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Liberare la poesia: ma da che cosa?

Argomento: Letteratura

Articolo di Sonia Caporossi 

Proposta di Redazione LaRecherche.it

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Pubblicato il 22/03/2012 19:19:08

[ Articolo tratto da Critica Impura ]

 

Liberare la poesia: ma da che cosa? La polemica fra Carlo Carabba e Vincenzo Ostuni, facendo il punto.

 

 

ho fatto passi indietro da gigante, in questi mesi:

il mio cervello

trema come marmellata marcia, moglie mia, figli miei:

il mio cuore nero, peso 51 chili:

ho messo la mia pelle

sopra i vostri bastoni: e gi vi vedo agitarvi come vermi: adesso

vi lascio cinque parole, e addio:

non ho creduto in niente.

 

(E. Sanguineti)

 

 

sorta una polemica che pare nuova, ed in realt vecchia e polverosa. Si sviluppata in questi giorni sulle pagine di La Lettura fra Carlo Carabba e Vincenzo Ostuni, attorno a due mo(n)di opposti di concepire la poesia. Carabba (Meno Sanguineti pi Szymborska Liberiamo la poesia, su La Lettura, n.17, 11/03/2012) pretende faziosamente di spiegare limprovvisa popolarit della poetessa polacca col fatto che i versi della Szymborska hanno un pregio che spiazza e sorprende il lettore: si capiscono e, spesso, commuovono. Ci lo porta, contro Ostuni, a dare addosso ai maggiori rappresentanti dello sperimentalismo e della neoavanguardia italiana per colpire, pi o meno indirettamente, i versificatori sperimentali doggi in toto, e non solo, a ben vedere, quelli raccolti da Ostuni nellantologia dei Poeti Anni Zero contro cui apertamente Carabba si pone, in quanto distanti dalla sua idea di poesia comprensibile, soggettiva e sentimentale. Per fare questo egli generalizza alcune affermazioni personali sulla poesia che non sono pacificamente universalizzabili. In particolar modo, il suo Malleus Maleficarum se la prende col Gruppo 63 come capostipite di una scuola poetica intellettualistica e difficile, che il pubblico non apprezza (ma tocca vedere quale).

Scrive infatti nel suo trafiletto Carabba: i bersagli polemici dei neoavanguardisti sono principalmente due: una lingua che abbia la pretesa (ingenua) di significare qualcosa e la malaugurata tendenza dei poeti a parlare di s. E ancora oggi, a cinquantanni di distanza, lodio per la lirica non si affievolito come mostra, ad esempio, la prefazione di Vincenzo Ostuniallantologia succitata.

Ora, a parte che non si pu identificare lo schizomorfismo linguistico del Gruppo 63 con lassenza di significazione, perch in realt esso consiste  nellaspirazione allesplosione prismatica della stessa, atta a sottolineare la schizoide iperrealt della societ contemporanea, consumistica e caotica, di cui si pone a mimesi; a parte che i poeti del Gruppo 63 non proprio vero, al di l dei proclami, che non abbiano mai detto io; a parte che identificare la lirica in quanto tale con il sentimentalismo e col verso comprensibile quantomeno riduttivo; ci si deve domandare, gettando un occhio al titolo del pezzo, se la poesia davvero si libererebbe quando vende. Ma andiamo per ordine con le argomentazioni.

La Szymborska, grande poetessa, da noi ovviamente letta dalla maggioranza dei fruitori in traduzione; come per tutte le traduzioni, leggerla dal polacco equivale a trovarsi di fronte una parafrasi, come dire che uno pensa di leggere poesia ma in realt ha davanti agli occhi solo qualcosa che va a capo. Paragonare la poesia italiana con poesia straniera in traduzione, quanto a s, equivale a sommare le mele con le pere. Ci si dovrebbe piuttosto chiedere: perch la Szymborska in Italia vende tanto pi adesso che morta? Non forse per via della diffusione mediatica dellevento, effetto rebound di Transtrmer, altro illustre precedente sconosciuto al popolo, che in Italia non avrebbe venduto una sola copia se non fosse passato per i media mesi fa a causa del Nobel?

Ma davvero stiamo pensando che ci sia un altro motivo? Se fosse cos, dovrebbe essere un best seller Sandro Penna. Se uneventuale riedizione critica di Penna non vender pi di Transtrmer e della Szymborska, lipotesi potr considerarsi popperianamente falsificata per modus tollens. E dunque il senso dellintero articolo di Carabba non sar che metafisico.

