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Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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’JE EST UN AUTRE’

Argomento: Letteratura

di Valentina Corbani
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Pubblicato il 04/04/2011 13:44:49

JE EST UN AUTRE[1] MARCEL E PROUST NELLA RECHERCHE E FUNZIONE TERAPEUTICA DELLA SCRITTURA:

Leggerete, in questo romanzo, qualcuno che dice io, e che non sono io[2].

Allora il Marcel della Recherche non Proust? Non lapprendistato di Marcel Proust di cui si racconta? No. Non di Marcel Proust nato a Parigi il 10 luglio e morto il 18 novembre che si parla.

Insomma, non si pu essere cos decisi nel dire no, ma nemmeno si pu essere tanto ingenui da credere che unopera (una qualsiasi opera) come la Recherche sia la fedele cronaca, il resoconto quotidiano della vita dellautore. Non si pu schiacciare lopera sulla biografia, senza ottenere delle caricature e dellautore e dellopera. Il caso pi noto, quasi da manuale, il pessimismo leopardiano; cio ritenere che Leopardi ha scritto quello che ha scritto perch era triste e infelice e non poteva scrivere che cos. Un discorso di questo tipo, oltre a essere facilmente opinabile, anche molto ingenuo. I rapporti tra vita e opera ci sono, senzaltro, ma sono molto pi complessi e elaborati di cos.

Marcel Proust scrive la Recherche mettendo in scena un personaggio che dice je ma che non lui. Je est un autre[3], allora.

Non la storia di Proust che stiamo leggendo? Non Proust che si rigira nel letto? Non Proust incontra Swann e Bloch e Giselle e tutti gli altri? In un certo senso, si potrebbe rispondere s: se (come effettivamente ) Marcel Proust che scrive lopera e che inventa, allora, Swann e Bloch e Giselle e tutti gli altri, in un certo modo li ha incontrati. Daltra parte, non sarebbe nemmeno sbagliato rispondere no, che non Marcel Proust, ma un altro Marcel che incontra questi personaggi (perch egli stesso un personaggio) e compie il suo apprendistato per diventare scrittore. Per quanto mi riguarda, io preferisco stare nel mezzo, tra il s e il no e dire che, probabilmente, Marcel e Proust siano due person(e)aggi nella stessa persona; e che quindi se Marcel si rigira nel letto per trenta pagine per prendere sonno, Proust si rigira nel letto per una notte per lo stesso motivo.

Je est un autre[4] abbiamo detto e in questo sta la funzione terapeutica della scrittura.

La scrittura, infatti, come larte in generale, ha talvolta effetti terapeutici. Da quello pi noto (ma non banale), leffetto consolatorio, di cui anche in tempi non troppo remoti se ne pu trovare un esempio.

Ma quando sento il peso, canta Guccini in Cirano, dessere sempre solo, mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo[5]. E una funzione, quella consolatoria, abbastanza nota ma non da sottovalutare.

Ci sono degli elementi che ricorrono: bisogna che la solitudine, che di solito non lo , diventi un peso; che si senta, insomma, quel peso dessere sempre solo, e allora interviene la scrittura; allora scrivendo ci si consola; cos, la scrittura, in questo caso unattivit che occorre molto pi allo scrittore che al lettore.

Allora, non si scrive per il lettore (o comunque non ci si cura di questo), ma per se stessi, per placare la propria solitudine, alleggerire quel peso.

E allora che io un altro. Talvolta, infatti, solo se io un altro si pu riuscire a liberarsi di quel peso: il matricidio (o il sospetto del matricidio) di Gadda; la mondanit sempre pi pressante nella vita di Marcel; il ricordo del padre di Virginia Woolf.

E vero, come dice Fowles, che i romanzieri scrivono per uninfinita variet di ragioni: per il denaro, per la fama, per le recensioni, per i genitori, per gli amici, per le persone amate[6], e per se stessi, aggiungerei io.

