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Rancore

Romanzo

Concetta D’Angeli
Il ramo e la foglia edizioni


Recensione proposta da LaRecherche.it

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Pubblicato il 16/10/2026 11:10:00

 

Occultare, mascherare, mettere a nudo

recensione di Nicoletta Scalari

 

 

Rispetto ai tre precedenti romanzi di Concetta D’Angeli Tempo fermo, I gatti ci guardano e Le rovinose, sia pure nel ricordo un po’ slabbrato dal tempo che ne ho conservato, la scrittura di Rancore è più sorvegliata, più incisiva, certo più letteraria. Peraltro, il fatto che la trama ripercorra il calco di un’opera fondante della letteratura come il Decameron, la imponeva.

La storia è ambientata durante la prima ondata della pandemia da Covid nei primi mesi del 2020 in Toscana. Quella che fu la sua progressiva esiziale diffusione è tema di una meticolosa postfazione che ne attesta le varie fasi con date, numeri di ricoveri e decessi, così come venivano quotidianamente diffusi dagli organi di informazione. Indispensabile? Necessaria? Non saprei. Di sicuro viene a costituire un appoggio per chi legge, un sostegno di dati di realtà che aiuta ad orientarsi. E il ricordo di quegli eventi risulta così vivido che viene spontaneo confrontarlo con le proprie memorie, in un continuo rispecchiamento. Anche Le rovinose si chiudeva con un accurato calendario degli eventi reali che accompagnavano quella narrazione: forse c’è nell’autrice il desiderio (o l’esigenza) che la fabula trovi radici nella vita reale, e più precisamente nella Storia.

Dopo una breve cornice iniziale, il racconto aggetta all’indietro di un paio d’anni ed è filtrato da un personaggio, Matilde, che condivide con Fiamma Lauretta e Elisa, amiche ultrasessantenni, il rifugio in un casale in Toscana per tentare di sfuggire al morbo che impazza nelle città. L’alternarsi delle loro voci, i passaggi dalla terza persona alla prima del personaggio, insieme agli spostamenti cronologici dei tempi verbali danno alla narrazione ritmo e polifonia.

Le protagoniste sono amiche da tempo ma è la convivenza, per certi aspetti forzata, che fa emergere storie personali e intime rimaste non dette, creando un clima di complicità, ma anche di insofferenza. La differenza tra identità singola e maschera esteriore, talvolta in conflitto tra loro, è molto presente; forse non le è estraneo il fatto che l’autrice sia stata docente, tra l’altro, di drammaturgia teatrale. A forza di indossarla la maschera – perché piace? perché ripara? perché dà una immagine più accattivante? – finisce per distorcere, per falsare l’identità e non si sa più chi siamo davvero:

“Tutti noi portiamo una maschera ma qualche volta è difficile toglierla senza strappare la pelle” (frase attribuita a A. Berthiamme, romanziere canadese).

La convivenza è fatta di dialoghi, confessioni, osservazioni l’una dell’altra, confidenze: così discorrendo a tavola o sul divano davanti al fuoco, Elisa rivela una vicenda personale sulla propria nascita che nessuna sospettava, mentre Lauretta mantiene vivo il ricordo del marito scrivendo a nome di lui opere come ch’ e’ ditta dentro.

Molti sono i temi che si dipanano nel casolare; quello che mi è parso tra i più incisivi e autentici è il rapporto tra Matilde e la prof di liceo, tra Matilde e la Scuola Normale Superiore, della quale vinse il concorso come allieva, lasciando la famiglia per andare a vivere nel collegio della Scuola. Sono gli ambiti più specificamente culturali in cui si è formata. Ed è lì che emerge una storia-verità, la sua “verità”, ovviamente, che da tempo preme per essere messa nero su bianco, parti dolorose della vita con le quali fare finalmente i conti.

Ma con certi viluppi che ci hanno intrappolato tutta la vita riusciamo davvero ad arrivare a una conclusione o sono conti che non si chiudono mai?

Concentrandosi su quel passato, D’Angeli stringe su di esso il focus della narrazione che diventa più mirata, senza concederle pause né sfocamenti con sorsi di vino, tic delle donne, carezze alle gatte che in altri momenti danno respiro alla scrittura. Il colloquio interiore diventa così un martellare senza suono, sofferto, sofferto anche perché si riconosce ormai improduttivo, che apre spazi a recriminazioni, rimpianti, rimorsi per gli errori compiuti o gli atti omessi, per ciò che Matilde non ha “visto” durante la sua vita o ha sottovalutato, le occasioni irrimediabilmente perdute. Anche le manifestazioni e le assemblee studentesche, che in quegli anni di università riempivano la sua vita come quella di tanti studenti, nel ripensarle forse mascheravano difficoltà personali più che un’adesione sincera alle loro cause ideali. L’autenticità di questa messa a nudo genera rancore verso sé stessa, la presa d’atto di un auto-tradimento. Ma sappiamo che verità a sincerità non sono la stessa cosa.

Le riflessioni dell’autoanalisi si fanno più crude, più inflessibili. Non è dato sapere se questo prendersi a pugni la lasci alleggerita dalle colpe e più pacificata nello spirito.

 C’è uno snodo della narrazione, che non esplicito per non sciupare la sorpresa ma che non incontra la mia piena adesione; devo però riconoscere che così inventando, l’autrice si concede un compianto funebre lirico e appassionato, una commovente lettera d’amore a una delle donne personaggio, e a chi le sta dietro.

 


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