Il secondo punto a detrazione della tesi di Carabba il fatto che c avanguardia e avanguardia. Non si vede, ad esempio, per quale motivazione, estetica, logica, contenutistica o formale La Ragazza Carla di Pagliarani debba essere qualcosa di poeticamente incomprensibile o di emotivamente sterile, pur se non dice io. Certo, Pagliarani nel poemetto svilupp una sorta di neocrepuscolarismo sperimentale, e per questa sua versificazione piana, il testo si capisce. Ma sempre avanguardia .

La pretesa di antinomizzare il Gruppo 63 con le due istanze (comprensibilit ed emozione) che furono gi proprie di un Prvert pericolosa, perch istituzionalizza, come esclusiva latrice di poesia, la tendenza abbracciata da molti comprensibilissimi poeti emozionali di oggi, che ci impongono di leggere versi di successo, stucchevolezze congeneri al Considero valore di Erri De Luca, affinch il pubblico di livello mediobasso si appaghi della lubrificazione oculare massificata, del prodotto eterodiretto dei propri dotti lacrimali azionati a comando.

Senza contare la reductio ad unum col Gruppo 63 che si fa della storia della poesia italiana contemporanea di tendenza in questo, esso s, tendenziosissimo articolo. E Sereni, Caproni, Bertolucci, Pasolini, Luzi, Saba, Penna, il Volponi poeta? Perch tacerne mascherando cos la realt, ovvero che il Gruppo 63 storicamente stato solo una frangia, e neanche la pi seguita dal pubblico, della poesia italiana?

Alla luce di queste considerazioni, pur partendo bene e da assunti condivisibili, larticolo appare smontarsi da solo e perdere qualsiasi forma di consistenza argomentativa, semplicemente perch non vero che non esista poesia italiana contemporanea sperimentale degna di tale nome che sia anche accessibile sul doppio piano estetico e intellettivo a tutti. A meno che il discorso non verta sul piano del consumo industriale, ma allora il topic dovrebbe essere diverso e la parola poesianon dovrebbe venire in esso abusato.

La verit che non esiste in poesia nessun default categorematico in un senso (comunicativo) e nellaltro (elitario), se essa esprime in varie possibili forme non altro che lo spirito lirico e/o sociale del suo tempo (dico e/o perch per esempio nella poesia civile di Pasolini i due punti convergono compiutamente). Allo stesso modo non esiste e non deve esistere un canone giocoforza universalmente condiviso; un tale problema, infatti, non si pone se non nellarticolo di Carabba, che invece pare crederci.

Ostuni e Carabba divergono volontariamente in un polemico dualismo che non vuole risolversi, perch se lo facesse, scoprirebbe lovvio della non ovvia condizione dellovvio (per dirla alla Emilio Garroni), ovvero, parafrasando Pizzuto, che la poesia poesia, se la poesia poesia, finch la poesia poesia. Cerchiamo di indagarne, al limite, il fondamento estetico con lame pi affilate che la sterile polemica socioletteraria. Qui occorre forse- la filosofia.

In risposta alla polemica in cui sono intervenuta fra le pagine facebook dellamico Vladimir DAmora, sulle quali il dibattito proseguito e sta proseguendo in questi giorni, Carabba mi risponde che i recenti risultati commerciali della Szymborska falsificano (popperianamente) questo assunto e mostrano che, date determinate condizioni, un pubblico mediamente colto e interessato ben felice di acquistare e leggere poesia. Ed invece non lo falsificano, proprio a causa della presenza di numerose variabili: la morte, il Nobel, leffetto rebound gi citato, la diffusione mediatica su giornali, trasmissioni televisive, social network. Stessa cosa accadde a suo tempo per Alda Merini, dalle reiterate apparizioni al Maurizio Costanzo Show fino alla morte andata a finire su tutti i giornali, la curva delle sue vendite e riedizioni continue ancora non scende. Questo dimostra solo che, quando la poesia vende tanto, ci accade per questioni che esulano molto spesso dalla poesia stessa. Per uscire un poco fuori dal contesto, pensiamo, ad esempio, alle vendite dei Queen dopo la morte di Freddie Mercury.

