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BUONA ESTATE CON LE NOSTRE LETTURE CONSIGLIATE
Il vuoto è pieno di poesia, articolo di Donato Di Stasi
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

The beauty and the dreamer

di Stefania Grosso
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Pubblicato il 24/09/2014 13:45:54

Non si era mai accorta di come al mattino tutto il cielo si colorasse di rosa. Non aveva mai avuto il tempo di soffermarsi sulla bellezza del giorno che nasce. Le avevano insegnato a non badare a quelle sciocchezze da poeti. Ma da quando era successo tutto, le cose erano cambiate. Era sola, aveva tempo. Tutto il giorno. E quella mattina le era presa una strana voglia di fare una passeggiata in campagna, cosa abbastanza semplice da fare per lei, considerando dove viveva. E così aveva preso le sigarette, il giubbotto, occhiali ed era uscita. Faceva indubbiamente freddo ma era una di quelle giornate di sole invernale che non possono essere passate al chiuso di una stanza. Passare tra i campi d’inverno era un’esperienza unica. Le sfumature di marrone, verde scuro, bianco ghiaccio potevano essere ancora più belle dei colori dell’estate. Non c’erano fiori è vero, ma era una bellezza diversa. E poi le sere d’inverno, con l’aria tersa, quando il cielo si colorava di piccoli pallini gialli. Comunque continuava a camminare tra i campi bruciati dalla brina. E per la prima volta, da tanto tempo, si sentiva viva. Poteva ancora sentirsi felice.

Scoprì anche un’altra cosa quella mattina, rientrando a casa. Che aveva un vicino di casa. Era la prima volta che vedeva filtrare una luce da quella casa e la prima volta che vedeva un’ombra muoversi dentro.

Qualcosa si mosse dentro di lei, lo strano calore che si forma quando si percepisce un altro essere umano vicino a noi.

Non si doveva fare, sapeva che non era corretto e non si doveva fare ma la curiosità era troppo forte. Iniziò ad osservarlo, a spiarlo veramente.

Non usciva mai, per la maggior parte della giornata quello che riusciva a vedere era solo una finestra aperta e illuminata. Non sapeva dire cosa fosse, forse il soggiorno o uno studio. Non aveva mai notato o capito chi vivesse nella casa accanto. Una volta, prima dei cambiamenti, la trovava sempre chiusa, o forse così la vedeva lei.

Quell’ombra scura che prese la forma di un uomo, qualche volta si spostava tra le stanze.

Ogni due giorni passava un ragazzino a portargli dei sacchetti. La spesa probabilmente. Ogni tanto lei riusciva ad intravedere qualcosa in più. Piccoli squarci. Aveva i capelli corti, le sembravano neri. E un bel viso regolare. Non sembrava tanto alto ma era sicuramente magro.

Fantasticava sulla sua vita, su chi fosse, su cosa facesse tutto il giorno.

I suoi problemi erano passati in secondo piano. Ora era lui la sua ossessione. Ogni giorno, dopo la sua passeggiata tra i campi, diventata ormai un’abitudine, si affacciava alla finestra nella speranza di ottenere qualche informazione in più. Perdeva ore davanti a quella finestra, come se nient’altro esistesse se non lui. Come se tutto il mondo, anche il mondo di prima, fosse sparito. E cercava una scusa, elaborava piani, per potersi avvicinare. Ma aveva paura. Paura di cosa lui potesse dire, paura di infrangere i suoi sogni ad occhi aperti. L’unica cosa che le era rimasta, la fantasia, fantasticare.

 

Si sentiva osservato da un po’ di tempo. Un senso di inquietudine l’aveva avvolto nelle ultime due settimane. Non riusciva più a condurre i suoi esperimenti in pace. Fallivano tutti, l’ansia lo dominava. Non trovava pace nemmeno tra i libri.

E poi una mattina capì. La sua vicina. Era lei, lei lo stava osservando. La intravide dietro le tende della sua finestra, mentre anche lui guardava fuori, dalla sua parte, tenendo tra le mani la sua solita tazza di tè caldo.