Non da sottovalutare il potere consolatorio della scrittura per lo scrittore, della pittura per il pittore e dellarte in generale per lartista (ma lartista vero, come Bergotte e Vinteuil e Elstir; non il dilettante come Swann). Lartista che si consola con la sua arte perch, in fondo, solo la sua arte gli veramente amica e vicina.

Consolarsi non basta, si potrebbe dire, bisogna guarire. Ecco, larte non ha la bacchetta magica e cos lartista; tuttavia, possibile trovare un rifugio o un riparo o un nido, per dirla con Bachelard[7], che ci viene offerto dalla nostra stessa arte, da quello che noi creiamo o crediamo di creare.

La creiamo noi larte o qualcosa che gi sta dentro lartista e questo gli da voce? E noi, se dellarte beneficiamo, se diventiamo talvolta un autre per mezzo dellarte, creiamo o siamo creati?

 

Riprendiamo ancora Fowles:

noi [i romanzieri] vogliamo creare mondi quanto quello che esiste, ma diversi. Per questo non possiamo far piani. [] Sappiamo anche che un mondo autenticamente creato deve essere indipendente dal suo creatore, che un mondo pianificato (un mondo che riveli totalmente la sua progettazione) un mondo morto. Incominciamo a vivere soltanto quando i nostri personaggi e i nostri eventi cominciano a disobbedirci[8].

Allora, il romanziere, si potrebbe dire, da una parte un creatore: di mondi, di personaggi che popolano quei mondi. E questi mondi non sono meno reali della realt nella quale si vive: sono altri, sono diversi.

Per questo, talvolta, il rifugio di cui si parlava prima favorito e dalla scrittura e dalla lettura. Se vero, infatti, che scrivendo il romanziere crea mondi altri, diversi e (chiss!) a volte fatti su misura molto pi per s e per qualche suo lettore che per gli abitanti ufficiali di quei mondi: i personaggi stessi; anche vero che il lettore accetta, per un periodo di tempo breve o pi lungo a seconda dei casi, di credere a quella finzione, di abitare quel mondo; il lettore accetta di prendere per vera la storia che gli viene raccontata[9], cos, il lettore e anche lo scrittore diventano abitanti autorizzati dello stesso mondo in cui vivono i personaggi.

Tutto questo si vede particolarmente nel momento che, insieme allinizio, uno dei pi importanti del testo: la conclusione.

Puis, scrive Proust, la dernire page tait lue, le livre tait fini. [] Ces tres qui on avait donn plus de son attention et de sa tendresse quaux gens de la vie, [] ces gens pour qui on avait valet et sanglot, on ne les verrait plus jamais, on ne saurait plus rien deux[10]. 

Ma cos? Allora, la storia finita, il libro finito, i personaggi si sono sposati o sono morti; quei personaggi che abbiamo creduto vivi sono tornati a essere di carta e inchiostro. Alors, quoi? Ce livre, ce ntait que cela?[11] E tutto finito? La storia finita cos? Quei personaggi che nosant pas toujours avouer quel point on les aimait[12] non li vedremo mai pi? Non sentiremo pi niente su di loro? Che dire [allora] della crudelt della fine, quando una pagina terribile segna lultima parola del libro e affoga nel suo candore le vite dei nostri personaggi?[13]

E noi? Abbiamo ricevuto lo sfratto da quel mondo abitato fino adesso?

Questo passaggio (molto triste secondo me, come ogni conclusione) pu essere assimilato a quello, per certi aspetti molto diverso, sulla morte di Bergotte nella Recherche. Scrive Proust:

Cependant il sabattit sur un canap circulaire; aussi brusquement il cessa de penser que sa vie tait en jeu. [] Un nouveau coup labattit, il roula du canap par terre, o accoururent tous les visiteurs et gardiens.  Il tait mort. Mort jamais? Qui peut le dire?[14]

