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di Giuseppe lonatro
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Pubblicato il 24/02/2012 13:28:55

NELLO STESSO POZZO

 

 

Il nodoso bastone gli cadde ancora una vota dalle mani. Come sempre! E Giuggi rovin per terra.

Giuggi stavolta non bestemmi, non imprec contro nessuno dei familiari, ne tanto meno questi vennero a raccoglierlo poich quel giorno nessuno lo sent.

Rest immobile, seduto ai bordi del letto, sempre devastato dal suo copro e lo sguardo fisso su quellarnese di legno  lamico inseparabile -  dice lui.

Ricordo che gli venne regalato da Giulio, amico dinfanzia: << Giuggi questo meglio di un cane da guardia credimi >>, disse Giulio quando venne a trovarlo,  tienilo sempre con te>>.

Giuggi quel giorno se ne stava tutto ripiegato su una sedia a rotelle regalatagli da Biagio Conte, missionario della citt. Stava assicurato su quellarnese da cuscini che gli cerchiavano i fianchi, appena ciondolante in avanti e gli occhi cerulei sempre lucidi. Alz appena la testa e lo sguardo si pos sugli occhi dellamico farfugliando parole sconnesse; quasi un groviglio in gola, ma si intuiva che era un grazie a quel gesto e poi disse: << io la conosco? >>.  

 

 

  quasi un groviglio in gola, ma si intuiva che era un grazie a quel gesto e poi disse: << io la conosco?  >> .

  Quel bastone nodoso a volte Giuggi lo vedeva volteggiare, da solo, in mezzo alla stanza. Si allontanava prendendo forma propria, conquistando quasi una vita sua. Lui se ne infischiava che Giuggi stava  in bilico tra la poltrona e il baratro della mente, lui stava l, felice di quella condizione ritrovata, di essere libero di poter fare quello che voleva; finalmente aveva acquisito il  libero arbitrio  e tanto si sentiva vivo pi simpossessava della sua energia smarrita. Un gioco crudele, quello suo. Ogni tentativo da parte di Giuggi di afferrarlo andava a vuoto. Del resto come poteva; se provava a fare un passo in avanti sicuramente sarebbe caduto brutalmente per terra e quel giorno a casa non cera anima viva che potesse accorrere alle sue urla, al suo farfugliare parole malferme, ai suoi lamenti che sicuramente alla fine sarebbero sfociate in un pianto a dirotto.

  Giuggi inizi ad inveire contro quellamico traditore, ma non conosceva il suo nome, non sapeva come chiamarlo, del resto non lo aveva mai fatto; era solo un amico come ne aveva avuti tanti. Lui, il bastone, ad un tratto smise di oscillare nel vuoto dicendo: << adesso arrivo bestia ! non ti sopporto pi! Lasciami in pace! >> .

  Giuggi con furia afferr il bastone, lo strinse forte al suo petto e pianse ma di un pianto convulso. Lunica cosa a cui teneva veramente era solo quel maledetto bastone. La sua mente non partoriva solo che pagine bianche, ma in un lato oscuro, nascosto, dove nessuno poteva arrivare, cera quel bastone: il padre, il figlio, la moglie, gli amici, tutta una vita, tutto ci che gli rimaneva ancora di umano.

  Il bastone a terra e Giuggi sempre con lo sguardo perso nel vuoto.

  Il figlio entr nella stanza e lodore penetrante delle medicine lo invest come la morte che giunge allimprovviso. Giuggi non si accorse della presenza di Marcello n dei suoi occhi che lo fissavano; stava l con la testa traballante e il braccio sinistro teso verso quel bastone, immobile, quasi senza respiro  e con una piccola smorfia sul labbro violaceo.

  Il tempo sera fermato in quellistante di eterna attesa, ma quante volte il tempo era giunto al capolinea per Giuggi?! Ogni giorno era un morire e un rinascere, ogni giorno in quella stanza di morte si corrodeva una vita che era stata, ogni giorno lAlzheimer gli rubava la mente.