Si era accorto che lei non aveva più i soliti orari. Non usciva più la mattina presto, per rientrare la sera tardi, a volte non rientrare affatto. Non c’era più un via vai di gente il weekend o nei giorni di festa. Anzi, ormai lei era quasi sempre a casa e nessuno passava a trovarla. Sembrava uscisse solo per qualche passeggiata o per gli acquisti indispensabili. Forse stava diventando come lui. Forse anche lei aveva perso tutto. Forse il mondo l’aveva delusa e ferita, come lui. S’incuriosì. Come poteva essere la sua vita di prima? E ora cos’era successo? E lui.. lui dov’era finito? La solita domanda. Ormai non sapeva più qual era il suo posto. Una volta lo sapeva bene. S’immaginava che anche lei lo sapesse. E ora non più.

L’aveva osservata uscire molte volte. Bellissima, sempre curata, con i capelli castani che le ricadevano morbidi sulle spalle, volteggiando in qualche boccolo qua e là. E gli occhi nascosti sempre da grandi occhiali scuri, quasi le facessero da schermo, da scudo contro le luci accecanti del mondo.

Iniziò ad osservarla anche lui, lui che quando lei usciva era già sveglio visto che dormiva solo qualche ora per notte. La osservava al buio, dalla finestra della cucina mentre aspettava il caffè.

Non sapeva nemmeno il suo nome, ma non importava in fondo. Un nome è solo un nome, non cambia quello che siamo. Scosse la testa mentre seguiva quel filo di pensieri. Doveva smetterla. Non doveva lasciarsi andare a simili ragionamenti. L’avrebbero distratto dai suoi esperimenti, dalla sua missione. E non importava nemmeno che lei lo spiasse. Aveva cose molto più importanti da fare.

 

Aveva avuto il mondo ai suoi piedi. Letteralmente. I genitori, le aspettative di tutti, gli anni di studio. Il lavoro, la carriera, il fidanzato. Ma non voleva, non l’aveva mai voluto, tutto quello per cosa? Per risvegliarsi comunque nel cuore della notte spaventata? Con tutta quella pressione addosso, mai fallire, mai sbagliare. E non poteva parlarne. Non con i suoi, nemmeno sua madre, ormai chiusa in un ostinato e orgoglioso silenzio contro il tiranno, suo padre. Non con il suo perfetto fidanzato, fotocopia di suo padre, brillante, sempre, con quel sorriso finto, che non ascoltava mai, che non perdonava mai.  Non le perdonava il non poter avere figli. Non le perdonava la sua carriera. Non le perdonava le sue passioni. Perché? Perché lei non aveva mai potuto avere passioni?

E gli amici, quelli che l’avevano abbandonata, quelli veri che lei aveva lasciato indietro per indossare una maschera. Quelli di lui, fatti in serie, come i vestiti e gli orologi che portavano, che non ascoltavano, che nemmeno parlavano davvero. E lei teneva tutto dentro, tutto chiuso in una scatolina in fondo al cuore.

E sua sorella era fuggita da tutta quella mascherata molti anni prima, per seguire davvero una vita, e non capiva come lei fosse ancora intrappolata in quel party esclusivo che non lascia spazio per te.

Alla fine era crollata. Tutto si era sgretolato, dopo l’ennesima delusione. Dopo l’ennesimo tradimento. Aveva semplicemente raccolto le sue cose, messe in una scatola e riportate a casa. E poi aveva passato la notte seduta sul marciapiede davanti a casa. Aveva deciso di darci un taglio. Via la maschera, via tutte quelle finzioni, via dalle feste, dalla gente che la voleva perfetta, da un lavoro che non la soddisfaceva, via dagli abiti eleganti e dalle abitudini, via da tutto. Perché fingere? Perché non poteva semplicemente stendersi sull’erba e ascoltare il suo cuore, l’universo battere.

 

Lui aveva talento. Era una cosa riconosciuta da tutti. Un genio. I suoi studenti lo adoravano, così giovane e brillante, così affezionato a loro.

Gli editori lo volevano, lo inseguivano, dopo quel primo libro che aveva sfondato.

Anche lei impazziva per lui. L’aveva conosciuta per caso, ad una festa promozionale. Giornalista. Una bellezza selvaggia, intelligente, occhi vivaci. Parlavano per ore, fino all’alba. E quando la sfiorava sentiva le sue fibre vibrare, tutto il suo essere risuonava. Il suo cuore traboccava quando la vedeva. E le credeva, credeva tutti quei sogni che facevano insieme, credeva, nuotava dentro le parole e le promesse che lei faceva.

