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Prima elegia

di RAINER MARIA RILKE (Biografia)

Proposta di Cosimina Viscido »

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Pubblicato il 24/06/2011 16:09:41

Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere
degli Angeli? e se anche un Angelo a un tratto
mi stringesse al suo cuore: la sua essenza pi forte
mi farebbe morire. Perch il bello non
che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere
ancora,
lo ammiriamo anche tanto, perchesso calmo, sdegna
distruggerci. Degli Angeli ciascuno tremendo.
E cos mi rattengo e il richiamo di oscuri singhiozzi
lo soffoco in gola. Ah, di chi mai
ci possiamo valere? Degli Angeli no, degli uomini no,
e i sagaci animali, lo notano che, di casa nel mondo
interpretato,
non diamo affidamento. Ci resta, forse,
un albero, l sul pendio,
da rivedere ogni giorno;
ci resta la strada di ieri,
e la fedelt viziata dunabitudine
che si trov bene con noi e rimase, non se ne and.
Oh, e la notte, la notte, quando il vento pregno di
cosmico spazio
ci smangia la faccia , a chi non resterebbe la sospirata,
che soavemente delude, e che incombe pesante al cuore
solitario? Che sia forse pi lieve agli amanti?
Ah, loro, se la nascondono soltanto, un con laltro, la
loro sorte.
Non lo sai ancora? Getta dalle tue braccia il vuoto
agli spazi che respiriamo; forse gli uccelli
nellaria pi vasta voleranno pi intimi voli.
S, certo, le primavere avevano bisogno di te. Qualche
stella
saspettava che tu la rintracciassi. Montava
unonda dal passato, in qua, o
mentre tu passavi sotto una finestra aperta
si donava un violino. Tutto questo era compito.
Ma lo reggevi tu? Cos sempre distratto dattesa,
come se tutto tannunciasse unamata? (E dove la
vorresti rifugiare se i grandi, strani pensieri
in te vengono e vanno
e spesso si stanno, la notte?)
Ma se ti struggi cos, canta le innamorate. Certo,
non ancora abbastanza immortale il loro sentimento
famoso.
Canta di loro, delle abbandonate, tu quasi le invidi, che ti
parvero tanto pi amabili delle placate. Riprendila
sempre lirraggiungibile celebrazione;
pensa: leroe perdura, financo la morte per lui
fu soltanto pretesto per essere: la sua ultima nascita.
Ma leroine damore se le riprende in s lesausta Natura
come se non ci fossero forze due volte,
per compiere questo. Hai cantato abbastanza
di Gaspara Stampa, che una qualche fanciulla
cui sfugga lamato, allesempio esaltato
di questa innamorata, senta: posso essere anchio
come lei?
Tanto antichi dolori, non dovrebbero, ormai,
diventar pi fecondi per noi? non tempo che amando,
ci liberiamo dallessere amato, lo reggiamo fremendo:
come la freccia regge la corda, tutta raccolta nel balzo,
per superarsi? Ch non si pu restare, in nessun dove.
Voci, voci. Ascolta, mio cuore come soltanto i Santi
ascoltarono un giorno: il grande richiamo
li alzava dal suolo; ma essi, impossibili,
restavano assorti in ginocchio:
cos ascoltavano. Non che tu possa mai reggere
la voce di Dio. Ma lo spiro ascolta,
lininterrotto messaggio che da silenzio si crea.
Ecco fruscia qualcosa da quei giovani morti e viene a te.
Dove entrassi tu mai nelle chiese
di Roma o di Napoli, non ti parlava pacato il loro
Destino?
O ti si imponeva una scritta, sublime,
come ieri la lapide in Santa Maria Formosa.
Che vogliono da me? Chio debba rimuovere lieve
quella parvenza dingiusto che turba un po, talvolta,
il moto puro dei loro spiriti.
Certo strano non abitare pi sulla terra,
non pi seguir costumi appena appresi,
alle rose e alle altre cose che hanno in s una promessa
non dar significanza di futuro umano;
quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose
non esserlo pi, e infine il proprio nome
abbandonarlo, come un balocco rotto.
Strano non desiderare quel che desideravi. Strano
quel che era collegato da rapporto
vederlo fluttuare, sciolto nello spazio. Ed faticoso
esser morti;
quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco
un po deternit. Ma i vivi errano, tutti,
ch troppo netto distinguono.
Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno
se vanno tra i vivi o tra i morti. Leterna corrente
sempre trascina con s per i due regni ogni et,
e in entrambi la voce pi forte la sua.
Infine, non han pi bisogno di noi quelli che presto la
morte rap,
ci si divezza da ci che terreno, soavemente,
come dal seno materno. Ma noi, che abbiamo bisogno
di s grandi misteri, quante volte da lutto
sboccia un progresso beato : potremmo mai essere,
noi, senza i morti?
Sarebbe vano il mito, che un giorno nel compianto di
Lino
la prima musica, ardita, pervase arida rigidezza,
e che sol nello spazio sgomento, a cui un fanciullo quasi
divino
ad un tratto e per sempre mancava, il vuoto entr in
quella
vibrazione che ora ci rapisce e ci consola e ci aiuta.



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