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Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Don Chisciotte della Mancia...

Argomento: Letteratura

di Franca Alaimo
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Pubblicato il 08/07/2010 00:39:33

...quattrocento anni e non li dimostra!


Tra gli undici ed i tredici anni, quando gi disdegnavo i giochi dellinfanzia e mi sentivo ancora come esiliata dal mondo degli adulti, provocatoriamente, fra lo sconcerto dei miei familiari, cominciai a leggere tutto ci che potei trovare nella biblioteca del circolo dei sottoufficiali, gestita nelle ore pomeridiane di ogni marted da mio padre, che spesso accompagnavo ed aiutavo, godendomi, mentre fuori il sole ardeva spietato, la frescura di quellambiente.

Lessi gli autori russi dellOttocento, i Promessi Sposi di Manzoni, i lacrimevoli e bellissimi romanzi di Dickens, quelli della Sand, resoconti sterminati di viaggi avventurosi e, anche, il Don Chisciotte di Cervantes. Non mi spaventava, come oggi che sento il tempo troppo stretto, la corposit dei libri, anzi era questo il requisito che pi mi attraeva, perch mi prometteva una pi duratura gioia di sprofondamento in una realt diversa da quella quotidianamente vissuta, piuttosto monotona e piatta, a causa dei mille divieti dei miei supervigilanti genitori.

Questa premessa biografica sar ben compresa da chi sa quanto sia inebriante e consolatorio vivere, credendoci fermamente, nei mondi immaginati dagli scrittori, come io facevo gi a undici anni, interrogandomi e rispondendo, sulla base di approfondite osservazioni condotte sulla variet dei tipi umani presenti nellenorme cerchia parentale (alcuni dei quali piuttosto extra-vaganti), sul senso della follia dellIngenioso Hidalgo don Quijote de la Mancha; e, tutto sommato, ridendo fra me e me, con un tantino damaro in bocca, dellincredulit di quelli che vivono con i piedi troppo piantati a terra, senza provare mai a volare di fantasia.

Insomma, a undici anni, mi innamorai del cavaliere folle per solidariet, perch gli altri si facevano gioco di me, quando, certe domeniche destate, mi arrampicavo con il libro di turno sui rami pi alti di un albero di fico, un po per leggere in pace e un po per sentirmi una secessionista, una fuoriuscita dalla realt terrena, un po anche per gustare i frutti dolci e grossi che nessuno raccoglieva. Ma a me non importavano gli scherni degli altri. Chi crede nella letteratura, non pu negarla nemmeno quando scende dallalbero dei dolci frutti dellimmaginazione, n barattarla con la realt. Ci crede fino in fondo e basta, proprio come don Chisciotte, che immagina bella Dulcinea e vuole che gli altri lammirino e lamino, anche se, come lui, non lhanno mai vista.

Certo cos si vive in modo strano; si vede quello che si vuole vedere: Don Chisciotte non guardava le cose cos comerano, ma ci che immaginava dovessero essere: i mulini divenivano giganti da combattere, una semplice, rozza contadinotta una dama di incomparabile bellezza e via dicendo. Sembra che lui non si nutra nemmeno delle creature animali e vegetali della terra: allampanato ed alto, per meglio dire, verticale, perch punta in alto, perch beve aria e le parole che in essa volano; basso e tondo , invece, il suo scudiero Sancio Panza, cos vicino alla terra e al cibo ed alla realt. Sono compagni davventura don Chisciotte e Sancio Panza: concretezza ed idealit che non si toccano; ma, mentre don Chisciotte pensa a Sancio Panza come ad unincarnazione dei fedeli scudieri medioevali, per il semplice fatto che nutrito di letture, Sancio vede in Chisciotte solo un folle che, forse, gli assicurer un bel po di terra: unisola addirittura.

Tutto ci che incontrano durante il loro viaggio, che nella prima parte del romanzo, si svolge nella regione della Mancia e, nella seconda parte, attraverso buona parte della Spagna, si offre al lettore sotto un duplice punto di vista: optare subito per quello realistico di Panza sarebbe pi utile, forse, ma non per don Chisciotte, che proprio non riesce a fare chiarezza tra sogno, invenzione e realt, neanche quando le prende di santa ragione o si caccia in altri terribili guai.

Il lettore segue i due personaggi, tra il divertito e lintontito, perch se sposa il punto di vista di Sancio, se la ride dellingenua visionariet del cavaliere, se quello del Cavaliere, in qualche modo gli presta fede e lo compiange e si adira con il mondo che non sa che farsene degli ideali e della fantasia. Infatti questo che capita al lettore che entra ed esce dal libro: mentre legge, presta fede allinvenzione al punto da dimenticare la realt, e, una volta chiuso il libro, ha a che fare con una dimensione tutta diversa, e forse, qualche volta finisce con il chiedersi se sia pi vera la realt del mondo o laltra.

Cervantes cap bene questo doppio punto di vista del lettore, e a tal punto che, inventandosi la fonte fittizia di un manoscritto arabo di Cide Gamete Benegeli, dal quale avrebbe derivato il contenuto del testo, si fa insieme narratore del don Chisciotte (in qualche modo tenendosi lontano dalla follia del suo cavaliere) e insieme miscredente e addirittura mago, come lautore del manoscritto ritrovato, che a quelle follie e stramberie pu abbandonarsi deliziato.

S, ma perch questa necessit di sdoppiarsi? Il nostro Cervantes, non dimentichiamolo, era un genio, uno di quelli che sta davanti alla tradizione anticipando il futuro; perch, per chi ancora non se ne fosse accorto, questo un romanzo futuro, uno di quelli che ci si porta appresso senza riuscire ad esaurirlo mai: Manzoni, Dossi, Gadda, Calvino, Borges, per nominare solo alcuni, non ne possono fare a meno per un motivo o per un altro. Cervantes, insomma, anticip tutti i problemi legati al romanzo in modo del tutto consapevole, mettendo al mondo un romanzo che anche un meta-romanzo.