Se volessimo inoltre intavolare seriamente un discorso filosofico estetico sul senso del bello in poesia, oggi ch oggi, occorrerebbe innanzitutto non riferirsi a Kant come invece Carabba fa implicitamente nel suo articolo ed esplicitamente nella discussione successiva alla sua pubblicazione. E non bisognerebbe citarlo per una serie di ragioni: perch nellarticolo Carabba sostiene che non si debba eliminare il giudizio di gusto mi piace / non mi piace come invece avrebbero preteso fare i Novissimi, ma per il Kant della KdU tale giudizio non riferibile al bello, bens al piacevole, che e rimane soggettivo e dunque non consiste nella categoria estetica che possa decidere della validit o meno di unopera; e poi perch Kant era un classicista, e perch delle due luna: o parametro artistico contemporaneo il piacevole, ma se si assume Kant non pu esserlo del bello e dunque il discorso di Carabba lascia il tempo che trova, oppure neanche il bello classico come Bestimmungsgrund  parametro artistico contemporaneo, postmoderno o tantomeno transmoderno, e non lo almeno dallestetica del brutto di Rosenkranz in poi.

Gi Hegel ci aveva avvertiti della morte dellarte (in realt egli parlava non di morte, ma di superamento) proprio nel senso che il classicismo, nel diluvio a lui seguente, si sarebbe profeticamente esaurito e spento, come le avanguardie storiche e gli sperimentalismi del successivo Novecento, non solo in poesia, ma nellarte in genere, stanno a testimoniare. Che larte contemporanea si sia svincolata dallimmediatezza comunicativa per assurgere a livello del simbolo deformato di una realt orrenda e, pertanto, trasfigurata esteticamente in analogie poco comprensibili, cosa che si sa dal dadaismo: gettiamo anche alle ortiche Picabia (i suoi quadri e i suoi versi improvvisati), il discorso non cambia, perch leventualizzarsi storico a palesarne il senso via via nel suo da farsi. Oggi, poi, che siamo ben oltre tutto questo, quandanche il postmoderno come concetto appare superato.

Ma la questione pi, come dire: grave. Eh s, perch la polemica sembra attestarsi sulle veteroposizioni crociane (un Croce, com noto, che nella prassi critica diceva una cosa, e nella teoria estetica unaltra); sembra infatti ancora di stare, come in Poesia e Non Poesia, a vivisezionare tagliuzzare anatomizzare: qui il momento lirico c, qui non c, qui di nuovo c, qui ancora non c蔅

Nella sua risposta su La Lettura (18/03/2012, Liberiamo la poesia s, ma dai piagnistei facili che neppure vendono) Ostuni, in fondo, non fa che difendere le molteplici possibilit espressive della poesia sperimentale. Ha ragione nel citare Giuliani che nella prefazione ai Novissimi scriveva:  Si deve poter profittare di una poesia come di un incontro un po fuori dallordinario, non fossaltro che, in modo interessato, lo fa per difendere i Poeti degli Anni Zero di cui ha personalmente curato lantologia. Quanto al florilegio ostuniano ideologicamente eterodiretto dei propri poeti preferiti, male vecchio. In questo senso, a onor del vero, Sanguineti non comp unoperazione tanto dissimile con la sua antologia einaudiana della Poesia italiana del Novecento, come quando vi pubblic alcune fra le poesie meno significative di Penna per metterlo chiaramente in cattiva luce, oppure quando dedic pagine e pagine a Gian Pietro Lucini, per Sanguineti icona sperimentale delle Neoavanguardie, ma prima dallora considerato epigonale da tutti.

Tuttavia, al di l di questo suo inter-esse personale alla questione, Ostuni ha ragione a citare Roversi quando afferma che occorre lumilt (da Carabba e molti lettori scambiata per spocchia) di sedere al tavolo dei linguaggi contemporanei e non arroccarsi nella tradizione. Che poi e qua torniamo a monte c tradizione e tradizione.