  Che angoscia cera in quello sguardo, quanta inquietudine, quanta disperazione per quel genitore che qualche anno prima era stata unaltra persona, adesso era solo uno sconosciuto.

 

 

 

 

 

Giuggi

 

  Giulio affettuosamente lo chiamava cos, anche se il  suo vero nome era Franco.

  Giulio gli diede questo vezzo quanderano giovani, quando vivevano a Licata, quando correvano ai rifugi per difendersi dalle bombe, quando la notte non si dormiva e ti svegliavi con il cuore in gola sperando che la tua casa quel giorno non sarebbe caduta sotto i bombardamenti, quando si moriva di fame, quando gli alleati davano corso alloperazione Husky per liberare il paese dalla follia di quella Germania.

  Giuggi ricordava sempre quel periodo infausto nei minimi particolari, persino lora esatta di qualche avvenimento e si vantava del fatto che la sua famiglia nonostante tutto non versava in una situazione cos disperata. Il padre, Giuseppe, era Procuratore Capo allufficio del registro di Licata; studi in medicina non completati, padre e marito amorevole e se vogliamo anche presente, insomma un buon partito come si diceva a quei tempi. La madre, Angela, un portamento da nobildonna dinizio secolo con addosso sempre una collana di madreperla qualunque sia il vestito che indossava. Angela badava alla casa ove non mancava mai il pane e lolio e Giuggi a quel tempo aveva solo quindici anni.

  Alcune foto in bianco e nero lo ritraggono in costume da bagno sulla spiaggia di Licata assieme allamico del cuore. Corre contento, lamico dietro, il mare davanti sembra quasi che inciampi su qualcosa.

  Chiss comera il mare a quei tempichiss se Giuggi si pi rivisto in quella foto, in quel mare, su quelle dune bianche ancora poco inquinate, chiss cosa avrebbe detto oggi se solo guardando la sua immagine se solo si riconoscesse.

Unaltra ancora lo ritrae sempre nella stessa spiaggia con in mano una cesta di ricci << io andavo a pescare ricci senza usare la maschera! >>, diceva orgoglioso al figlio quando questi si mise in testa di praticare la pesca in apnea, << stavo sottacqua per parecchio tempo senza respirare >>. Poi la guerra finalmente fin e Giuggi stava ancora a Licata con Giulio e venne anche il periodo del latifondo la conquista di un pezzetto di terra ma Giuggi non aveva bisogno certo di lottare in mezzo ai contadini con al collo un fazzoletto rosso, il padre non gli faceva mancare nulla a quellunico figlio; Giuggi non moriva di fame. Ma quei fazzoletti rossi indossati dai contadini lo affascinavano, lo incuriosivano a tal punto che se ne fece una ragione. La visone profetica di Marx, che aveva annunciato ai lavoratori la loro missione nella societ lo coinvolse interamente. Giuggi conservava sempre nel portafogli una foto che lo ritraeva ancora molto giovane davanti la porta dingresso della sezione del Partito Comunista di Licata con il pugno della mano destra chiuso e rivolto verso il cielo. Cos fu che Giuggi abbracci la fede comunista cos come si abbraccia una madre dopo avere pianto.

 

 

La lotta con il bastone

 

  Giuggi finalmente simpadron del bastone.

  Con uno scatto tese il braccio avanti e afferr quellarnese. Si sentiva vittorioso, aveva raggiunto il suo scopo, aveva vinto la sua personale battaglia. Era tutta la sua vita quel bastone. Da tempo non riusciva pi a reggersi sulle sue gambe; non stava pi dritto, non camminava, ma quel bastone dovev stare sempre al suo fianco: << il mio amico dov il mio amico? Datemi il mio amico, fatelo venire qui ho bisogno di lui, mi sento solo>>.

  Ma Giuggi cadde per terra, come sempre.