Sì, era completamente, totalmente felice. fino a quella sera. Fino alla sera in cui era sparita nel nulla portandosi via tutto. Lasciando solo un biglietto con scritto addio. E aveva portato via ogni cosa. Non solo gli oggetti. Ma la sua felicità, il suo cuore, i sogni, l’ispirazione.

Poi quelle voci che si erano sparse sul suo conto, che lei aveva diffuso non soddisfatta di averlo deluso e abbandonato, sembrava volesse annientarlo. E ci riuscì. Iniziarono ad evitarlo, tutti. Come se fosse malato, come se la sua genialità fosse distorta, come se non fosse un essere umano.

E allora basta. Basta con le lezioni, basta con i libri, basta con tutto. Ma continuava a guardare il mondo, tutte quelle persone sole, persone deluse, tutte sparse intorno a lui. Doveva trovare una soluzione. Doveva ritrovare quello che aveva perso, che tutti continuamente perdevano.

Se le parole e la passione non servivano, la soluzione era nella ragione, doveva essere così per forza. E allora iniziò la sua raccolta.

Mille piccoli vasetti colorati, etichettati, che per lui contenevano anni di ricerca. Qualcuno era vuoto in realtà. Ma come i bambini anche lui credeva che ogni sogno si potesse intrappolare. Un bacio in un vasetto, acchiappato al volo, un abbraccio distillato, il sudore dopo l’amore, l’amore stesso e i sogni fatti insieme, tutti racchiusi, insieme a fiori, peluche, poesie, canzoni registrate. Anni di studio solo per questo, solo per riuscire a trovare cos’è la vera felicità, distillarla. Se ricavava la formula poi l’avrebbe fatta conoscere al mondo e così basta, basta con tutto quell’odio e indifferenza, basta con tutta quella sofferenza.

Un unico scopo.

E in quei giorni aveva deciso che prima beneficiaria sarebbe stata lei, anche se non sapeva il suo nome, ma aveva l’aria così triste quando passava di fronte a casa sua di ritorno dalle sue passeggiate mattutine.

 

E passavano i giorni in silenzio. Uno di fronte all’altro, senza conoscersi, condividendo la pesantezza dell’anima. Il mondo attorno si risvegliava, con i primi fiori che spuntavano nei giardini, le giornate più lunghe e l’erba che tornava verde. E lui sentiva il suo cuore che tornava a battere, lei sentiva la sua mente assopirsi e le fremevano le mani.

Sembrava che respirassero aria nuova.

Si era stancato degli esperimenti. Aveva i suoi dubbi. E se non fosse possibile ricavare una formula? Se non c’era nessuna spiegazione? Se si dovesse accettare e basta?

Si era stancata della solitudine nella sua mente, voleva di nuovo qualcuno da tenere vicino, parlare. Tutto ragione, niente cuore, non serve, quello che le diceva sempre suo padre. Ma non era vero, non era mai stato vero.

Si voltò a guardare la finestra di lui. Vide l’ombra. Si stava sedendo sulla sua poltrona preferita con la solita tazza in mano. Pensava a lei, nell’altra casa. Si sentiva sola?

Era ancora capace di conversare? E di sorridere? E lui sarebbe stato capace di provare qualcosa?

Rimase persa con lo sguardo che vagava fuori dalla finestra. Ancora cinque minuti. Ma serviva qualcosa dettato dagli impulsi, da quelle mani che continuavano a fremere e il cuore che la incitava. Non si guardò nemmeno allo specchio. Uscì così com’era, noncurante del suo aspetto.

Si alzò di scatto dalla poltrona, rovesciando quasi tutto il tè. Ma non importa! Aveva capito. Cos’era quella strana frenesia. Sì, sì! Sì, c’era una formula, certo!

E corse fuori nello stesso istante in cui lei svoltò l’angolo per entrare nel suo vialetto.

Con la faccia un po’ arrossata e sorpresa, lei gli sussurrò buongiorno.

Buongiorno le rispose lui sorridendo.

-Io sono Ruben.

-Piacere, Stella.

E fece un passo avanti verso di lui.


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