C, allora, una tendenza a non voler concludere. Chi pu dire la parola fine e decidere che per sempre che la storia finita? C, allora, la possibilit che non tutto sia finito; che de grandes cathdrales restent inacheves[15]. C, allora, pi che la tendenza, il bisogno di non concludere. Era morto per sempre?. Era davvero finita la sua storia? Domande senza risposta perch Proust non lha data, ma significativo che, per qualche motivo, Bergotte ricompaia  nel Temps retrouv.  Forse, importante notare che un pezzo simile si trova, anche, in unaltra parte della Recherche, ed legato al ricordo di Combray. Scrive Proust:

vrai dire jaurais pu rpondre qui met interrog que Combray comprenait encore autre chose et existait dautres heures. [] Et comme les renseignements quelle [la mmoire volontaire] donne sur le pass ne conservent rien de lui, je naurais jamais eu envie de songer ce reste de Combray. Tout cela tait en ralit mort pour moi. Mort jamais? Ctait possible[16]. 

Gi nel capitolo V si parlava di opere come cattedrali incompiute. La cattedrale, in Proust, non solo lopera in s, ma sono cattedrali anche le vocali, le consonanti, le maiuscole, le minuscole. Tutto va nella direzione del progetto dellopera che lautore non considerer mai veramente compiuta.

Non si tratta, per,  solo di un semplice fatto dimpossibilit a concludere lopera; non solo la (s)fortuna di non poter concludere la propria opera. C, nella Recherche e anche in Sur la lecture, una sorta di rifiuto a concludere. E come se Proust non volesse scrivere quella parola (fine) che segnerebbe un distacco con ces tres qui on avait donn plus de son attention et de sa tendresse quaux gens de la vie[17]. La fine, la conclusione anche, purtroppo, questo momento. Segna anche la separazione (pi o meno definitiva) da un altro mondo e da altri esseri; e, soprattutto, il ritorno al nostro mondo e agli esseri che lo popolano. Questo passaggio , secondo me, molto delicato. Si sa che il ritorno alla vera realt (ma quale?) una sensazione curiosa e spesso molto sgradevole[18], che deve quindi avvenire con una certa gentilezza. Non un caso che Don Chisciotte visse pazzo e mor savio[19]; che muoia proprio quando rinsavisce; quando torna alla realt.

Non un caso perch, come diceva Calvino,

la letteratura non sarebbe mai esistita se una parte degli esseri umani non fosse stata incline a una forte introversione, a una scontentezza per il mondo cos com, a un dimenticarsi delle ore e dei giorni fissando lo sguardo sullimmobilit delle parole mute.[20]

Di nuovo, quindi, arte e solitudine, arte e scontentezza del vivere: arte come terapia.

Beckett sosteneva che larte lapoteosi della solitudine[21]. Allora questa tendenza a non voler concludere che si trova in Proust , forse, un desiderio a non aver amato invano pour une heure des tres qui demain ne seraient plus quun nom sur une page oublie[22]. Per questo la fine cos dolorosa e per questo Proust ne era, in parte, ossessionato. Temeva, scrive Cleste Albaret, di non poter concludere la sua opera, dopo aver tanto lavorato. [] Temeva che qualcosa ne restasse fuori[23]. Forse sentiva che mancava ancora qualcosa, nonostante gli sforzi e, se quel qualcosa non arrivava, non poteva concludere il suo libro. A volte, per, passano i giorni, le notti, e in un certo momento quel non so che arriva con naturalezza a coronare lo sforzo di lunghi mesi di lavoro[24]; ma non ancora la fine.

Nel dizionario, la parola fine ha questi significati: 

1.     Punto o momento in cui una cosa cessa di essere, non pi;

2.     Risultato, esito, riuscita;

3.     Sottile, acuto;

4.     Che ha buon gusto o buone maniere;

5.     Risultato cui mira unazione[25].

La parola conclusione, invece:

1.     Atto, effetto del concludere o del concludersi;

2.     Fine[26].

Come si vede da queste definizioni, la conclusione un atto, mentre la fine il momento in cui qualcosa cessa di essere. Allora, forse, non poi cos corretto dire che fine e conclusione  sono sinonimi  (come suggerisce la definizione n. 2 della parola conclusione). Infatti, se la conclusione un atto mentre la fine il momento, allora la conclusione pu iniziare molto prima della fine. Insomma, un libro o una storia possono avviarsi verso la loro conclusione o essere conclusi, ma non essere finiti.