  Teneva il bastone stretto nella mano e le gambe che si muovevano come se stesse camminando, l, per terra, accanto al letto disfatto, disteso su di un fianco e le gambe che si divincolavano, si mischiavano tra loro tracciando dei passi nel vuoto, << Pap! Pap! Dove sei? Pap aiutami, aiutatemiiii>>, era il suo incedere giornaliero quando si sentiva in difficolt, quando si sentiva solo, quando non comprendeva perch il mondo gli franava addosso.

  Quanti ricordi nella testa del figlio che in quel momento stava dritto davanti la porta a guardare quello che era diventato suo padre, stava l impotente al disfacimento di quellanima.

 

 

La Stanza di Giuggi

 

  La stanza di Giuggi era molto grande.

  I raggi del sole di quella primavera penetravano dalle finestre lasciando una cometa di luce che arrivava dritta dritta sopra il letto, incuneandosi sin dentro il cervello di Giuggi che, svegliatosi di scatto, si girava verso la colonna di luce con gli occhi sgranati, spaventato per quello che stava accadendo.

  Giuggi parlava con la luce che con violenza gli trapassava lanima; penetrava dentro il suo mondo come un falco in picchiata verso la sua preda.

  Giugg gli chiedeva delle cose delle cose sue e nessuno al mondo avrebbe mai potuto ascoltare quel dialogo, solo lui e la luce. Giuggi mormorava qualcosa guardando quel fascio di luce e agitando le mani in aria disegnava delle cose, delle linee immaginarie, dei movimenti lenti e allo stesso tempo frenetici, adesso una presa, adesso un abbraccio, adesso un cacciare via, adesso un abbandonarsi a se stesso.       Giuggi veniva ingoiato letteralmente da quella nuvola bianca trasportato in un binario che stride, su un treno veloce, verso un orizzonte senza confini, prima che lultimo sussulto lo avvolga e non lo riporti pi a casa.

  Un divano tre posti era posizionato accanto al letto in modo che Giuggi, sempre con laiuto di qualcuno, si potesse riposare stando seduto e di fronte una mensola  fatta fare apposta dal figlio, conteneva tutte le medicine che ogni giorno prendeva: aceticolina, noradrenalina, donepezil, memantina, etc. Medicine inutili, l'alzheimer una malattia  incurabile, un processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule celebrali rendendo a poco a poco l'individuo che ne affetto incapace di svolgere una vita normale. Maledetta Beta-amiloide !

  Marcello, unico figlio maschio, lo accolse nella sua casa dopo una breve parentesi in una casa di riposo della citt. Marcello era sposato gi da un paio di anni e aveva tre maschi e un quarto in arrivo. La sua vita sino a quel momento scorreva abbastanza normale; una classica famiglia italiana del sud. La casa, il lavoro, le bollette, l'affitto, la scuola, le comunioni...

  Giuggi una sera di primavera decise di convocare il figlio a casa prorpia per dirgli che era sicuro di finire i suoi giorni in una casa di riposo. Aveva riflettuto molto su quella decisione, era stanco di quella casa enorme piena di spazi vuoti da riempire e la sua memoria non glielo consentiva pi. << vedo mamma sai?! - diceva al figlio ma dov'? Ma che stai dicendo? - rispondeva infastidito il figlio che stai dicendo? La mamma morta da molti anni! Cosa vedi? Ma si impazzito?! >>.

  la mente di Giuggi produceva veramente l'immagine della moglie deceduta molti anni prima per una di quelle solite malattie. La vedeva quando tentava di leggere l'ennesimo libro accucciato sulla sua poltrona, quando la settimana enigmistica gli cadeva dalle mani e lui chiudeva gli occhi ma non dormiva, la vedeva quando rispondeva al telefono ma dall'altra parte non c'era nessuno, quando fuori non riusciva a trovare la strada per rientrare a casa, quando pioveva e si sedeva in balcone su una piccola sedia e guardava gi dal sesto piano e pensava di farla finita.

