C’è una coerenza architettonica rara in questa silloge di Antonio Sanges: il libro sa dove vuole arrivare, e il percorso che compie per arrivarci è deliberato, anche nelle sue apparenti contraddizioni. Il titolo è già un programma – non “tensione del destino”, non “rivolta”, ma distensione: un allentarsi progressivo della presa, un cedimento che non è resa ma approdo.
La prima parte della raccolta si muove nell’orbita di un nichilismo quasi ostentato, nel quale però non è difficile riconoscere una postura necessaria, uno svuotamento preliminare. Gli inverni di cemento, gli abissi che si affacciano sotto ogni superficie, gli dèi “figure di secondo ordine”, i “mucchi di niente” davanti allo sguardo ottuso: Sanges costruisce un io lirico che guarda se stesso con il distacco gozzaniano evocato da Silvio Raffo nella prefazione, ma che non riesce a tenersi del tutto nella distanza. L’ironia lo tradisce, sempre. Quella stessa ironia che in Teatro – tra le poesie più riuscite del libro – diventa strumento critico affilato, capace di smontare la vanità dell’intellettuale che “vende il nulla a prezzo onesto”.
Il paesaggio è fin dall’inizio un paesaggio dell’anima (paysage d’âme, appunto), ma non nel senso decadente e compiaciuto: la natura in Sanges non consola né risponde, eppure continua a essere interrogata. La pioggia scende, gli dèi piangono, ma “il loro d’oro / il tuo d’alloro” – la separazione è netta, e quella rima quasi beffarda dice più di un saggio sulla distanza tra umano e divino.
La svolta arriva con il mare, e arriva bene perché non è improvvisa. Il Mediterraneo, il Sud, Sorrento, l’orizzonte: Sanges costruisce lentamente un contro-paesaggio in cui la tensione nichilistica si scioglie non in consolazione facile ma in qualcosa di più solido – una fede nel concreto, nel camminare, nel persistere. “Grande è il cammino degli uomini. / Grande è il futuro che hanno davanti”: versi che in un altro contesto rischierebbero l’ingenuità enfatica qui funzionano perché guadagnati, perché arrivano dopo il peso di tutto ciò che li precede.
La poesia-titolo che chiude la raccolta è la più ampia, la più distesa (appunto) nella sua sintassi: un lungo respiro in cui i “dromedari instancabili”, il “cielo superficialmente nordico”, la “radura che chiama / piano nel piano del bosco” compongono un’immagine finale di movimento lento ma irreversibile. Il futuro non è rivelazione né catastrofe: è sentiero che si percorre verso dopo verso – e quell’ultimo gioco sulla parola verso (direzione e unità metrica insieme) riassume con eleganza l’intera scommessa del libro.