Comunque la si veda, la conclusione qualcosa che Proust ha sempre cercato di ritardare, di allontanare, e questo si nota non solo nella mole notevole della Recherche ma nella stesse frasi di Proust, nello stile dei suoi periodi, nelle sue parentesi. Le parentesi sono, forse, la medicina migliore a quel male che la fine. 

Se si riprende in mano il dizionario, si vedr che sotto la voce parentesi c scritto:

1.     Inciso sintatticamente autonomo, allinterno di una frase o di un discorso, inteso a chiarire meglio un concetto, ad aggiungere unosservazione, etc.;

2.     Ognuno dei due segni grafici che esprimono la parentesi[27].

Etc.

Anche basandosi solo su queste definizioni, si vede che la parentesi un inciso autonomo, cio qualcosa che sta in piedi da solo. Unaltra storia, una storia in potenza o qualcosa che potrebbe diventare una storia. Insomma, se la fine il momento in cui una cosa cessa di essere, la parentesi qualcosa che tiene in vita comunque quel qualcosa che sta per finire, che sta per non essere pi. Se la fine la morte della storia e dei suoi personaggi, la parentesi le symbole de sa rsurrection[28].

Proust fa un ampio uso di questi dispositivi ritardanti: parentesi, frasi molto lunghe, pensieri altrettanto lunghi e complessi che comunque non potrebbero essere riassunti in una semplice frase.

Anche stilisticamente, le parentesi contribuiscono a variare ed eludere la rigida costruzione del periodo[29] e corrispondono, dunque, a quel molteplice reticolato che la vita[30]. Forse, allora, le difficolt che il lettore pu incontrare nel seguire queste frasi spesso molto lunghe e intercalate da diverse parentesi, alludono alla difficolt di illuminare e di spiegare questo mondo[31]. Ancora, dunque, lettura e scrittura sintrecciano con la nostra vera vita e ci aiutano a comprenderla meglio o, perlomeno, ci possono preparare ad affrontare i nostri periodi lunghi e contorti e pieni di parentesi. In fondo, ogni vita una biblioteca[32]. Spesso, poi, i destini del testo e del lettore finiscono per intrecciarsi in una stessa storia: sono esistenze saldate da un vincolo reciproco[33]. E quando il libro finito, il lettore si accorge che in fondo [] anchegli il personaggio di una vicenda appena un po pi grande, che non ha mai progettato n voluto[34]. 

Tutto questo, comunque, segno della ricerca, da parte dello scrittore,  di un lettore attento. Proust, scrive Spitzer, fa appello alla forza immaginativa del lettore[35]. Non solo Proust, comunque, ma lopera stessa vuole un lettore che si sappia aggirare nel testo in mezzo a tutte le parentesi e che non perda quello che prioritario, il discorso portante. Alla fine, poi, si noter che quello che sar la conclusione per lautore non potr che essere un incitazione al lettore perch intraprenda le sue ricerche[36]. Cos, si vede ancora che i confini tra quello che la conclusione e quello che non lo , non sono poi cos ben definiti e che, nonostante qualcosa sia concluso per qualcuno, non necessariamente lo deve essere per tutti. Insomma, forse unopera non si conclude quando lautore mette la parola fine; ma quando nessuno, nemmeno con un gesto distratto della mano[37], la sfoglia pi. Si conclude, forse, ma non detto che sia finita. Il libro, scrive infatti Kermode, porta avanti i suoi inattesi, insospettabili disegni[38] che, spesso, poco hanno a che fare con i nostri. Il libro, allora, vive anche di una vita propria, a dispetto di quella che vogliamo imporgli noi; cos, la fine che ci si aspetta non viene o tarda a venire.

E chiaro dalla prima riga del saggio Sur la lecture perch c questo ritardo in Proust.

Il saggio si apre cos:

Il ny a peut-tre pas de jours de notre enfance que nous ayons si pleinement vcus que ceux que nous avons cru laisser sans les vivre, ceux que nous avons passs avec un livre prfr[39].

