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Pubblicato il 13/09/2011 07:11:38
Non sono nobili le cose che nomino in poesia: stanno sotto il palato, attente, coscienti solo del caldo ignare della lingua. Se ascoltano, sentono il moto, l’onda di un’eco che porta rosse lettere, destini, e un turbine di voci smarrite – come sempre – in ciò che è cupo e cavo. Dunque di nuovo dico: alberi – anzi – platani attirati dall’acqua e sostenuti ai bordi dalle pietre. Questo sì è difficile: cantarne piano il miracolo quel peso nella luce, quell’ombra che s’incrocia col tempo e divampa sull’odore del prato. Tutto è corpo che l’anima raggiunge con ritardo ma sfolgora l’autunno in un cantuccio e la parola si forma con il ritmo che deve: a grumi, a vuoti a scatti, dentro i secoli. E non è la musica che dici, ma un rombo di stoviglie, di grandine che batte contro i muri.
(tratta dal sito http://rebstein.wordpress.com/2007/08/27/se-ho-scritto-e-per-pensiero-poesie-di-antonella-anedda/)
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