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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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L’Angelo del Diavolo

di Viola Pieroni 2000
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Pubblicato il 19/11/2014 15:02:28

Non so come sono nata. Molti dicono io sia una creatura malvagia, figlia illegittima del diavolo. Eppure chi mi conosce dice che potrei essere figlia di un angelo. E io non posso rispondergli nulla. Non so il mio passato, sono resuscitata non tanto tempo fa, ma mi sento molto più vecchia: sono stata immersa in uno stato di coma profondo. Sono nata e cresciuta tutto un tratto, come un fiore in primavera. Vivo nel bosco vicino al villaggio, protetto dei miei lupi; e orsi cervi e daini cacciano le persone malvagie. Sono andata lì dopo essermi svegliata nel ghiaccio della montagna. Ero piccola ma in 7 giorni sono diventata grande. Le persone mi giudicano sempre come un entità diabolica, eppure il mio carnato color nuvola, i miei capelli corvini ed i miei occhi color primavera mi fanno sembrare un'antica Ninfa greca. Vivo qua da sola, non ci sono altri esseri simili a me, o meglio non ci sono più; a volte ho dei sogni, non so se sono ricordi o apparizioni: e vedo il villaggio, vedo la gente che urla, vedo una donna aurea, magica, che mi tiene per mano. Poi ancora urla e grida e paura. Poi la notte berci, fumo e fiamme. Quella donna mi prende, fugge. Fugge sul monte. La sua magia trasmette una benevola sensazione di pace, eppure lei trema, piange, tutto in silenzio. Sul Monte degli uomini con la malvagità nel cuore ci rincorrono. Poi nulla. E faccio questo sogno ogni notte. E ogni notte mi concentro su un particolare nuovo: vedo il colore dei suoi occhi, vedo un gatto nero che ci corre accanto, vedo altre ombre con arnesi che ci inseguono. Tutto così pacato, sento le grida come se fossi in una nuvola, in una teca di vetro. Allora mi guardo intorno attonita e perplessa, poi mi sveglio. A volte la mattina passeggio per la montagna, quando la brina non si è ancora sciolta e raccolgo acqua, frutti e quei primi fiori che sbocciano al mattino. Eccetto i miei animali non c'è nessuno a farmi compagnia. Una sera ero sul torrente a pascolare le capre quando mi accorsi che un agnello si era allontanato: lo rincorsi, lui lo prese come un gioco e fuggi. Gli andai dietro e poi sentii un mugolio: mi girai e lo afferrai. Tornando indietro mi persi, vagai ma ormai era notte. Mi misi con la schiena contro un albero e iniziai a fissare le acque calde del torrente brillanti, scintillanti, sotto quella bianca luna di sale. Poi senti un vociare: erano 5 ragazzi, miei coetanei. Ma perché non erano nel villaggio? Il coprifuoco era già passato da tempo… mi avvicinai…erano tutti con le orecchie a punta, i capelli bianchi e gli occhi pallidi… mi avvicinai ancora di più… poi fiocco di neve video un ciuffo di insalata e ci si fiondo. A quel punto i ragazzi si guardano intorno e sbucai fuori io dai cespugli per recuperarlo. Come fossero daini fuggirono nel bosco. Io perplessa dissi che ero una strega, non dovevano avere paura di me perché io ero una di quelle streghe buone che avrebbe voluto aiutare gli umani. Allora loro tornarono lì con la stessa velocità a cui se ne erano andati e mi dissero che erano elfi. Io inizialmente pensai che fosse un'etnia, poi mi fecero capire che erano degli “esseri marginali” come me e molti altri. Non mi avevano mai chiamato così e restai un po' sbigottita. Mi dissero se volevo unirmi a loro e, in mancanza di alternative, accettai. Si chiamavano Paolo, Ferdinando, Babele, Vittoriano ed Alexandros. Quella notte riebbi il solito sogno ma stavolta mi svegliai in preda al panico: non so perché, forse era destino… comunque Ferdinando che era accanto a me sì sveglio e mi chiese cosa avessi: quando gli finii di raccontare il sogno lui aveva due occhi che gli toccavano insieme. Mi chiese di ripetergli il nome: “Mira” “ma allora tu…” “io cosa?” “tu sei…” “sono cosa?” “ sei la ragazza della montagna!” Lo guardai stranita… “ insomma 500 anni fa una ragazza, con una bimba piccola per la mano, chiese alla mia famiglia un posto sicuro dove andare per salvarsi da gli inquisitori che le inseguivano da ore. Mio padre allora le accompagnò in una grotta e disse a tua madre di stare lì. Gli inquisitori però arrivarono, lei ti gettò nel laghetto ghiacciato con addosso questo amuleto che dopo 500 anni ti avrebbe riportato in vita. Intanto la portavano via, quei “santoni”…” Io allora collegai tutto… mi venne paura, non appartenevo a quel tempo, neanche a quel luogo… mi sentivo proprio una creatura… marginale. E se mia madre fosse stato davvero l'amante del demonio? Cosa centravo io in tutto questo? Qual era il mio posto nel mondo? Poi mi tranquillizzai… anche se fossi stata sangue del sangue di Belzebù, non ero lui. Non ero mia madre. Ero me stessa. E ora che sapevo quello che credevo fosse la ricerca della mia vita, mi sentivo vuota. Ebbi momenti interminabili di una disperata depressione, poi mi ripresi. Decisi: sarei andata a vivere e avrà imparato ad usare i miei poteri benefici. Passarono i mesi, forse anche anni, quando una sera d'estate, mentre parlavo con Ferdinando, senti qualcosa alla pancia, qualcosa che mi sollevava da terra, che mi rendeva felice, mi batteva sempre più forte nel petto. Credevo di stare male, non mi era mai successo prima. Allora lo dissi e lui arrossì tutto, persino sulla punta delle orecchie. E allora capii che quella strana sensazione stupenda da capogiro era l'amore. E anche lui si era innamorato. Era la persona a cui tenevo di più al mondo forse perché era l'unica. comunque non volevo spararmi per nessun motivo da lui. All'improvviso lo vedevo il centro della mia vita. E perché avremmo dovuto separarci, in fondo? Allora si dichiarò e anche io divenni completamente rosea. Ci viene da ridere ed abbracciarci. Andammo a vivere sul monte e regalai la mia vecchia casa agli altri ragazzi, così potevamo sentirci sempre. Dopo qualche tempo qualcosa accade: ci svegliamo la mattina e ci sentimmo eterni. Ci sentivamo come se avessimo smesso di vivere, eppure vivevamo. Ci rendemmo conto di essere creature immortali, eravamo soli, nel cielo buio: illuminavamo le giornate della gente, della natura, come arricchivamo le nostre: viaggi, avventure, felicità. Ci sentivamo pieni di energia come non mai. Non dovevamo più dormire, la notte guardavamo il cielo e proteggevamo la montagna dai cattivi. Così non pensavo più al mio passato, quel sogno ormai era un ricordo lontano. Col fatto che non dormivo non sognavo, ma forse quella era la cosa che mi mancava di più…

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