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Due Solitudini

di Francesco Isidoro Stassi
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Pubblicato il 09/01/2017 12:34:57

Molte volte ho creduto di amare. Per sei anni, come fosse vino che scorreva lungo la mia gola assettata, ingurgitavo il desiderio di questo sentimento e il tempo passava, passava inesorabilmente. Ogni appuntamento, ogni scoccare semplice di lancette mi trafiggeva. Non ho mai creduto che la felicità si raggiungesse con l’amore, né lo credo ora che sei andata via, ma quel giorno…Quel giorno io tornavo da un tirocinio, ricordi? Esercitarsi ogni giorno a dire solo “signorsì” e a obbedire, aveva appiattito i miei desideri al punto che ogni cosa, lo stesso credere, mi sfuggiva. In un lungo corridoio, scivolavo fra l’odore di muffa e di sudore, di quelle lunghe corse che non finivano mai, per confessarmi. Stavo per entrare quando all’improvviso sentii le tue dita, lì, sfiorare dolcemente tasti di un organo e correre lungo le pieghe della mia vita con un fare soave: Clair de Lune, Debussy. Erano solo prove per i canti della messa, ma tu dilettavi lo strumento con l’arguzia di chi non si accontenta mai e dentro di me provai invidia: quella di chi per sei anni si era accommiatato fra le braccia della persona cui certo voleva bene, ma mai quanto quel sogno che ora, colpo di fulmine, squarciava il suo cielo. Bastò vederti, il giorno successivo, una messa distratto, fra i lineamenti pesanti del tuo viso, della tua vita: corvini capelli erano stati divelti dalla tua scelta e piccole spalle danzavano con forza e leggiadria sui tasti, il ritmo era la mia vita. La vedevo lì, sotto le tue mani, schiacciata da una persona che in fondo nemmeno mi conosceva. Sarebbero arrivati poco dopo i tuoi rifiuti e l’addio, credendo che in fondo quel concorso non l’avrei mai superato. Poi un miracolo, l’ingresso, un sogno che si realizza e, come nei migliori sogni, l’oggetto del desiderio lì, a due passi, ma non lo puoi toccare, non puoi far nulla: compagni di banco in aula. La piantina di un’aula volle che potessi di nuovo corteggiarti e così, come il peggiore degli amanti, tradii nelle intenzioni, una prima volta, la persona che mi stava accanto. Non era che una poesia, che trovava i suoi versi giorno per giorno, raccontando una storia magnifica come la nostra. Presto un bacio nascosto, migliaia di lettere fra le pagine di giorni confusi e densi di impegni e proibizioni, sacrifici. Nasceva un amore, credevo, si, fra quelle righe tempestose. Ti vedevo di nascosto, oltre ogni regola, fra corridoi che non puzzavano più di muffa e sudore, di nascosto, senza mai riuscire ancora a darti un appuntamento. Poi un letto, tradii nei fatti, sconcertanti fatti, con intenzioni mai state tanto ardite. Silenzio. Mai parola fu tanto pesata come i giorni che seguirono e continuavo a danzare sul Chiaro di Luna che scortava i sentieri ora profilatisi dinnanzi ai miei passi: era necessario un addio. Lì credo nacque la nostra malattia, cominciò dai tuoi occhi e scese fino al mio cuore, quel morbo che impediva di lasciarsi. Ogni giorno da quell’addio mancato cominciammo a desiderarci e ad aumentare le grida che dal nostro cuore svellevano le radici di ogni precedente paura, convivere, come marito e moglie, ma senza mai una certezza; lasciarsi andare fra quelle pieghe della vita, ora stirate dal nostro passaggio. Cominciava a vedersi, appena accennata, un colore a pastello sull’orizzonte, la felicità. Adesso la mia vita si scioglieva davanti ai tuoi Notturni, adesso tutto perdeva un senso e mi piaceva urlare, come disegnato da Munch, nel caos che dalle tue labbra gocciolava sulla mia vita, stillicidio. Non comprendevo più ragionevolezza, amare al punto da avere un’unica insensata, folle, smisurata paura: il tradimento. Quello fu il più grande dei miei errori e il più perseverante, da lì, da gelosia insensata ho cominciato a farti del male, ma quel male che si fa a un fiore se lo si annaffia con troppa irruenza. Un primo anno era passato a corteggiarsi e un secondo a dilaniarsi, scivolando ancora fra quei corridoi che ora sembravano spiarci, senza più magia, niente più righe a comporre il pentagramma della tua dolcezza o la stanza del mio amore. Tutto si affievoliva fra vizi di cuore che per noi due, neofiti del sentimento, erano imprescindibili e inconfutabili. Eppure ricordo, fra gli strali del dolore, momenti di felicità sublime. Il tuo passo insicuro nelle mie terre, aride di promesse ma fertili di allegria, la mia Sicilia, così sbagliata eppure generosa. Il mio passo spaventato e incuriosito, nella tua pianura, fra le tue colline, irte di speranze, circondate fra rovi di aspre delusioni. Il tuo sorriso davanti al mare immenso, del color del vino, quasi fosse Omero a raccontarlo, un telo su una spiaggia al chiaro della nostra luna, quasi fosse Debussy a scriverlo, il mio veder le vigne e i colli di Montevecchia, avvertendo la volontà di due solitudini che si appartengono, quasi fosse Rilke a spiegarlo. I giorni continuavano, in questa malattia, come una febbre piacevole. Pian piano arrivò il tradimento, quello vero, non so quando, non so come, intenzioni e fatti si confusero, fra