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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Io: corpo di me stesso

Narrativa

Mario Fedele
Edizioni Il Filo

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 17/07/2009 18:13:07

Sottotitolo: Vita, morte e resurrezione di un prete senza chiesa.


Si è spesso detto – e scritto – che in punto di morte il morente vede tutta la sua vita trascorrergli davanti agli occhi, quasi come un lungo, veloce e simultaneo film. Nel geniale escamotage narrativo di questo romanzo, l’Io si divide invece in quattro, creando una sorta di sé tetraedrico il protagonista ci si mostra da quattro prospettive spazio-temporali distanti, ma convergenti. La narrazione inizia con il presente, in cui un uomo – un sacerdote – mentre entra all’aeroporto viene colpito da tre proiettili sparati da mano misteriosa, e qui avviene la scissione, mentre un io è agonizzante, un altro fuoriesce dalla – chiamiamola così – coscienza e prosegue verso la sala d’imbarco, qui, di fronte ad un monitor vede sé stesso bambino, e la narrazione si focalizza su quest’altro piano parallelo, sino ad essere interrotta da un’altra coscienza, questa collocata su di un piano futuro – forse ipotetico – in cui la vittima si trova a parlare al proprio aggressore. La vicenda si dipana così su questi quattro piani, alternandoli ma mostrandoceli, con grande abilità dell’autore, sempre paralleli e simultanei. Uno degli Io è più metafisico, rivive in forma di metafora fatti reali, sogni ed incubi, un altro è quello più concreto che racconta la propria vita, l’Io agonizzante descrive con assoluto realismo le sensazioni di un corpo morente, mentre l’Io che si trova faccia a faccia con il proprio carnefice trae le somme di una esistenza e si interroga su molti perché, in particolare sull’odio che può armare una mano contro un altro essere.
Quel che ne esce è la vita, narrata a tutto tondo, a quattro voci, della medesima persona, un sacerdote, un gesuita, assai colto, che ha sempre inseguito l’ideale dell’amore, facendo cioè ciò che la chiesa chiede ai suoi ministri. Ma spesso – si sa – l’amore dell’uomo e verso l’uomo, quando vissuto in modo forte, totale, oserei dire audace, può entrare in conflitto coi dettami delle gerarchie ecclesiastiche. Nel corso del romanzo vediamo il protagonista amare dapprima gli uomini, ma in modo assai superficiale, mordi e fuggi, come si suol dire, poi, entrando in profondità in questo genere di rapporti, si innamora di un discepolo, che però lo respinge. la sofferenza che prova è tanta, quasi lo annienta finché ritrova il piacere di amare – e vivere – con una donna. E anche qui siamo di fronte ad un amore quasi da nascondere, la donna infatti esercita il meretricio, ma è capace di amore, ancora una volta questo nobile sentimento sta in quel che la morale corrente definirebbe “il torbido”. Il destino è ancora una volta in agguato e infierisce sul povero sacerdote, il quale spingendosi ancora una volta ai confini dell’amore decide ancora una volta di riversare i suoi sentimenti su chi è emarginato o escluso: i poveri bimbi del terzo mondo.
La vita del sacerdote è evidentemente una forte parabola di come l’amore, pur essendo declamato, decantato, ricercato e predicato dalla Chiesa, nella realtà non sempre è accettato, anche quando è forte e puro; la vita stessa del sacerdote, con il suo avvicinarsi a chi maggiormente ha bisogno di essere amato ed accolto, passando per il sacrificio, per poi approdare ad un confronto con chi l’ha ucciso, ha un forte senso evangelico.
Il romanzo, dopo un inizio un po’ macchinoso per via del quadruplicamento del protagonista, prosegue sempre più elegantemente spedito, con ottime pagine, dense di riflessioni e spesso capaci di scuotere la coscienza. La parte cosiddetta del corpo extratemporale – una sorta di metempsicosi dell’uomo che, dopo i colpi di pistola, prosegue il suo viaggio – nel suo divenire via via più onirica, raccontando con metafore a volte molto forti i fatti concreti, mi ha ricordato certi quadri di Dalì, in cui fatti reali quasi si sciolgono per riprendere la forma dei sogni o degli incubi.
L’autore oltre ad aver raccontato una storia molto bella e forte, densa di significati e di interrogativi, ha dimostrato una grande capacità narrativa nel costruire una trama, in modo forse un po’ complicato, ed ha avuto la capacità di non disorientare il lettore, soprattutto grazie ad una abile mano che denota, oltre ad una profonda umanità, una notevole cultura e un grande talento. Durante la lettura si può essere sfiorati dal dubbio sull’esistenza o meno di una persona che si celi dietro il protagonista, probabilmente sono fatti reali, accaduti ad una – o più – persone, come spesso accade nei romanzi, in cui la realtà viene camuffata. Anche qui la bravura dell’autore ha saputo creare quel sottile filo di curiosità, ma con grande discrezione ha tinteggiato i fatti senza snaturarli, ma contemporaneamente senza far trapelare nulla della realtà e senza lasciarsi andare ad un “name dropping” che avrebbe potuto creare clamore attorno al libro, ma che non avrebbe aggiunto nulla allo stesso, altro punto a favore di Mario Fedele.

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