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Un Progetto sbagliato

di Teresa Nastri
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Pubblicato il 21/01/2014 18:48:24

 

Un Progetto sbagliato

 

 

Spense il computer. Ormai era diventato lo specchio sincero e sfacciato della sua inadeguatezza. Ma com'era nato in lei quel progetto di vita? Che poi un vero progetto non era mai diventato, ma solo un'idea, o semplicemente una speranza, un'attesa, il sogno di un sogno pensato per riempire lunghe notti insonni, un modo per far risuonare una voce nel silenzio che le chiudeva la bocca dell'anima, come un cerotto che quasi blocca il respiro.

Anche allora, quand'era bambina, la sua incompiutezza doveva essere stata evidente a tutti. Perciò i genitori non volevano mandarla a scuola, e il fratello non diceva mai niente, neanche le parlava. Però la maestra, Suor Gemma, sembrava pensarla altrimenti, ma forse era solo per fedeltà al suo ruolo e al senso del dovere - in fondo, era una monaca...

La città dinanzi al mare, in cui era nata,  offriva alla sua immaginazione  prospettive su cui le persone normali non avrebbero sprecato il loro tempo - in quei tempi in cui era difficile perfino chiamare il medico quando si ammalavano perché abitavano lassù, a Valle dei Mulini, e bisognava fare centinaia di scalini per arrivarci. Ma lei si fermava a guardare quei "quadri d'Autore" da ogni gradino, e li conosceva a memoria... per modo di dire, perché lei non voleva imparare a memoria neppure le poesie che le piacevano tanto, per non sciuparsi il piacere della meraviglia, ogni volta. Poi, a scuola la bocciarono, a casa le assegnarono compiti nuovi, il bucato, lavare i fratelli più piccoli, pulire, cucinare per tutti. Ma quel segreto progetto, o sogno, che già la possedeva come se un mago o una fattucchiera le avessero fatto bere un filtro a sua insaputa, era cresciuto e continuava a confondere tutto, come una foschia luminosa: realtà e fantasia, vita e sogno, si mescolavano come il mare e il cielo quando banchi di colori insoliti scendono - o salgono - cancellando ogni divario, ogni traccia di demarcazione.

La città stessa, negli anni, era diventata troppo piccola per contenerla tutta - lei e il suo sogno segreto -, perciò era partita. Ma del suo progetto nessuno voleva saperne: la vita si vive, non la si progetta. E poi, chi era lei per garantire una riuscita apprezzabile? E chi ne avrebbe guadagnato? E così, poco per volta, la luminosità era andata spegnendosi, lasciandosi dietro una foschia grigio-cenere, come quella che proprio ora, dal cielo lontano, si allunga fin sul mare di Amalfi. Chissà cosa accade a un corpo che vi si getta da quest'altezza? Una bara è una bara, ma questo è un'altra cosa: il cerotto si allarga e ti chiude anche il naso. E più tardi galleggi, un po' gonfia, ma libera, nella corrente che sbanda urtando contro le rocce, che si ritrae per un poco, ma poi riprende l'impeto iniziale... E che importano i sogni pensati? Tu stessa, diventa quel sogno - che nessuno potrà più cancellare.

 

Il grido si perse nel fragore della risacca, il tonfo fu coperto dalla sirena del piroscafo che sollecitava l'arrivo di un rimorchiatore. Le correnti si spensero  in un tranquillo moto ondoso. Il mare di Amalfi si produsse nell'abituale dondolìo che accompagna il risucchio della corrente, di ritorno dall'alta parete rocciosa, e divenne la cònnola ornata di trine e di riccioli bianchi che lei non aveva mai conosciuto.

 

(12 giugno 2005)

 


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