Ecco il motivo. Quei giorni, si pleinement vcus, non possono finire con il concludersi del libro. Insomma, triste pensare che quei giorni possano essere terminati solo perch lo la storia che li ha resi si pleinement vcus. Per fortuna, come Proust ci insegna, non cos. Per evitare questo, che quei giorni vadano persi, Proust ha inventato le intermittenze del cuore[40], che sono, in ultima analisi, un tentativo feroce di non dimenticare, di non concludere, di non smettere di leggere, di scrivere o di raccontare una storia.

C il desiderio che

le livre continut, et, si ctait impossible, avoir dautres renseignements sur tous ces personnages, apprendre maintenant quelque chose de leur vie, employer la ntre des choses qui ne fussent pas tout fait trangres lamour quil nous avaient inspir et dont lobjet nous faisait tout coup dfaut[41].

E c un rimedio a tutto questo. Insomma, a un certo punto bisogna pur scrivere la parola fine, bisogna smettere di scrivere quella storia e, se il libro concluso, chiuderlo; ma questo non significa averlo perso o aver perso quello che ci ha portato. La poesia, sostiene Kermode, finisce nella gioia di essere riuscito a dare alla povert sembianze vere e umane[42].

La storia pu allora finire, ma noi possiamo continuare a percorrere i sentieri della lettura, quei chemins fleuris et dtourns[43] che il libro ha tracciato in noi. Cammini che, se il libro la Recherche, sono lunghi e non facili da seguire, ma che portano sempre a una scoperta favolosa. Queste frasi sono i cammini da seguire perch seguendole cos lente, lunghe, con un giro vizioso, paradossali, reticenti[44], troviamo qualcosa di favoloso. A ogni frase di Proust ci riservato qualcosa di stupendo. Anche Andr Gide, dopo aver capito lerrore (enorme quasi quanto lopera che non ha pubblicato) fatto nellinterpretazione della Recherche, ammette che nessuno scrittore come lui ci ha arricchito[45]. Questo oggetto, allora, che ci viene, tutto a un tratto a mancare, non perso per sempre. E finito il libro? Finito per sempre? Chi lo pu dire? Forse una storia non finisce mai per sempre. Infatti, cosa rimane al fianco di Bergotte (lo scrittore) dopo che morto? Toute la nuit funbre, aux vitrines claires, ses livres, disposs trois par trois, veillaient comme des anges aux ailes ployes et semblaient, pour celui qui ntait plus, le symbole de sa rsurrection[46]. Ecco cosa resta di lui. I suoi libri.

Scrive Proust: lanima intera dei poeti che, per un desiderio istintivo, voleva perpetuarsi, si trasferita, per sopravvivere alla loro caducit, nei loro libri[47].

E cosa resta a noi? I posti che abbiamo visitato seguendo quei sentieri fioriti e fuorimano che si erano aperti con la lettura; posti di cui possiamo conservare anche (solo) il colore del grano[48] che ci ricorda, per, che l siamo stati e che molto difficile, allora, stabilire quando e se qualcosa finito per sempre.     

Uno dei motivi per cui cos difficile concludere, che lidea della fine si lega a quella della perdita. Questo, per fortuna, con i libri non accade. Il tempo del romanzo non riferibile ad alcuna norma esteriore di tempo[49], cos nemmeno la fine pu essere stabilita in maniera rigida e definitiva. Chi decide che la storia finita? Lautore? O il lettore non leggendo pi?

Il mio romanzo finito[50], dice a un certo punto Julien Sorel. Evidentemente Stendhal non la pensava cos, visto che la storia continua. Io credo, allora, che sia la storia stessa che lo stabilisce. Una storia, quindi, deve prima o poi finire; e che cosa pu fare il lettore? Per far s che non finisca, poco. Per salvare quella storia dalla dimenticanza duno scaffale impolverato, ricordare e magari rileggere il libro. C, per il Narratore della Recherche, qualcosa che realizzabile solo attraverso larte, di l da quel nulla che sono i piaceri e lamore[51]; e questa cosa, una volta che lo , realizzata, lo per sempre; di l di qualunque fine.

