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10 luglio 2020: 149 anni dalla nascita di Marcel Proust
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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Pura vida

Romanzo

Teresa Giulietti
EdiGiò

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 23/06/2009 16:14:25


Francesco e Matilde, una coppia innamorata, però un giorno lui sparisce, dopo un breve commiato prende la valigia ed esce dalla vita di Matilde così come si esce da una porta girevole. Matilde tuttavia nella porta girevole resta incastrata, la sua vita continua a girare intorno allo stesso punto: Francesco e la sua scomparsa. Per tre lunghi, angosciati anni. Poi giunge una lettera, è di Francesco ed è stata scritta dal Costa Rica, luogo che diventa immediatamente la meta di Matilde, pronta a sgominare stuoli di donne che si sono impossessati del suo uomo, fermamente decisa a riconquistare il suo amore. Dopo alcune peripezie Matilde riabbraccia Francesco in un momento quasi di ritorno al grembo materno, una sorta di rinascita, infatti Matilde, la notte precedente l’incontro, ha giaciuto con un uomo, poi, dopo un impervio percorso nel cuore della natura, trova il suo amato bene emergere dalle acque, circondato da numerosi fanciulli, suoi scolari. I due si riabbracciano e rinsaldano il loro amore rimasto vivo e pulsante per tutti gli anni del distacco, ed i timori di Matilde riguardo nuove amanti del marito sono ben presto fugati dal’apparizione del vero motivo dell’abbandono da parte dell’uomo dal tetto coniugale: una incurabile malattia. La forza dell’amore ha la meglio e li riporta a casa dove alla vita di Francesco si sostituisce ben presto quella di Riccardo, figlio tanto desiderato ma nato già orfano di padre.
La storia è narrata in modo assai elegante dall’autrice, durante il viaggio di Matilde in Costa Rica, attraverso flash back e brani della lettera scritta da Francesco, il lettore riesce a costruire assai bene la storia della coppia sino al momento in cui la narrazione ce li presenta e a delineare in modo molto efficace le psicologie dei due protagonisti. L’autrice oltre che una fine cesellatrice delle psicologie dei personaggi è assai abile nel descrivere le situazioni, dando spesso pennellate intimiste dagli accenni poetici, soprattutto nel descrivere i paesaggi incantati del Costa Rica, ma costruisce anche struggenti quanto nostrane scene di un matrimonio dall’apparenza perfetta, in cui il tarlo della malattia si insinua silenzioso nel corso dei mesi, scavando nell’animo di Francesco un solco di cui però Matilde è all’oscuro, e questo gettare una velata ombra su momenti di vita serena viene abilmente descritto dall’autrice, con accenni, come dei brontolii in una giornata di sole.
Il tema della malattia come qualcosa da nascondere e che addirittura può spezzare una coppia perfetta mi ha ricordato certi scritti della Susan Sontag in cui la malattia diviene sinonimo di vergogna e trascina con sé un apparato di fuga dal mondo “normale”, sino alla volontà di auto-espulsione dalla società da parte del malato; giustamente, la Sontag tenta di smontare e descrivere come inutile e fuorviante questo atteggiamento. Anche la Giulietti, pur riconoscendo la malattia come fonte di vergogna e quindi di allontanamento dalla società in una sorta di rito ancestrale, laddove i soggetti della tribù anziani e/o malati venivano allontanati, emenda questa sorta di peccato involontario, tale la malattia è, grazie alla forza dell’amore e della volontà ed addirittura facendo un passo in avanti rispetto alla saggista americana, e pone proprio la malattia come base di una sorta di rinascita dell’uomo che trae dall’eventuale prossima fine dei suoi giorni, quello stimolo per generare una nuova vita, una sorta di “talea umana” cui affidare un bagaglio in parte precostituito dal padre mancante e sul quale il figlio dovrà costruirsi una vita, si spera, migliore. Ed è nelle ultime struggenti pagine che Francesco affida il bandolo della matassa al figlio Riccardo, attraverso quella valigia, con cui egli già era fuggito nell’America Centrale, diventata quasi simulacro dell’evolversi e mutare di una vita ma anche una sorta di “testimone” che passa non solo di mano in mano ma di vita in vita: la vita tranquilla di Francesco la passa a quella da fuggiasco, a quella del marito ritrovato e da qui al figlio ancora non nato. E come lettore mi auguro che questa valigia non si fermi e permetta a Teresa Giulietti di donarci un altro romanzo come questo, permeato innanzitutto di voglia di vivere, in cui le frasi più semplici, come tralci, d’improvviso fioriscono di eleganti metafore e di dolci suggestioni.

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