i miei errori e le tue bugie che si ripetevano in un turbine che rendeva folle ogni nostro gesto e insulso il continuare. Credevo tutto finisse in questo modo, infangato fino all’orlo e offuscato senza il minimo dei chiarimenti, fino a un viaggio che non dimenticherò mai. L’avevamo prenotato, voluto, sperato, era come ascoltare di nuovo il nostro Chiaro di Luna, in quella predizione: Suite Bergamasque No.3, ironia della sorte, la città in cui avremmo trascorso tutto il nostro amore. Così la città degli innamorati ci accolse, forse un po’ a malincuore, con un litigio più che mai serio ma comunque, da innamorati. Speravo fosse l’ultimo, ero certo fosse l’ultimo, non lo sarebbe stato ancora. Eppure Bergamasque è una maschera e questa ci avrebbe accompagnato ancora per altri tre mesi, questa musica sospesa, una coltre di nebbia che avvolgeva il nostro reale desiderio di amarsi così come si era: senza bisogno di altro. Il tempo non ci ha dato che altri problemi, sei andata via dalla casa in cui avevamo cominciato a convivere per oltre un anno, hai abbandonato gli amici, hai lasciato tutto quel che ti apparteneva nella mia vita, quasi ad avercelo dimenticato per ritrovarlo un giorno; ma la mia rabbia ti ha restituito tutto e in venti giorni abbiamo provato a dimenticare chi fossimo stati oltre che chi potevamo essere. La vita ci ha dimostrato che l’amore non basta…Giusto? Queste sono state le tue ultime parole: così me ne vado, di notte come sempre, senza ombrello sotto la pioggia della mia esistenza. Troverò un senso, una donna, una vita, troverò come sempre tutto quel che mi serve, ma non troverò più te. Io non so fra quali braccia ti perderai, né quali stritoleranno il mio cuore, so che ti ho amata, di un amore che aedi un tempo portavano a corte, baldanzosi di un fasto passato. Odiavi quando scrivevo di te, pensavi sempre pragmaticamente al risultato e per te qualche riga non ne avrebbe portato alcuno, odiavi il mio modo di fare, la mia gelosia, il mio urlare, il mio esagerare negli atteggiamenti, il mio gesticolare, la mia logorrea, il mio cercare troppo affetto, il mio modo di camminare, il mio parlare a sproposito, il mio essere probabilmente, così fastidiosamente infilzato nel tuo cuore, come una spina. Hai tolto tutto, non ci sarà alcun viaggio per il mondo, alcun modo di riparare, di spiegarti ancora quanto sia possibile ricominciare, amarsi come all’inizio per l’ingenuità di farlo, perché l’amore, Flavia, è ingenuo: è un’onda che infranta sugli scogli passa oltre e si unisce al mare, questo che scrivo non è perder tempo, è il canto di una rondine che migra verso stagioni migliori e tenta un’ultima volta di amarti. Non biasimerò mai di averti persa, sempre ringrazierò di tutto quel che mi hai dato e di quanto mi hai insegnato, di tutto quel che non avrei mai saputo fare senza te, di avermi fatto crescere. Per te esser cresciuta ha voluto dire abbandonare un amore sbagliato come il nostro, per me significava rifondarlo, l’abbattere mura di argilla e con fatica innalzarne di nuove, ma la forza di un amore non è soltanto amare, è lasciare andare. Sventolare un fazzoletto candido in un giorno che Dio bagnerà ancora di altro Sole. Avrò sempre paura di incrociare i tuoi occhi nella mia vita, di trovarmi ancora lì, a pochi passi da te e dal farti del male, tanto da farmene. Avrò sempre fame, malgrado tutto, di un significato che tu spero troverai presto: ti auguro di conoscere le città che sognavamo di guardare insieme, di tenere stretta la mano di chi ti starà vicino, come facevo io con la tua, anzi, di più. Ti auguro di non piangere mai più, ti chiedo scusa per tutte le volte che il motivo aveva il mio nome. Il mio mondo in fondo, lo sai, è fatto di libri, letture, di altri piccoli mondi in cui tento di scoprire qualcos’altro di me. Non so fare altro che ricordarti così, che calcarti su questa dura pietra, come diceva Grossman: speravo di riuscire a proteggerti da me, dalla mia libertà e l’unico modo per farlo era stare con te per sempre. Io non sono riuscito a farlo, ti lascio andare via, non sono riuscito a proteggerti e sono stato per te il coltello. La vita in fondo, piccola, è un dono da vivere ogni giorno, come posso pensare che queste lacrime siano dolore senza un significato; al fondo di ogni cosa c’è un profondo e talvolta oscuro senso. Che tu possa scoprire il senso di ogni cosa, che tu possa vivere libera, alta, sorridente; che tu possa incontrare la vita e parlarle delle tue gesta, che tu possa tornare a sorridere. Che io possa non vedere quella bellezza, per non innamorarmi mai più, amore mio, per non amare mai più quel che sei stata, quel che siamo e quel che potevamo essere. Sei stata il mio primo amore, Flavia, mai l’ultimo, mai in ritardo, mai in anticipo, sei stata come il nostro Clair de Lune, un attimo in cui trattenere il fiato, durato un’eternità, contro tutto e tutti. Ringrazio Dio di avermi fatto sentire le sue note più dolci dalle tue mani. Ora parto, ora si fa per me l’ora di non tornar mai più e portarti per sempre con me, nei viaggi che dovevamo fare insieme: come due solitudini, direbbe Rainer Maria, che si abbracciano.

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