Ci sono poi dei libri, sostiene Kermode, in cui il lettore lunico personaggio e il tempo a tal punto il tempo del lettore, che la durata del libro viene misurata dal tempo che si impiega a leggerlo[52],

e un lettore pu (ri)leggere un libro quanto vuole. In un certo senso, allora, ogni lettore un po Sherazade e, per salvarsi, pu continuare a raccontarsi quella storia che cos non finir mai. Proust, secondo Rella in Scritture estreme, essenzialmente tutto nella Recherche[53]. Io non sono daccordo. Questa storia, questa cattedrale resta incompiuta perch Proust non tutto nella Recherche. Tutto, in fondo, una parola estrema (come niente) che, in definitiva, significa poco. Il punto, allora, che impossibile concludere il libro non per il Proust che nella Recherche ma per quello che ne rimasto fuori. Spesso cos. Parlando di Mrs Dalloway, Virginia Woolf diceva che probabilmente non riusciva a portarlo a termine perch il disegno generale era troppo notevole[54]. La difficolt a concludere non , allora, determinata da quello che gi presente nellopera, da ci che gi scritto, ma da quello che si sente di dover ancora scrivere, da quello che ancora potrebbe esserci in quel libro; e se lo si sente, spesso, non lo si pu ignorare n lasciare fuori.

Proust non riesce a vedere costruita del tutto la sua cattedrale per quel troppo che sarebbe rimasto fuori. Se vero, come diceva Nietzsche, che ci che pu essere pensato deve per forza essere un romanzo[55], anche vero che, talvolta, si pensa e si vive tanto che impossibile che il romanzo lo possa contenere. Certi libri non possono contenere tutto quello che vorrebbe il loro autore o il loro lettore. A certe opere piove troppo dentro[56] e, per questo, le grandi cattedrali incompiute restano tali, per la loro stessa struttura. Per certi libri, allora, lunica conclusione possibile tra parentesi; e questo, in realt, non una conclusione. La bellezza di questi libri (della Recherche, in definitiva) che, dalla prima riga, si sa gi (per qualche motivo, lo sa il lettore e lo sa lautore) che non si potr concludere perch, in fondo, questi sono  libri che non smettono mai di dire quello che hanno da dire[57], che vanno letti solo perch meglio averli letti del contrario[58]; libri che possono stare su un comodino o su uno scaffale per anni senza impolverarsi; che anche se li dimentichiamo, loro non si dimenticano di noi; libri che possiamo rileggere allinfinito e, ogni volta, nuovi sentieri fioriti si aprono di fronte a noi e ci portano in nuovi luoghi; cos la recherche non mai finit



[1] Arthur Rimbaud, frase citata a memoria

[2] Philip Kolb (a cura di), Marcel Proust Correspondance, cit., p. 28

[3] Arthur Rimbaud, frase citata a memoria

[4] Arthr Rimbaud, frase citata a memoria

[5] Francesco Guccini, Cirano, in Damore, di morte e di altre sciocchezze, CD AUDIO (corsivo mio)

[6] John Fowles, The french lieutenants woman, 1969; trad. it. La donna del tenente francese, Mondadori, Milano 2007, p. 68

[7] Cfr. Gaston Bachelard, La potique de lespace, 1957; trad. it. La poetica dello spazio, Dedalo, Bari 1975, p. 89

[8] John Fowles, La donna del tenente francese, cit., p. 69

[9] Federico Bertoni, Il testo a quattro mani. Per una teoria della lettura, cit., p. 109

[10] Marcel Proust, Sur la lecture, cit., p. 24 [Poi lultima pagina era letta, il libro era finito. Quegli esseri ai quali avevamo donato pi attenzione e tenerezza che alle persone della vita, [] quegli esseri per cui avevamo sospirato e pianto, non li rivedremo pi, non sapremo pi niente di loro.]