  La degenza in quella struttura dur solo un mese.

  A quel tempo Giuggi sapeva ancora chi era, cosa era stato, gli ingorghi della memoria erano ancora sporadiche e si rendeva conto che quella sua decisione di andare in quella casa era sbagliata sin dall'inizio. Le giornate passavano molto lente e le aspettative iniziali fornitegli dalla direttrice di quella struttura per anziani erano svanite nel nulla. Pensava di trascorrere le sue giornate all'insegna dello svago, del divertimento e qualche volta anche poter ballare. Giuggi adorava ballare e chi balla non muore mai, diceva sempre lui.

Giuggi ignorava completamente cosera una casa di riposo per anziani, non aveva mai pensato a questa cosa, pensava che gli anziani fossero i padroni della storia, la storia della nostra vita, e per tali motivi dovevano essere rispettati e venerati ma non poteva immaginare la sofferenza umana che vi alloggia.

Occupava le sue giornate a passeggiare lungo il corridoio e latrio che guardava lingresso della struttura ove passava intere ore seduto a guardare fuori nella speranza che qualcuno lo venisse a riprendere, lo portasse via da quella prigione. Ogni giorno Marcello lo andava a trovare, una volta di mattina, unaltra di pomeriggio e lo trovava sempre l, seduto su una panchina rovinata dal tempo ove tante storie di vecchi avevano contribuito a deformare.

Giuggi guardava fuori e i suoi occhi cerulei si illuminavano quando riconosceva lauto del figlio: << finalmente mio figlio, speriamo che adesso mi faccia uscire, che mi porti via>>, diceva ad un compagno di prigionia. Ma era solo il colloquio giornaliero, tanto per rimanere in tema di restrizione. Marcello stava con lui e gli altri vecchietti seduto in quellatrio a condividere quella senilit deformata e pensava che se un giorno la sua vita dovesse prendere quella piega, forse era meglio morire prima, ma loro, i vecchietti non lo sapevano; essi vivevano quella condizione senza rendersene conto, era giusto cos, quella era oramai la loro vita, il loro destino, dovevano solo aspettare lepilogo finale.

Era un via vai di corpi che si trascinavano lentamente, con gli occhi sgranati e malinconici e pantaloni e gonne intrise di piscio, sagome che si spingevano a fatica verso quel corridoio che dava fuori, in direzione della luce mattutina, verso un respiro di vita. Vacillavano abbandonati col respiro pesante, alcuni mormoravano qualcosa di indefinito, altri parlavano tra loro ma non si capivano. Sembrava che tutto il peso del mondo fosse su quelle gracili spalle, confusi ed esiliati, con la testa piegata su un lato e forse anche digiuni damore.

Giuggi un giorno volle andare via. Pens che stare ancora l dentro avrebbe fatto peggiorare le cose. Non stava bene in mezzo a quei vecchi malati di malinconia e propose al figlio di andare ad abitare con lui: << non do fastidio, mi metto in un angolo della casa, mi prepari un letto non do fastidio e poi io mangio anche poco>> disse Giuggi mente stava seduto sul bordo del letto con gli occhi lucidi, << non posso pap come stai a casa mia e poi Leti aspetta un altro figlio, come faccio a pensare a te?...>>, rispose Marcello.

Giuggi accenn ad un pianto, un pianto muto e con le mani agitate cercava un fazzoletto nella tasca dei pantaloni che non trovava e a Marcello venne un nodo alla gola e asciug con le sue mani quella tristezza dal volto del padre dicendo:  << va bene pap, dammi il tempo di organizzarmi e tra una settimana ti porto via da questinferno>>. In un attimo padre e figlio si erano ritrovati, in quellistante tutta la loro vita scivolava leggera nelle loro memorie, tutti i vuoti di un passato venivano riempiti da parole mai pronunciate, in quel preciso momento Marcello decise di prendersi cura del padre.

