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Pubblicato il 13/04/2012 09:28:13
La notte viene col canto prolungato dell’assiuolo, semina le sue luci nella conca, sale per le pendici umide, trema un poco. La forza in lunghi anni acquistata a soffrire viene meno e la piccola scienza si disarma, il sorriso virile non ha più la sua calma.
Tu chi sei che aspettavi invisibile, appostata a una svolta dell’età finché fosse la tua ora? Ti devo questo tempo di gratitudine e d’altrettanto dolore.
Ed ora inquietudine s’insinua, penetra queste prime notti estive, invade il muro ancora caldo, segue il volo delle lucciole sulle aie, s’inselva nelle viottole ove a un tratto nell’abbaglio dei fari la lepre saetta.
Cara, come ho potuto non intendere? La vita era sospesa tutta come questa veglia. C’è da piangere a pensare come ho sciupato questa lunga attesa con tante parole inadeguate, con tanti atti inconsulti, irreparabili, e ora ferito dico non importa purché il supplizio abbia fine.
La salvezza sperata così non si conviene né a te, né ad altri come te. La pace, se verrà, ti verrà per altre vie più lucide di questa, più sofferte; quando soffrire non ti parrà vano ché anche la pena esiste e deve vivere e trasformarsi in bene tuo ed altrui. La fede è in te, la fede è una persona.
Questa canzone non ha più parole.
(tratta da http://sites.google.com/site/cyberpoems/autori-preferiti-d-ogni-tempo-e-paese/mario-luzi/marioluzipiccolaantologia)
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