figure del passato, dovrebbe sublimare lanimo umano, ricongiungerlo allinfinito - anche se il non perdersi non è assicurato - per "riposare [...] la persistenza del reale". Un reale che ci raggiunge a sprazzi svogliati, casuali come occasioni effimere perché siamo e restiamo limitati e percepiamo "il poco che conta della realtà", impigliati in un corpo che per ora è prigione.
La poesia insegna alla filosofia che per toccare lessenza delle cose bisogna sottrarre più che aggiungere, ripulire il segnale ricevuto; un processo che rende alcuni di noi "fondamentalmente soli", ma quando si sfiora limpercettibile verità "che sodali ci fa ai fiori" e che circonda il nostro andare in questo mondo, con questo corpo, non si può più tornare indietro.
Michele Nigro
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