 

 

Giuggi e la pioggia

 

Il cielo nero si impossessava delle finestre di quella grande camera, cumuli di nubi che sembravano in preghiera e Giuggi trascorreva lintera giornata in quella grande stanza, solo qualche intervallo per pranzo o per cena, ma il suo mondo era tutto l, racchiuso in quelle quattro mura.

Giuggi amava la pioggia, quasi le rassomigliava, cadeva gi stremata come unultima disperazione dal cielo. Il suo ticchettare a volte lieve altre violento sul vetrocamera lo conquistava, lo rapiva, il suo umore lunatico si trasformava in contentezza, il tintinnio  sui tetti delle macchine, sugli ombrelli, qualche moto che scivola, un uomo che si bagna completamente prima di salire in auto, queste immagini di vita lo rallegravano. Alle volte stava incollato alla finestra per delle ore, senza mai dire una parola, si isolava completamente e sprofondava in quel mondo bagnato intriso di odori di terra fresca e lacrime di cielo. Giuggi stava con la faccia incollata sul vetro ad osservare la pioggia che colpiva il davanzale formando dei rigagnoli sul vetro che cadevano gi e lui, col capo piegato li seguiva sino al suo scomparire. Forse Giuggi parlava con la pioggia o forse pensava che era lunica cosa sua che ancora non era tramontata nella sua testa, forse qualche bagliore sui pochi neuroni rimasti lo riportavano indietro nel tempo quando la mattina intorno alle sei usciva di casa per andare a lavorare.

Giuggi stava almeno unora davanti lo specchio, la toilette era quasi un rito, una cerimonia a cui non poteva rinunciare, la divisa scura sempre in ordine e quei pantaloni che non avevano mai pace, un po su, un po gi, era la sua ossessione, pensava di avere la pancia, come lo era stato anni prima, ma non era cos, era il suo chiodo fisso! Poi magari, per strada, mentre aspettava di prendere il tram, pioveva, e allora tutta quella preparazione mattutina da vecchia diva andava a farsi benedire ma a lui andava bene anche cos.

Marcello entr nella stanza del padre. Era lora del pranzo. Il figlio decise di non affidare le cure del padre a nessuno, non cerc nessuna badante come gli era stato consigliato, si mise in ferie e stabil che doveva essere lui linfermiere, il padre, il figlio, la moglie e quantaltro poteva essere, come nella migliore novella Pirandellina, Marcello assunse le fattezze del caso.

La pastina in bianco con poco olio e poco sale ma tanto formaggio era goloso di formaggio fumava in quel piatto concavo e a Marcello, maldestro comera, ne cadde un po sul polso della mano sinistra: << cazzo com calda! >> esclam Marcello.

Ma lodore era troppo forte, lesalazione di quel grana gli riempiva le narici, non riusc a resistere alla tentazione di leccarsi il polso e lo fece, comp quel gesto quasi di nascosto, in modo furtivo e mentre assaporava il gusto di quella fragranza si accorse che gli occhi del padre lo guardavano, aveva lo sguardo indagatore come dire:  << ma che fai? E a me?! >>.

Marcello guardando il padre sorrise mentre una linguina gli colava da un lato della bocca e Giuggi, anche lui, accenn ad un sorriso, la bocca un po di lato, non aveva la dentiera, ormai non la portava pi, ma cap quel gesto e con la mano sinistra tocc il braccio del figlio girandosi da un lato come per nascondere quellattimo di beatitudine.

Forse in quel momento Giuggi cap che quella figura che gli stava accanto con il piatto fumante era suo figlio e Marcello cap che suo padre lo riconobbe anche se solo per un istante.

 

 

Quel giorno l'ambulanza

 

Quel giorno venne lambulanza.

