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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Un altro candore

Romanzo

Giacomo Verri
Nutrimenti

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 29/05/2020 12:00:00

 

Giacomo Verri è nato nel 1978 a Borgosesia dove vive e insegna lettere nella scuola media. Ha esordito con il romanzo Partigiano Inverno con cui era stato finalista al Premio Calvino, e ha pubblicato la raccolta Racconti partigiani. Con questo suo nuovo lavoro torna coi partigiani sui monti della Valsesia, luogo da cui la vicenda prende avvio, per poi snodarsi in due archi temporali successivi il 1973 e il 1993, nella città immaginaria di Giave. Della vita partigiana viene mostrato soprattutto un unico episodio, in cui una casa diviene il campo di battaglia; con un chiaro simbolismo un luogo di calma e di accoglienza viene trasformato nel suo opposto. La guerra dilania quello che potrebbe essere considerato il grembo materno, il focolare domestico, mettendo consanguinei uno contro l’altro, portandoli a scelte assolutamente estreme.

Inoltre, ponendo da un lato i soldati e dall’altra la vita domestica Verri crea una sorta di paradosso storico sociale tra chi cerca la pace domestica e chi una sorta di soluzione (l’eliminazione dell’avversario), il desiderio di pace nega il paradosso, inghiottendolo tutto intero, rendendo impossibile accostare due verità così inconciliabili. Allo stesso Claudio e Franco, giovani partigiani, innamorati di un amore giovanile, un po’ folle e sfacciato, rappresentano un’esperienza spiazzante, forse perché il loro candore ci attrae, ci seduce perfino, nel suo offrirci una soluzione tanto semplice all’enigma insito nel paradosso. Sfortunatamente, però, negare implica anche ignorare la possibilità del pericolo. Cito da Mark Z. Danielewsky, la cui casa, apparentemente tranquilla, ma al cui interno si annidano i conflitti di chi la abita, ben rappresenta il punto focale della scena; i conflitti annullano, ma riescono anche a spostare l’attenzione di chi li vive sull’immediatamente tangibile, spostando fuori fuoco i massimi sistemi. Così la relazione tra Claudio e Franco era tollerata, non c’era tempo per il giudizio, le vite erano azione e pericolo; il legame era vissuto in pienezza, sullo sfondo di qualcosa di talmente cupo e incomprensibile, da restare relegato in una sorta di abisso, sul cui bordo i due sembrano danzare. La relazione torna alla luce molti anni dopo quando troviamo Claudio, sposato, nel momento in cui un incidente mette a rischio la vita della moglie. Claudio sembrerebbe, in questa fase della sua vita, preda di una sorta di noia: una forma di difesa psicologica che ci protegge da noi stessi, dalla paralisi completa, reprimendo fra le altre cose, il significato del luogo in cui ci troviamo (Helen Lodge, La padronanza di sé) continuando a investire di significato il luogo-passato e lasciandosi trasportare nel presente, applicando in modo parziale la sua essenza.

 

La situazione di emergenza, la vita che mostra tutta la sua fragilità, il pensiero che forse non c’è più tempo per procrastinare scelte e parole, inducono Claudio e la moglie, Donata, a parlare, dopo tanti anni di silenzi, di quell’antico amore. Riportando alla luce i fatti legati a Claudio e Franco emergono tutte le ramificazioni che li hanno legati con gli altri ragazzi che in quel dannato giorno del 1944 vissero la battaglia attorno alla baita. la vita di Claudio ricomincia tentare di rimettere insieme parti tenute separate nel tentativo di recuperare la sua interezza, così come tutti gli altri personaggi vivono il dopoguerra come un tentativo di recupero di parti abbandonate o estremizzate.