[11] Ibid   

[12] Ibid

[13] Federico Bertoni, Il testo a quattro mani. Per una teoria della lettura, cit., p. 271    

[14] Marcel Proust, la recherche du temps perdu, cit., p. 1209

[15] Ivi, p. 2389   

[16] Ivi, p. 44    

[17] Marcel Proust, Sur la lecture, cit., p. 24     

[18] Federico Bertoni, Il testo a quattro mani. Per una teoria della lettura, cit., p. 273 (corsivo mio)

[19] Miguel de Cervantes, El ingenioso hidalgo. Don Quixote de la Mancha, 1604; trad. it. Don Chisciotte della Mancia, Sonda, Milano 1993, p. 252

[20] Italo Calvino, Lezioni americane, cit., p. 59   

[21] Samuel Beckett, citato a memoria

[22] Marcel Proust, Sur la lecture, cit., p. 25  

[23] Cleste Albaret, Monsieur Proust, 1973; trad. it. Il signor Proust, Rizzoli, Milano 1974, p. 89   

[24] Lorenza Foschini, Il cappotto di Proust, Portaparole, Roma 2008, p. 29  

[25] Dizionario della Lingua Italiana Zanichelli 2008 (corsivo mio)

[26] Ivi (corsivo mio)  

[27] Ivi (corsivo mio)    

[28] Marcel Proust, la recherche du temps perdu, cit., p. 1744  

[29] Cfr. Leo Spitzer, Marcel Proust e altri saggi di letteratura francese moderna, cit., p. 254

[30] Ibid 

[31] Ibid   

[32] Italo Calvino, Lezioni americane, cit., p. 135   

[33] Federico Bertoni, Il testo a quattro mani. Per una teoria della lettura, cit., p. 311   

[34] Ibid

[35] Italo Calvino, Lezioni americane, cit., p. 267     

[36] Philippe Chardin, Dsillusions rfrentielles et digressions salvatrices: splendeurs et miseres de la lecture selon Marcel Proust prefacier de Ruskin, cit., p. 98 (trad. mia)   

[37] Liliana Rampello, La grande ricerca, cit., p. 52   

[38] Frank Kermode, The sense of an ending. Studies in the Theory of Fiction, 1966, 1967; trad. it. Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo, Rizzoli, Milano 1972, p. 34  

[39] Marcel Proust, Sur la lecture, cit., p. 9   

[40] Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento, cit., p. 130  

[41] Marcel Proust, Sur la lecture, cit., p. 25  

[42] Frank Kermode, Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo, cit., p. 158   

[43] Marcel Proust, Sur la lecture, cit., p. 26   

[44] Georges Duhamel cit. in Lorenza Foschini, Il cappotto di Proust, cit., p. 58  

[45] Citato in Marcel Proust. Lettere a Andr Gide, SE, Torino 1978, p. 87

[46] Marcel Proust, la recherche du temps perdu, cit., p. 1209 (corsivo mio) 

[47] Citato in Lorenza Foschini, Il cappotto di Proust, cit., p. 31

[48] Antoine de Saint-Exupry, Le petit prince, 1943; trad. it. Il piccolo principe, Bompiani, Milano 2003, p. 68  

[49] Frank Kermode, Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo, cit., p. 33  

[50] Stendhal, Le rouge et le noir, 1930; trad. it. Il rosso e il nero, Einaudi, Torino 1961, p. 88   

[51] Andr Maurois, Alla ricerca di Marcel Proust, cit., p. 182    

[52] Frank Kermode, Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo, cit., p. 172   

[53] Franco Rella, Scritture estreme. Proust e Kafka, Feltrinelli, Milano 2005, p. 96   

[54] Cfr. Virginia Woolf, A writers diary, 1953 ; trad. it. Diario di una scrittrice, Minimum Fax, Milano 2009, p. 99   

[55] Citato in Frank Kermode, Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo, cit., p. 47   

[56]Cfr. Italo Calvino La fantasia un posto dove ci piove dentro, in Lezioni americane, cit., p. 89

[57] Italo Calvino, Perch leggere i classici, cit., p. 22  

[58] Cfr. Italo Calvino, Perch leggere i classici, cit., p. 24   



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