A sirene spiegate si fece strada tra il marasma di macchine per quelle vie di prima mattina ove le auto sembravano persone  in fila da ore in un ufficio postale, a pagare lultima bolletta della loro vita.      Giunse in pochi minuti al nosocomio della citt e Marcello che segu il padre a bordo della sua moto giunse come un fulmine allinterno di quella sala piena di piet e freddezza danimo.

Era un continuo vociare, un incessante vai e vieni di camici bianchi e barelle, una costante richiesta daiuto un non fare o semplicemente aspettare

<< pap stai tranquillo adesso ci chiamano>> disse Marcello, una bugia per rassicurare il padre che da unora stava disteso in quella pessima lettiga.

Ma il cognome risuon in quella sala solo dopo parecchie ore. Giugg non era un codice rosso ne un codice giallo, Giuggi non aveva codici era solo un malato di Alzheimer e per tanto non era un caso urgente.

Il neurologo che laveva in cura un giorno molto triste gli disse: << non dia pi medicine a suo padre, denaro inutile, ormai si trova in una fase avanzata, lasci perdere>>.  Ma Marcello non butt mai le medicine, li teneva tutti in fila sul mobile di fronte al letto; chiss poi per quale motivo.

Li rassettava ogni giorno anche se non ce nera bisogno, un ordine maniacale che non era nella sua natura; le medicine da un lato, i guanti di lattice da unaltra, lalcol da unaltra parte, i pannoloni nello scaffale  a sinistra, i pigiami a destra, la sacca raccogli urine sempre a vista e sempre sotto controllo, ogni giorno sempre la stessa cosa, sempre lo stesso ossessivo controllo che tutto fosse sempre in ordine. Ma Marcello da troppo tempo non dormiva pi. Il sonno notturno era fatto a tappe, ad intervalli, ed ogni volta sempre la stessa voce a destarlo di soprassalto: << pap! Pap! Dove sei?...>>. Giuggi peggiorava di giorno in giorno e il crepuscolo di ogni giornata era come un tunnel che era costretto a dover percorrere, ogni giorno, sempre lo stesso! Quando scendeva la sera e Giuggi digeriva la sua poca cena ormai mangiava cos poco si addormentava, alle volte anche sulla sedia, l, a capo tavola, perch per Marcello quello era sempre suo padre anche se non lo riconosceva pi, era sempre suo padre anche in quel dolore che di giorno in giorno si faceva sempre pi grande, sempre pi insopportabile. Marcello non possedeva matite colorate, non poteva ridisegnare la figura di quel padre, tra loro cera solo un gran silenzio fatto solo di urla.

Marcello al nosocomio chiese lintervento di un psichiatra, dopo che i medici gli avevano detto che il padre non aveva nulla, era solo una crisi causata dalla malattia, e per tanto poteva andare a casa con i suoi piedi, ma Giuggi non camminava pi. Marcello era sfinito, la sua famiglia era abbastanza provata, voleva solo un po di tempo per riordinare la sua vita e quella dei suoi familiari, avere ancora un paio di giorni di normalit, chiedeva solo un ricovero di un paio di giorni. Il medico, lo psichiatra diede un diniego totale a tale richiesta.

 

 

 

Giuggi quel giorno ebbe sete

 

<< voglio un po dacqua fresca fresca>> imprecava Giuggi dal suo letto alle sette di mattina.

Marcello il giorno prima decise di ritornare al lavoro, erano mesi ormai che non andava pi. Chiese un lungo periodo di ferie e giorni festivi da recuperare.

Gli mancava il contatto con lesterno, con la quotidianit, aveva sete del suo lavoro. Quel giorno pens di amare pi di ogni altra cosa il suo lavoro, una porta verso la luce, un ritorno alla vita.

Giuggi quel giorno aveva una strana sete, gridava che voleva bere, cos Marcello, che quel giorno doveva andare al lavoro nel pomeriggio, gli port un bicchiere colmo di acqua fresca: << tieni pap ma bevi piano non ti ingozzare >> disse il figlio.