Verri ci porta per mano ad entrare timidamente nelle vite di quei ragazzi che vennero, in qualche modo, ri-dati alla luce in quella baita e ce li mostra nel loro divenire uomini ingabbiati nella società che loro stessi, col loro sangue e la loro paura hanno contribuito a costruire. Fatalmente, però, sembra che proprio loro, sebbene artefici del cosiddetto progresso, in questo progresso non siano esattamente a loro agio. Qualcosa li sospinge ai margini, li costringe a nascondersi, a non dire, li obbliga ad abbandonare il centro delle cose e a lasciarsi scivolare sul margine. Il candore che li copriva di gloria nel momento della battaglia, quella purezza d’animo che li rendeva ardimentosi e permetteva loro azioni gloriose, o semplicemente libere, uccidere, o carezzare la barba di un compagno, non trovano più posto nella morale corrente. E così Claudio e Franco si perdono, come gli altri perdono qualcosa di loro, il loro essere passa attraverso le lenti deformanti della società e il loro originario candore, la loro aureola, viene schiacciata, oscurata. Però a volte basta un granello di polvere negli ingranaggi, un imprevisto a rimettere in moto la macchina del pensiero, a far interrompere il regolare pulsare del cuore e far riassaporare fra i denti il sapore del ferro che era normalità durante la Resistenza e ora è quasi un cruccio. E con il pensiero e i ricordi si mette in moto la formidabile macchina narrativa di Verri: per il protagonista, elementi sopiti nella memoria e lutti inespressi, riprendono a vivere, si spolverano di dosso la patina del tempo mostrandosi con la loro vivificante ed inestinguibile forza. Sarebbe forse irriguardoso fare un parallelo sull’incidente profondo e significativo che il nostro Paese visse durante gli anni della guerra partigiana e l’incidente di cui è vittima la donna protagonista del romanzo, tuttavia la storia di una Nazione è fatta di tante storie di ciascuna persona, e tutte queste storie, lapalissianamente, non sono prive di conseguenze. Certo, per la storia di una Nazione la politica e i libri si occupano di consegnare alla memoria una versione scintillante e scevra di sbavature tipiche dell’agire umano. Ma sono proprio queste ultime che riescono a mostrare della Storia, durante il suo incessante cammino, le reali conseguenze e la vera portata di quanto i posteri leggeranno sui libri. Così Verri riesce a mettere a nudo l’animo umano della Storia facendoci conoscere da vicino alcuni protagonisti della Resistenza nel corso della loro vita con tutte le conseguenze e le tragedie di aver vissuto un periodo tanto drammatico, custodi di un altro candore, da nascondere o usare, queste le loro scelte, ma impossibile da dimenticare.

I protagonisti delle storie hanno vissuto, come dicevo, un candore “altro”, reso tale dalla loro perfetta innocenza, dal credere totalmente in ciò che stavano compiendo e la consapevolezza di compiere qualcosa dettato dal loro animo, per un bene supremo, per la salvezza, sì di un Paese ma, soprattutto, per la salvezza di loro stessi. E la sensazione di purezza che li accompagnava si è andata via via perdendo nel processo di normalizzazione post-bellico, che però li ha costretti, in qualche modo, a mentire, a indossare maschere che occultavano il loro originario volto, ma col tempo le maschere si sono tramutate nei loro volti. C’è un bellissimo dialogo fra Claudio e Franco, si sono ritrovati, ormai adulti, dopo anni di silenzio, anni vuoti dell’unica cosa che avrebbero desiderato e che sottolinea come l’amore, anche se giudicato ‘sporco’, porta sempre con sé, la purezza. E quello che c’è stato tra noi? Non lo so. Mi sentivo candido quando facevo l’amore con te in montagna. Mi sono sentito sporco con lei, e poi ho imparato a essere candido con lei, assieme a lei. Adesso sarebbe troppo tardi per qualsiasi altra cosa. Parli di candore. C’è stato nella mia vita. Vladimir ci faceva sentire impuri tra i candidi, disse Franco. E gli parve di essere abbastanza vecchio e solenne. È vero. Quando stavamo assieme ci ripulivamo. Claudio lo fissò dritto negli occhi. Ma non poteva durare. Non dopo la guerra. Sei stato tu a cacciarmi. Quindi la pace ha peggiorato le cose. Claudio si chiese se fosse una domanda. Probabilmente sì, disse. È che l’amore fa più paura della guerra.

Il candore di Verri, l’altro candore, spiazza il lettore similmente all’insostenibilità della leggerezza dell’essere di kunderiana memoria. Si tratta di un candore che potrebbe, in altri contesti, essere additato a bruttura e soggiacere alla condanna dei più o a dover essere nascosto, se non addirittura cancellato. Nel susseguirsi delle pagine del romanzo, avviene una sorta di processo chimico, o forse più alchemico, in virtù del quale l’immersione totale di un elemento, soprattutto se vitale, che in altri ambiti potrebbe essere giudicato negativamente, in qualcosa di estremamente oscuro e mortifero, è invece in grado di modificare la nostra percezione di esso, e far risaltare la parte pura e luminosa, scevra di zone d’ombra, accentuandone il candore.

Giacomo Verri conduce il lettore con il garbo e la mano abile di una scrittura assolutamente contemporanea, priva di orpelli ma ammantata di una sua luminosità propria, non cede al troppo facile ma si incanta del bello o del non detto per tratteggiare il panorama interiore dei personaggi. La scrittura procede con una sua personale bellezza, dono che parrebbe racchiuso nelle parole di Kazuro Ishiguo: “Ciò che le è propria è la calma insita in quella bellezza, la sensazione di riserbo che essa racchiude.”

Da semplice lettore, nello scorrere delle pagine, ho molto riflettuto proprio sulla particolare densità del candore narrativo di Verri, capace di descrivere anche un amore “proibito” con una delicatezza che quasi crea il rammarico che sia andato proprio perduto tanto appare ancora vivido e pulsante dopo molti anni e molti tentativi di metterlo a tacere. Come non pensare che attraverso le ferite, vivide nei personaggi del romanzo, di un tempo tanto drammatico, quello di una guerra fratricida, un periodo in cui ogni persona amica o nemica sembrava sempre celare un pericolo, Verri non parli invece delle ferite della nostra Nazione attuale?

 


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