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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Il gioco del caso

Romanzo

Michela Duce Castellazzo
Maria Pacini Fazzi Editore

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 14/05/2010 12:00:00

Un uomo dalla vita agiata ed apparentemente felice e appagante, scopre di essere affetto da una grave malattia che lo porterà inesorabilmente alla paralisi e alla conseguente rinuncia di molte delle cose che compongono la sua vita. Questo fatto lo porta a scrollarsi di dosso tutto quello che lo ha reso a suo dire invulnerabile e, con gli occhi liberi e finalmente aperti, scopre una parte di sé che non aveva mai preso in considerazione: i sogni. Passando dalla dimensione onirica a quella reale alcuni oggetti cominciano a materializzarsi nella sua abitazione e con essi l’immagine di una donna della quale sa di essere inconcepibilmente ma certamente innamorato. Gli oggetti che gli compaiono al termine dei sogni sono i bandoli di una serie di matasse che conducono a persone e con esse alle loro storie. Il protagonista, Federico, decide che sarà il caso a svolgere le matasse, a risolvere il garbuglio di storie e identità che conosce solo parzialmente ma che sente come parte della sua vita attraverso i sogni. Sarà il caso, leggermente aiutato da Federico, e dagli altri protagonisti del libro, a mettere ciascuno nella propria casella, e ciascuno sarà veramente libero di percorrere la propria vita accettandovi quanto vi è di legato al sogno, al ricordo e alla fantasia – il sogno vissuto come parte reale della vita, perché spontaneo e significativo di quanto dal cuore non si vuole far trapelare.
Il romanzo è avvincente, il caso serpeggia e le vite si intrecciano e si allontanano, aiutate dagli oggetti di Federico, e sospinte dalla consapevolezza che ciascuno deve seguire le proprie inclinazioni, le coincidenze sono il dado gettato sul tavolo della sorte. L’autrice intreccia e scioglie le vite dei protagonisti del libro con mano felice, riesce a descrivere situazioni singolari, spesso sottaciute ma estremamente attuali e reali. I personaggi del libro vivono vite come tante che spesso si trovano nelle cronache dei giornali, ma la bravura dell’autrice ce le fa vedere sotto una luce assai particolare, non vi sono giudizi affrettati su certe scelte o inclinazioni ma una acuta analisi dell’animo umano e, spesso, una soffusa luce di speranza che fa bene a chi legge. Raccontare parti della trama di questo libro sarebbe ingiusto verso il lettore perché parte del fascino di questo romanzo sta nella sorpresa e nello stupore che si trovano pagina dopo pagina sino al magico finale, che lascia a bocca aperta. Finale non banale né scontato ma che riesce a gettare una luce completamente differente su tutte le differenti pagine, incanta fa sì che il libro non termini ma affida al lettore quasi un compito, dona una sorta di riflessione che prolunga il piacere della lettura anche dopo che si è girata l’ultima pagina.
Lo stile dell’autrice è assai elegante, il fraseggio è melodioso, mai tracotante o verboso; nel delineare i sentimenti o le essenze più fragili dell’animo umano non cade mai nel banale o nello sdolcinato ma ha una sua leggera fermezza molto gradevole. Il linguaggio è assai attuale, fresco e comprensibile, senza cadute di gusto anche in passaggi un po’ più “delicati”, appare moderno senza indulgere nella volgarità contemporanea e riesce ad esporre tutta la vicenda con chiarezza e melodia. Un romanzo molto bello questo di Michela Duce Castellazzo, fatto di sogno e di realtà, di speranza e di determinazione, pone l’uomo al centro del proprio universo, e, sebbene il sogno abbia la sua parte, è nella realtà che trae le sue origini ed i suoi fini. In fondo bisogna saper guardare dentro di noi per poter vedere la strada da percorrere, camminare chiusi su quello che di noi è apparenza non porta da nessuna parte, e una condanna quale può essere una grave malattia può essere vissuta come momento determinante per capire veramente di quale sostanza sono fatti i nostri rapporti con gli altri e con noi stessi. Dalla lettura di questo romanzo viene da dire che le cose che appaiono più inconsistenti in una esistenza, il caso e i sogni, sono in realtà la struttura portante di ogni cosa e l’autrice con bravura lo dimostra al lettore, incantandolo.

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(Pubblicata il 04/09/2008 20:43:17 - visite: 1381) »