Marcello infil la mano destra sotto la nuca del padre sollevando quella piccola testa bianca allaltezza del bicchiere e Giuggi bevve tutto dun fiato, senza smettere un attimo. Quando fin fece un lungo sospiro e disse semplicemente: << grazie >>.

Era strano quel giorno Giuggi. Seguiva il figlio che si aggirava in quella stanza a rimettere tutte le cose del padre al loro posto, la moglie in cucina stava allattando lultimo arrivato e gli altri figli scorazzavano da una stanza allaltra. Marcello guardava il padre mentre questi stava con gli occhi socchiusi, ma non dormiva come faceva di solito, anche lui lo guardava, cos, con gli occhi abbassati come se spiasse il figlio o come se volesse tenere con se quelle ultime immagini.

Lora del pranzo era giunta e Marcello come faceva da mesi, si present con il piatto di minestrina al pomodoro che a Giuggi piaceva molto. Sollev il padre dalla schiena mettendo dietro diversi cuscini, mise attorno alla gola un lungo bavaglio e sedendosi sul bracciolo del letto inzi quel rito che durava ormai da troppi mesi: << dai pap apri la bocca che non molto calda senti che profumo>>, Marcello gli diceva sempre le stesse cose, ogni giorno e Giuggi a forza apriva la bocca e obbediva.

Ma Giuggi quel giorno non volle mangiare, a mala pena mand gi un cucchiaio di pastina, poi disse: << basta non ne voglio pi>>. Marcello preg il padre di continuare a mangiare: << ma che fai? Non hai pi fame? - disse Marcello - dai apri la bocca, devi mangiare in qualche modo!non puoi stare digiuno...>>.

Marcello non cap cosa stava succedendo in quel momento, in quel preciso istante, a quellora erano le 13.25 circa di quel 14 giugno di un anno qualsiasi, in una stanza qualsiasi, in un mondo qualsiasi.

Un brivido scosse la schiena di Marcello quando vide il padre chiudere la bocca e girarsi di scatto verso il figlio e gli occhi cerulei come cristalli pieni di parole mai dette che lo fissavano, e in un attimo nella mente di Marcello iniziarono a scorrere immagini di una vita, di treni di primo mattino, di occhi incantati, di nubi, di strade di amori e di odi, di vite che si spezzano e di sogni che svaniscono.

Ad un tratto una folata di vento freddo invase la stanza anche se fuori un sole quasi estivo penetrava a forza tra le tende scostate, una luce che si incuneava dentro a quel letto di morte e Marcello che fissava il padre, quel padre che non urlava pi, quel padre che non riconosceva il figlio, quel padre che aveva sconvolto gli ultimi mesi della sua esistenza e forse lintera sua vita.

Il buio improvvisamente avvolse Marcello e si trov la moglie stretta al suo corpo: << Marcello hai fatto tutto quello che potevi sei stato accanto a tuo padre nel momento migliore>> diceva la moglie cercando di consolare il marito. Ma Marcello in quel momento si sent come svuotato dentro come se avesse perso lanima come se un ghiaccio perfor il suo cuore e pianse.

Pianse accanto la finestra di quella stanza dando le spalle al padre in assoluta solitudine. Pianse guardando la strada, le auto che passavano, pianse guardando il cielo azzurro, pianse davanti a quel sole di inizio estate, pianse sul quel profumo intenso di ginepri, pianse senza respiro.

 

A volte mi vedo sulla spiaggia, a mezzanotte o gi di l, e non c nessuno, neanche la luna a farmi compagnia, solo il frastuono del mare. A volte mi sembra di vedere delle forme buie e umane che sdraiate sulla sabbia scrivono parole a me incomprensibili; vorrei che giungessero a loro che adesso non sono pi, vorrei che sentissero il mio dolore, vorrei che rispondessero al richiamo della mia coscienza, vorrei che un giorno un fugace arcobaleno scavi tra i miei ricordi incustoditi

 


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