Ma per chi si schierava Cervantes? Lui che aveva vissuto una vita incredibile, quasi, si direbbe, un romanzo reale, peregrinando da una terra allaltra, ora libero come laria, ora prigioniero, ferito in battaglia, venduto come schiavo, riscattato, scomunicato, ingiustamente sospettato di omicidio, assolto, e molto altro ancora? Forse possiamo trarre qualche conclusione dalla seconda parte del romanzo, quella che egli scrisse, dopo che, alcuni anni pi tardi, il letterato Avellaneda aveva accolto linvito cui alludeva la citazione del verso ariostesco: Forse altri canter con miglior plettro.

La sua reazione fu quella di scrivere una seconda parte del romanzo, addirittura pi lunga della prima, che diventa cos, pi che un completamento, una difesa ed unapologia del suo don Chisciotte, quello vero, oggi direbbe doc, al quale capita la pi straordinaria avventura immaginabile per un personaggio: cio quella di leggere il libro delle sue stesse precedenti avventure. Il personaggio Don Chisciotte diventa, dunque, lettore, e, leggendo, entra ed esce dalla realt, per il semplice fatto che osserva se stesso come uninvenzione, vedendosi appunto vero e insieme immaginato; egli, grazie a questo espediente, recupera la ragione ma, poco dopo, muore, lucido, s, ma sconfitto e privato della sua follia consolatoria. Che la stessa follia di Cervantes, che non si riesce a capire come in mezzo a terribili traversie abbia potuto scrivere tanto e in questo modo.

Ma una cosa certa: don Chisciotte muore perch quando il gioco svelato, quando la letteratura appare come gioco, quando lideale per sempre strappato dal reale, quando se ne fanno due cose separate, tutto davvero finisce. Che come dire che, quando si pensa che la letteratura sia una cosa inutile, che non serve affatto, che non essa stessa, come scrive Leopardi, una nuova cosa del mondo, allora davvero il mondo diventa tutto vero, affollatissimo e vuoto.

Un altro motivo, che sembra meno nobile solo a chi non abbia ami inventato per la delizia dei lettori un altro mondo, c: don Chisciotte muore anche perch nessun altro se ne possa appropriare e gettargli addosso altre vesti che non gli appartengono.

Il romanzo di Cervantes poi un mucchio di altre cose: un saggio, un enciclopedia dei generi letterari, un libro di storia e di costume; ho avuto molto tempo per pensarci, dato lapproccio cos precoce, cio quasi altri cinquantanni, in cui lho riletto, ho ritagliato e collezionato articoli che ne parlavano dalle pagine culturali dei vari quotidiani, svelandone aspetti, ai quali e me ne meravigliavo con me stessa - non avevo fatto caso.

Poi, ho visto al museo del Prado di Madrid il quadro di Diego Velasquez Las meninas, cos intriso di realismo e allo stesso tempo di idealizzazione, a cominciare dalla concezione dello spazio, che mi ha rimandato al romanzo di Cervantes. Tutto in questo quadro altro: ci che ci aspetteremmo di vedere in primo piano, cio i sovrani, si intravedono soltanto riflessi come fantasmi in uno specchio e non nella dimensione che dovrebbero avere; e chi non dovrebbe essere visto, cio Velasquez, ben visibile sul lato sinistro davanti al telaio, mentre dipinge altro da quello che rappresentato sulla tela che vediamo e che sembra essersi dipinta da s; altri personaggi, invece, prendono il posto sulla scena, a cui il pittore non sembra fare caso: lInfanta, le damigelle, due nani, il maggiordomo, un cane e altri ancora e tutti in posa come sulla scena del teatro, perch qui, cos come nel romanzo di don Chisciotte il lettore il giudice ultimo del romanzo, il vero protagonista lo spettatore.

I punti di vista, cos. si moltiplicano, non ce n pi uno solo; ci che sembrava dominante, diventa secondario, il mondo degli altri avanza, anche quello dei diversi, come i nani di corte, che cosa che accade pure nel romanzo di Cervantes, dove una miriade di personaggi di ogni ceto sociale si affolla e parla e racconta di s e ascolta e agisce e reagisce.

Lartista, insomma, ben consapevole di avere un pubblico molto ampio che giudica, critica, pensa, accetta, respinge: Velasquez, come, gi qualche decennio prima di lui Cervantes. Questultimo sapeva bene che ormai chiunque avesse disponibilit di denaro poteva comprare, leggere ed esprimere il proprio libero giudizio. Anche don Chisciotte lo fa, quando entra in una stamperia a Barcellona per dire che il vero don Chisciotte lui, e si accorge che tutti i suoi segreti sono ormai pubblici, che tutti li possono sapere, perch lo scrittore sa tutto dei suoi personaggi esattamente come Dio sa tutto delle sue creature.

Cervantes cos bravo, cos diverso, che Pierre Menard autore del Chisciotte, protagonista del lungo racconto di Jorge Luis Borges, vorrebbe riscrivere il romanzo e, per riuscirci, cerca di rivivere la biografia dellautore spagnolo, di assumerne lidentit; ma non ci riesce, perch, se le esperienze danno sostanza allimmaginazione, anche vero che limmaginazione ed il genio vivono oltre e, a volte, nonostante le esperienze biografiche.



9 ottobre 2007
(Pubblicato sulla rivista Soalt, n 7, diretta da Guglielmo Peralta)

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