Lo stesso Gruppo 63 fu criticato in pochi anni, e molto prima di Carabba, per essere rientrato nel Sistema in senso accademico, per aver creato una scuola dopo essersi posto, programmaticamente, contro tutte le scuole; per avere, in una parola, dato il via ad una tradizione antitradizionale, che in quanto tale, non meno tradizione si ritrova oggi ad essere. Ma questo assunto, ribadisco, storicamente valido in un senso e nellaltro. Pensiamo alla normativizzazione che immediatamente ebbe luogo circa lopposta linea sabiana (quando per normativizzare bastava, come basta ancor oggi, inventare costruttivisticamente una definizione o un sostantivo collettivo in cui incasellare i nomi propri di persona). Aborrire le canonizzazioni pratica discorsiva che spesso non trova riscontro nei  fatti. Anzi, debbo dire, quasi mai.

Quanto a me, io non condivido lassunto di Carabba perch poeticum nihil a me alienum puto: la mia critica, in definitiva, riguarda la sua pretesa esclusione di una determinata idea di poetico, esclusione che egli imputa ad Ostuni, quando a ben vedere e per quanto sembri paradossale, la posizione di questultimo, nel difendere la poesia sperimentale, non pare tanto rifiutare, quanto accogliere un po tutte le forme poetiche ben al di l della polemica: proprio perch gli sperimentali non escludono la comunicazione, lemozione, lio da nessuna parte. Eppure Ostuni pone una premessa: se di poesia si tratta e non, come dice lui, di piagnisteo e filastrocca infantile, che di poetico, a parte il titolo, non hanno nulla. Allora qui la polemica dovrebbe spostarsi su chi merita e chi non merita lappellativo di poeta prefica del Salento, su chi degno e chi non lo , e soprattutto perch. Ma sarebbe una carneficina inutile e soprattutto pretenziosa e surrettizia; su quali ragionevoli fondamenti estetici, poi, che in tutto questo dibattito non ne ho punto visti? I Canoni Letterari, cos, scritti in maiuscolo, sono sempre assiomaticamente sistemi chiusi; ed io parteggio per il sistema aperto, via via perfettibile proprio perch includente. Come del resto la natura del linguaggio.

Credo comunque che la polemica sorta fra Carabba e Ostuni, oggigiorno, sia sterile se non inquadrata nella necessaria ed urgente analisi dei rinnovati meccanismi socioeconomici del puro marketing e tra laltro, di per s, vecchissima: si sta riproducendo in qualche modo lantagonismo Sanguineti Pasolini e il dibattito annoso che ci fu sulle pagine di Officina e Il Menab. A maggior ragione perch ci son stati poi poeti (i cultori della materia non debbono cercarli col lanternino) che le due istanze comunicativa ed elitaria, soggettiva ed intellettualistica, sono stati in grado di ricomprenderle in s.

Come ha giustamente ed opportunamente ravvisato anche Renzo Paris in un suo commento al dibattito, la polemica sulla presenza o meno del soggettivismo e del sentimentalismo in poesia essa stessa roba vecchia, risalente agli anni Sessanta; e per questo, a me pare, non aggiunge nulla di nuovo se non la consapevolezza che nella mente dei giovani intellettuali italiani esiste oggi un buco storico di preparazione e svecchiamento che in qualche modo deve essere colmato. Non solo, insomma, ci tocca leggere epigoni su epigoni poetici, ma anche critica epigonale? A che pro dovremmo perdere tempo prezioso, quello stesso che, per puntualizzare tutto ci, anchio sto impiegando forse male?

Per concludere, a me sembra che polemiche come questa siano costruite ad arte (ma non per questo si tratta di combine come nel calcio!), giusto per smuovere un poco di polvere sulle pagine dei giornali e far vedere che lintellettuale vivo e fa qualcosa. In qualche modo, aveva ragione Pagliarani a denunciare questo vuoto di argomenti che deve giocoforza darsi come pieno in una sorta di vitalismo fatuo che faccia vedere unombra di sostanza agitarsi sotto la coltre, non fossero altro che vermiformi argomentazioni ormai in decomposizione. La poesia, ma anche la critica, come qui pare, il nostro daffare al momento / saltare saltare saltare / se no sulla coda ci mettono il sale.

 

 

Per approfondire ecco gli articoli originali:

 

Carlo Carabba:

http://edizionipontesisto.wordpress.com/2012/03/18/carlo-carabba-meno-sanguineti-piu-szymborska-liberiamo-la-poesia/

Vincenzo Ostuni:

http://edizionipontesisto.wordpress.com/2012/03/18/vincenzo-ostuni-liberiamo-la-poesia-si-ma-dai-piagnistei-facili-che-neppure-vendono/



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